sabato 12 gennaio 2019

Vaticano
La Chiesa di fronte a xenofobia, populismo e razzismo. Siamo tutti migranti
L'Osservatore Romano
«Migrazioni globali e nuovi nazionalismi. La Chiesa di fronte a xenofobia, populismo, razzismo»: è il tema dell’incontro che si è svolto lo scorso 8 gennaio presso il collegio universitario di Santa Caterina da Siena a Pavia. Pubblichiamo ampi stralci dell’intervento tenuto dal segretario del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale. Il testo integrale è disponibile in rete sul sito di Vatican News (www.vaticannews.va)
(Bruno-Marie Duffé) L’accoglienza e l’aiuto ai migranti “destabilizzano” i pensieri e i riferimenti che abbiamo dentro di noi. Non sono tanto i mezzi a mancarci. A essere toccata in noi dalla presenza di coloro che vengono da lontano, che non parlano la stessa lingua, non hanno la stessa religione e mancano delle cose necessarie alla sopravvivenza, è la nostra rappresentazione della famiglia, della comunità e dell’umanità.
Si tratta dei punti di riferimento sui quali costruiamo la nostra sicurezza immaginaria, la nostra casa simbolica, la tranquillità spirituale. I migranti, con la loro presenza, ci spingono a ripensare i confini che abbiamo costruito con molta fatica, nel corso degli anni, delle generazioni, delle guerre e delle crisi. Non appartengono alla nostra famiglia, alla nostra storia e soffriamo nel sentire la loro propria storia che ci sembra ancor più distante, non esprimendosi necessariamente con il nostro stesso vissuto.
Si tratta perciò di pensare congiuntamente l’esperienza dell’incontro dei migranti e la memoria comunitaria che portiamo dentro di noi, in modo più o meno cosciente.
Potremmo dire che le migrazioni sono da millenni un elemento costitutivo della storia umana, e, forse, della stessa storia della vita, poiché si tratta di un movimento proprio degli esseri viventi, alla ricerca della terra e dell’acqua per sopravvivere. Le migrazioni contemporanee sorprendono le società sedentarie, che hanno realizzato il loro sviluppo grazie alla concentrazione urbana intorno alle ricchezze naturali: l’acqua, l’agricoltura, le miniere, le attività di costruzione e trasformazione, gli scambi. Sorprendono coloro la cui vita è diventata stanziale e il cui universo mentale si è costituito a partire dalla sicurezza che conferisce la possibilità di stabilirsi in un posto e pensare che la generazione successiva potrà restarvi; anche se la stessa società industriale è diventata a sua volta una società nomade per le generazioni che hanno dovuto affrontare le crisi legate a un progresso rapido, troppo rapido per restare nello stesso posto. Oggi molte famiglie sono diventate, nell’arco di due generazioni, famiglie “internazionali”.
Le migrazioni, in quanto esperienza umana fondamentale, ricordano ai viventi che la loro vita è una ricerca della sorgente. Quest’espressione deve essere intesa, sia nel senso della sorgente fisica che di quella simbolica. Ricordiamo, a questo proposito, che i luoghi in cui gli uomini hanno potuto insediarsi, anche solo temporaneamente, sono diventati luoghi consacrati dall’attività artistica e religiosa.
Nel pensiero moderno, è come se avessimo dimenticato che siamo fondamentalmente dei “migranti”. I sedentari, che si sono costruiti un universo abitato d’oggetti che fungono da simboli, addirittura da divinità, hanno dimenticato di essere stati dei migranti. Questa dimenticanza, che gli fa guardare quest’ultimi come esseri “fuori dal loro mondo”, ha progressivamente modellato il loro spirito, la loro cultura, il loro sentire. La resistenza all’accoglienza dei migranti ci insegna che l’uomo può perdere la memoria della sua umanità quando mette radici in un mondo fittizio, il mondo delle costruzioni che guarda come se fossero eterne. La paura dei migranti è una paura analoga a quella che ci ricorda la fragilità della nostra condizione. Senza dubbio, essi ci rimandano in parte l’immagine della nostra condizione mortale: noi siamo soltanto di passaggio… E soltanto la condivisione tra fratelli e sorelle nell’umanità può rassicurarci e renderci felici.
Senza dubbio la questione dell’alterità è al cuore di quelle sollevate dalle migrazioni in corso, ciò può sembrare evidente e allo stesso tempo paradossale. Evidente, perché l’altro che attracca nei nostri paesi o che valica i nostri confini attraverso i sentieri di montagna, non è sempre un altro affascinante e conforme ai criteri di successo che la nostra società consumistica ha prodotto e diffuso. Il migrante che bussa alla nostra porta ha il volto di un uomo crocifisso che ha rischiato la sua vita per cercare di salvarla e che porta le stimmate di un essere abbandonato, ridotto alla nudità di colui che ha perduto tutto: i suoi beni, ma soprattutto i suoi cari. Ma anche paradossale perché le nostre società, dette sviluppate, sono società della mescolanza di culture e della fusione delle origini. Studi demografici hanno mostrato che, negli anni 2000, nei paesi dell’Europa occidentale, il 25 per cento delle famiglie aveva un componente (nonno, padre, madre, genero o nuora) proveniente dall’immigrazione.
