domenica 8 aprile 2018

L'Osservatore Romano
«Vogliamo riflettere sulla pastoralità come nota intrinseca del lavoro ecclesiale e teologico, e non come una semplice applicazione, pastorale o pratica, della teologia e della vita della Chiesa. Cerchiamo di approfondire il dialogo tra le generazioni che hanno fondato la teologia nell’Ispano-America, al fine di contribuire a una migliore comprensione del processo di riforme guidato da Papa Francesco»: è quanto hanno affermato in una nota i coordinatori del progetto ispanoamericano di teologia nell’ambito della celebrazione per il cinquantesimo anniversario del Consiglio episcopale latinoamericano (Celam) svoltosi a Medellín.Circa 25 teologi tra vescovi, cardinali e docentii, si sono incontrati nei giorni scorsi presso la Pontificia Universidad Javeriana di Bogotá, in Colombia, insieme all’intera comunità universitaria, per celebrare il congresso internazionale dal titolo: «Medellín: 50 anni dopo», in cui hanno riflettuto, tra gli altri temi, sulla sua «attuale validità», sulla «opzione per i poveri e la povertà» e sul «volto di una Chiesa autenticamente povera, missionaria e pasquale».
L’apertura del congresso — riferisce l’agenzia Fides — organizzata dalla Facoltà di teologia della Javeriana con la collaborazione dalla Scuola di teologia e dal ministero del Boston College, è stata affidata al cardinale Baltazar Enrique Porras Cardozo, arcivescovo di Mérida, mentre monsignor Raúl Biord Castillo, vescovo di La Guaira e vicepresidente della Conferenza episcopale venezuelana, ha presentato il tema «Evangelizzazione e promozione umana a Medellín».
«In questa occasione — hanno spiegato gli organizzatori — abbiamo voluto svolgere due nuove attività. La prima è una nuova riunione di lavoro del gruppo Ispanoamericano di teologia, e la seconda, aperta a tutti, è stata la realizzazione del congresso internazionale». Secondo i coordinatori, la teologia latinoamericana ha svolto un ruolo importante nell’attuale processo di rinnovamento ecclesiale che porta avanti Papa Francesco.
«La Conferenza dell’episcopato latinoamericano riunito a Medellín nel 1968 accentua la dimensione profetica e mostra il volto di una Chiesa pasquale, impegnata nell’opzione preferenziale dei poveri. Il pontificato di Francesco è un nuovo inizio del processo conciliare e riaccende la riforma della Chiesa iniziata a Medellín come Chiesa della frontiera, che riparte dalle periferie. Francesco è il primo Papa latinoamericano e mostra la fine dell’euro-centrismo ecclesiale». È stata questa la chiave di lettura offerta dal teologo argentino Carlos María Galli, direttore del dipartimento di teologia sistematica presso la Pontificia Università Cattolica di Buenos Aires. Per Galli, «la conferenza di Medellín fu molto simbolica, ottenne risonanza mondiale ed emerse una nuova forma di coscientizzazione dei popoli e di azione dei vescovi, insieme alla presenza di Papa Paolo VI, che per la prima volta incontra i campesinos a Bogotá.
Nel suo saluto, padre Gustavo Gutierrez, domenicano peruviano e tra i fondatori della Teologia della liberazione, ha sottolineato che «l’irruzione del povero è l’irruzione di Dio. Dobbiamo ascoltare l’essere umano dal basso. Per questo Medellín è parte dell’innovazione ecclesiale iniziata con il concilio Vaticano II, la storia e la liberazione integrale dell’uomo e della donna diventa luogo teologico».
Dello stesso avviso anche il cardinale venezuelano Baltazar Porras Cardozo, arcivescovo di Mérida, il quale ha spiegato all’agenzia Sir che «lo sfondo di questo invito del Boston College e della Javeriana va cercato nel nuovo clima di fedeltà al Vaticano II e all’opzione preferenziale per i poveri, su impulso di Papa Francesco, che porta con sé, nel suo pensiero e nella sua azione, le sue radici culturali. Dobbiamo valorizzare il contributo teologico che attinge alla vita del popolo, come dice il Pontefice. Dobbiamo apprendere dalla nostra gente semplice — ha concluso — la vita autentica e leggerla a partire dalla Evangelii gaudium».
L'Osservatore Romano, 7-8 aprile 2018.