lunedì 25 giugno 2018

Italia
(Luis Badilla - ©copyright) Per condividere una riflessione che ci è arrivata da un sacerdote dell'America Latina, che come tanti altri in questi mesi ci ha scritto sul fatto che nella Chiesa non sembra esserci differenza tra un sacerdote onesto e un altro processato e magari condannato, come vediamo ogni giorno, per crimini sessuali contro minorenni, abbiamo ieri domenica scritto alcune considerazioni e abbiamo posto alcune domande, sulle quali vogliamo tornare.
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Queste due figure di sacerdoti, il prete onesto e immacolato e l'altro, processato e condannato, nel celebrare l'Eucaristia, nel consacrare il Pane e nell'amministrazione dei sacramenti, sono uguali. Perché?
Perché, come spiega bene il mio caro amico Simone Varisco "è Cristo il celebrante" (Teologia ed emotività: quando dietro al sacerdote indegno c’è Cristo). Simone, nel suo erudito commento contrappone “Teologia” ed “Emotività”. Probabilmente vuole dire con garbo che il mio modo di ragionare rientra, magari giustamente, nella sfera dell'emotività e però non tiene in conto delle solide ragioni della Teologia e addirittura del Concilio di Trento, nonché di Santo Tommaso d'Aquino, tutte autorevole fonti che all'unanimità affermano: "Dietro al sacerdote c’è Cristo" pertanto anche dietro al sacerdote che si è macchiato di reati e crimini.
Ecco a mio avviso i passaggi più rilevanti dell'articolo di Varisco:
1) Di fronte al moltiplicarsi dei misfatti commessi dai sacerdoti, alcuni dei quali di terribile gravità, sorge spontaneo chiedersi se l’Eucaristia – e con questa il resto dei sacramenti da essi officiati – abbiano o meno piena validità.
2) Scrive Tommaso d’Aquino: «Uno può essere ministro di Cristo senza essere giusto. E ciò mette in risalto l’eccellenza di Cristo, poiché a lui come a vero Dio servono non solo le cose buone, ma anche quelle cattive, che la sua provvidenza indirizza alla propria gloria».
3) (Ecco la ) ragione per la quale i sacramenti producono infallibilmente il loro effetto. In teologia si dice ex opere operato, vale a dire indipendentemente dalla dignità e dal fervore di chi li amministra.
4) L’uomo, anche e soprattutto quando sacerdote, è solo uno strumento, il ministro delegato, un personaggio in certo senso secondario. E come non potrebbe esserlo al confronto di Cristo? Che sia questo, in fondo, l’insegnamento che ci viene dalla storia? Una lezione importante, specialmente in tempo di imperante egocentrismo
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Sottoscrivo interamente quanto ci ricorda Simone Varisco. Vorrei tuttavia precisare alcuni aspetti:
(a) Ammetto che il mio testo rientri nella sfera dell'emotività poiché ho voluto evidenziare domande che riguardano la capacità di milioni e milioni di cattolici di sopportare, e cioè, della facoltà di tollerare, accettare e superare da parte dei fedeli che ogni giorno sono bombardati di notizie non proprio edificanti su molti ministri di Cristo.
Mi chiedo dunque se sia o non sia un problema avere attenzione e premura anche per questa sofferenza che patiscono tantissimi cattolici e cristiani? Oppure il “santo fedele Popolo di Dio” deve sopportare in silenzio ogni cosa, anche la più indecente? Un cattolico ha ancora il diritto ad indignarsi di fronte a certi fatti che accadano nella sua chiesa, che non è altro poi che una comunità di cui egli stesso è parte vitale?
(b) Nella mia riflessione non ho mai avanzato dubbi sulla questione della validità delle potestà sacerdotali tra cui, quella più sublime, di consacrare il Papa (l'Eucaristia). Non sono entrato nella questione poiché, seppure abbia una esigua preparazione teologica, conoscevo la dottrina insita nella frase "dietro al sacerdote indegno c’è Cristo".
La questione che ho voluto sollevare è un'altra più banale, meno dottrinale, che si potrebbe forse considerare di natura disciplinare, cosa molto utile per educare ed eventualmente rieducare il colpevole e mandare un segnale educativo anche i fedeli. E' possibile che questa dimensione sia da sottovalutare o addirittura ignorare completamente poiché troppo debole e inconsistente rispetto alle più alte elaborazioni teologiche?
Sono certo che per milioni di cattolici questa sia invece una questione di grande centralità. In molti casi, la questione tocca drammaticamente la "sopportabilità" di alcune regole della chiesa che sembrano prescindere o ignorare la sensibilità del credente, come se questi fosse condannato ad accettare qualunque cosa. Questo elemento mi sembra di una gravità enorme.
Agire in questo modo, o pensare in questo modo, può essere un aggressione terribile alla coscienza di ogni essere umano davanti alla quale sappiamo che tutto si deve fermare, anche la Chiesa. Nessuno può violare il confine della coscienza di ciascuno di noi.
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Ps. In questi ultimi 30 anni, qualche centinaio di sacerdoti condannati definitivamente, in sede civile e canonica, per reati sessuali, in particolari su minorenni, ha continuato ad esercitare il suo ministero come se niente fosse. Ad alcuni è stato vietato per un tempo l’esercizio pubblico del suo ministero ma dopo il periodo di sospensione tutto è tornato come prima.
Allora, il buon senso (non il senso comune dal quale è meglio starsene lontano) di molti cattolici si domanda: perché loro possono continuare ad essere sacerdoti, a consacrare il Pane, a perdonare i peccati, a predicare il Vangelo, mentre un cattolico al quale è andato male il matrimonio non può prendere la comunione perché divorziato e risposato. 
Tanto per capire ancora meglio, senza ricordare casi disgustosi come quello del prete che dopo aver violentato un bambino in sagrestia subito dopo lo ha voluto come chierichetto sull'altare, raccontiamo la notizia di queste ore: in Kenya il vescovo di Homa Bay, mons. Philip Arnold Subira Anyolo, ha sospeso dal sacerdozio per un anno padre M. Ogolo perché nelle omelie inseriva tempi e ritmi di musica rap.
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