Alcuni sostengono la tesi secondo la quale le differenze culturali e religiose si siano amplificate e che non sia più possibile riconoscersi. Ma, guardando più da vicino, le differenze tra le persone, le loro storie e sensibilità sono sempre state vissute come sfide. Non sono più importanti come uno o due secoli fa. I modi di vivere appaiono diversi, non le persone né la capacità di incontrarsi. A meno che non ci si voglia incontrare, cosa che dimostra la volontà di restare a distanza dall’altro. È evidente che la differenza può essere considerata come una possibilità o come una minaccia: possibilità di un arricchimento o minaccia di una perdita.
In questo lavoro di analisi della paura che l’altro sembra portare con sé è fondamentale individuare cosa abbiamo paura di perdere avvicinandoci a lui. Giacché se noi abbiamo paura è forse perché i nostri riferimenti sono diventati fragili e la “paura di perdere” sembra quella più forte.
Potremmo dirlo in altri termini: l’incontro dell’altro, dello straniero migrante in special modo, interroga e ridefinisce in modo necessario l’immagine che abbiamo costruito del nostro divenire e avvenire. L’altro è sempre colui che rovescia le nostre previsioni. La storia sarà diversa perché dovremo scriverla insieme a colui che è venuto. Si tratta di vivere un’avventura che ci conduce su strade che non conosciamo veramente e dove pensiamo che la nostra generosità potrà farci perdere noi stessi. Così possiamo arrivare a diffidare della nostra stessa generosità, e a porre una distanza, addirittura una certa diffidenza, tra di noi.
Tutto ciò può sorprendere in una società e cultura globalizzate, dove numerosi discorsi, negli ultimi tre decenni, hanno avanzato l’idea primordiale di un pianeta diventato “come un villaggio” e di una globalizzazione che implicava la fine delle frontiere. Noi siamo sullo stesso pianeta, ma la paura di abitare questo mondo aperto, nel quale il più lontano ci è divenuto prossimo — e dove a volte il più prossimo ci è divenuto lontano — fa nascere in noi la tentazione del ripiegamento e la ricerca di un luogo chiuso in cui saremmo al “riparo dall’altro”. La sfida, al cuore stesso dell’esperienza delle migrazioni contemporanee, appare decisamente quella del “vivere insieme” su una terra che è comune ma che in fondo non appartiene a nessuno.
All’orizzonte di questa problematica, in cui si legano dimensioni psicologiche, economiche, politiche e senza dubbio etiche e spirituali, includiamo l’impatto dell’esperienza in sé della relazione umana, nella tensione tra vicinanza e solidarietà. Poiché molti diranno: devo per prima cosa occuparmi di coloro che mi sono vicini e non posso accollarmi la miseria di quelli che vengono da lontano. Anche se, lo sappiamo, le società si costruiscono e si rinnovano soltanto nell’ospitalità reciproca. Ma ciò presuppone che la condivisione sia considerata come un valore e non come un indebolimento.
Le sensibilità che ispirano i discorsi xenofobi, i populismi, addirittura le costruzioni teoriche che difendono una gerarchia tra le culture e i gruppi umani, sollevando il concetto di “razza”, cercano di giustificare l’esclusione dell’altro e di chiudere la porta a qualsiasi incontro.
È evidente che non bisogna confondere quello di cui si sta parlando. A rigor di termini, la xenofobia è la paura dello straniero. La venuta di colui che è originario di un altro paese, di un altro modo di vivere, è fonte di inquietudine. E l’inquietudine si traduce in un passo indietro, nel rifiuto di provare a capire cosa vuole dirci l’altro. La sua presenza è vissuta come un pericolo o un’intrusione e adottiamo un atteggiamento difensivo per proteggere ciò che ci appartiene.
In quanto al populismo, occorre sottolineare che questa parola può assumere diversi significati, a seconda che si tratti di un’espressione popolare o di un discorso politico che poggia sulla paura collettiva per far affermare un potere che avrebbe la soluzione a tutti i problemi sociali. Una soluzione in generale semplice, perché consiste nel fare una distinzione tra buoni e cattivi cittadini: quelli che hanno dei diritti e quelli che non possono pretendere di averne. Il carattere ambiguo e pericoloso dei discorsi populisti dipende dal fatto che essi si appropriano della paura e requisiscono le aspirazioni popolari a vantaggio di un potere che cerca il controllo sociale e rifiuta le iniziative concrete di solidarietà.
Per quanto riguarda il razzismo, si tratta di un’elaborazione teorica che introduce una gerarchia fittizia e immaginaria nella relazione tra individui e tra comunità umane. Esisterebbero esseri umani chiamati a essere capi e altri condannati a essere schiavi. Questa predestinazione ovviamente ci rinchiude tutti, senza che possiamo sfuggirne.
