lunedì 27 agosto 2018

Vaticano
Chi c'è dietro la manovra contro Francesco
La Repubblica
(Alberto Melloni) Che un vecchio prelato, furibondo per non avere fatto carriera, covi risentimento verso il Papa è  l’abc del cattolicesimo romano. Che usi i giornali per vendicarsi è un déjà vu, dai tempi in cui il  cardinale Ottaviani affidò a Indro Montanelli carte per denigrare papa Giovanni. Che dunque un  nunzio — monsignor Carlo Maria Viganò — decida di far sapere poco diplomaticamente che papa  Francesco avrebbe ignorato le sue denunce, e gli chieda di dimettersi, non dovrebbe stupire. È infatti la conferma di un dato preoccupante. Nella selezione dei candidati all’episcopato sono stati scelti uomini privi delle doti spirituali e della stabilità psicologica richieste. Così fra quelli che  hanno governato le diocesi coi preti pedofili, troppi si sono resi complici in guanti bianchi dei  delitti. Fra quelli che hanno servito la Santa Sede alcuni si sono rivelati omuncoli disponibili a  giochetti come questo di Viganò, che per la sua puntualità sordida e mafiosa è impossibile credere  non sia stato pianificato, orchestrato e temporizzato. Non da lui, ma da qualcuno che ha scelto di  fare di lui un Corvo in talare.
Scelta non casuale. Quando il 1° ottobre 2011 Benedetto XVI nominò il cardinale Giuseppe Bertello Governatore della città del Vaticano non gli fece un favore: diplomatico di immensa esperienza,  dotato di un tatto politico unico nella infinita crisi italiana, Bertello aveva la statura per fare ben  altro. Ma il Papa — che preferiva a un segretario di Stato "un confidente" amico — si tenne la lealtà del cardinale Bertone e "usò" Bertello per risanare quell’ultimo e chiacchierato residuo di potere  temporale. Scelta intelligente: che però tagliava la strada a Viganò che, dopo un periodo in Nigeria e dieci anni in Segreteria di Stato a Roma, era passato proprio alla segreteria generale del  Governatorato, convinto di poterne scalare il vertice e diventare cardinale. Già a primavera 2011 Viganò aveva fiutato aria di fronda attorno a sé e aveva scritto ai superiori spiegando che erano i  colpevoli di una  mala gestio  che volevano bloccare la carriera a cui si sentiva vocato e rimandarlo a  fare il nunzio, in una sede prestigiosa ma lontana dal suo attico. E in effetti il 19 ottobre 2011  Benedetto XVI nominò Viganò nunzio negli Usa. Cento giorni dopo, con la pubblicazione di quelle  sue lettere di accuse, iniziava la compravendita di carte dell’appartamento papale che va sotto il  nome di Vatileaks. 
A Washington Viganò doveva però essersi consolato pensando che Francesco lo avrebbe premiato  per quei suoi passi. E rincarò portando nuove denunce. Invece niente: Francesco ha atteso che  avesse l’età per la pensione, lo ha congedato dal servizio e anziché lasciargli l’appartamento che il  monsignore s’era tenuto in Vaticano, gli ha fatto dire che poteva tornare in diocesi. Ce ne sarebbe  abbastanza per spiegare un gesto vendicativo, ma autolesionista (se Viganò sapeva più di tutti, più  di tutti ha taciuto). 
Ma quel che è chiaro è che qualcuno ha fatto di un pollo il Corvo. Attaccare papa Francesco alla  fine del suo viaggio irlandese, a sei giorni dalla lettera al popolo di Dio, a un mese dal ritiro della  berretta cardinalizia a McCarrick, prima dell’arrivo del nuovo Sostituto e del rientro del Segretario  di Stato, nasconde un disegno: che non ha nulla a che fare con la pedofilia, ma col tentativo di  saldare l’integrismo anti-bergogliano con il fondamentalismo politico cattolico. Cioè il mondo dei  tradizionalisti legati al cardinale Burke, che ha deciso di passare dai dubia alle calumniae  scommettendo sulla possibilità di agire come blocco in un futuro conclave. E il mondo della "destra  religiosa" americana ed europea che da quella grande chiazza nera stesa fra Monaco e Budapest, fra  Danzica e Roma, sogna di smantellare l’Europa della pace per farla ritornare la terra degli Dei della  Guerra. Chi ha insignito il pollo del ruolo di Corvo voleva misurare l’effetto di una bufera  mediatica non su Francesco, ma sul collegio cardinalizio, sull’episcopato, sui teologi; poi si vedrà.
la Repubblica, 27 agosto 2018