In queste diverse costruzioni mentali e teoriche, ci si imbatte costantemente nella doppia questione della paura e del potere. Ma il populismo, presentato da coloro che lo promuovono come la presa in consegna delle inquietudini popolari, solleva un altro interrogativo: chi è il popolo di cui parliamo e cosa pensa il popolo che è visto come il riferimento dei discorsi populisti?
Chi è il popolo? La questione non è così semplice come sembrerebbe. Se vogliamo evitare di parlare di un popolo mitico o astratto, è importante ricordarsi che ciò che costituisce un popolo, sono gli eventi fondanti e liberatori, gli incontri e le alleanze, una memoria e uno spirito condivisi. È chiaro che non esiste un popolo “in sé” che si possa evocare. Si tratta di persone che si incontrano e, in questo insieme che chiamiamo popolo, possono trovarsi persone molto diverse. Perché non è soltanto un’identità ancestrale che definisce un popolo ma la sua storia: i suoi incontri, le sue scoperte e speranze. In questa storia, lo straniero, il migrante, il passante, ha una funzione di apertura e rivelazione: porta con sé un messaggio essenziale che rompe le solitudini e fa scoprire quello che ancora non si sapeva.
Cosa pensa il popolo? Se si definisce il popolo come una comunità storica e come l’esperienza di una speranza condivisa, un passato comune e un avvenire che cerca di scriversi, allora il pensiero di un popolo non può essere fisso, definito per sempre. Esiste solo il pensiero in movimento. Noi scopriamo la nostra umanità, scoprendo quello che l’altro ci rivela della nostra umanità. Così il «popolo» è «in cammino», grazie a questa reciproca ospitalità attraverso la quale noi ci accogliamo l’un l’altro.
Se è giusto dire che l’accoglienza dei piccoli e dei poveri, così come l’apertura agli altri e all’universalità, sono al centro della missione che il Cristo affida ai suoi discepoli, è anche pertinente ricordare che la Chiesa condivide, in ogni epoca «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi» (cfr. Concilio Vaticano II, costituzione pastorale Gaudium et spes). Essa è inviata al cuore di questa umanità, dove si incrociano i passanti e i migranti che tutti noi siamo, in un modo o nell’altro, per offrire e ricordare la gioia della fraternità. La missione della Chiesa comincia dunque sempre con l’ascolto e la considerazione delle inquietudini e delle aspirazioni umane. In questo modo essa si distingue da ogni costruzione filosofica e politica che pretenderebbe di avere la risposta alle domande che gli uomini e le donne di un’epoca portano dentro di sé. La Chiesa è prima di tutto in ascolto e basandosi sull’ascolto può dire a una persona — e forse a un popolo nell’inquietudine e in attesa, migranti o insediati, richiedenti asilo o guardiani della porta — “Io credo con te; io credo in te”.
I principi della Dottrina sociale della Chiesa, quando vengono esaminati insieme, aprono uno spazio all’incontro ed evitano di strumentalizzare i valori evangelici: dignità inalienabile della persona umana, che si traduce nel rispetto dei diritti fondamentali di ogni essere vivente; sussidiarietà o esercizio condiviso della responsabilità; solidarietà o riconoscenza reciproca; bene comune o bene della comunità; scelta primaria di vicinanza ai più poveri, gli amati di Dio.
Ciò che caratterizza questi principi etici e spirituali (non soltanto etici ma anche spirituali), sono le tre convinzioni seguenti, anch’esse inspirate dall’atto di fede cristiano: ogni persona porta in sé il segno dell’amore di Dio; ogni responsabilità umana si esercita nella reciprocità e complementarietà; ogni comunità cresce in umanità e speranza quando i più fragili sono amati, alla maniera di Dio stesso, cioè incondizionatamente.
La Chiesa, intesa come comunità di battezzati, si costruisce come comunione tra i membri di una collettività nazionale. Essa è il legame tra donne e uomini che hanno partecipato e partecipano allo sviluppo di un’unità nazionale. Attraverso ciò essa partecipa alla costruzione di legami di riconoscimento tra tutti i cittadini di una nazione. Allo stesso tempo, essa ricorda continuamente, a partire dall’insegnamento e dall’azione del Cristo stesso, che lo straniero è invitato a partecipare alla vita della comunità e beneficia di una stessa eredità di speranza.
Questo riferimento alla predicazione e all’attenzione del Cristo consacra l’apertura dello spirito che non può giustificare il nazionalismo, e ancor meno la segregazione, che mantiene al di fuori della comunità coloro che chiedono di entrare. Certamente, sarà mantenuta la fondamentale distinzione tra nazione e Chiesa e quella mancata corrispondenza è una componente determinante della teologia politica della Chiesa cattolica — e senza dubbio di altre Chiese cristiane. Perché la speranza del Regno di Dio non può essere identificata con una nazione o con un sistema politico. La realizzazione del Regno rimane un orizzonte che invita alla conversione costruendo, giorno dopo giorno, una società di giustizia e di diritto, in cui ciascun figlio di Dio è accolto, nominato e protetto.

L'Osservatore Romano, 12-13 gennaio 2019