mercoledì 21 marzo 2018

Vaticano
(a cura Redazione "Il sismografo")
L'allontanamento di mons. Dario Viganò, fino ad oggi Prefetto della Segreteria per la comunicazione, in seguito al gigantesco pasticcio della manipolazione della lettera di Benedetto XVI nonché della foto di tale documento - un vero capolavoro di insensatezze - può essere per il pontificato di Francesco un momento di grande rilievo per raddrizzare il timone di una riforma, quella dei media vaticani, che fino ad oggi somiglia più ad un fallimento che ad un successo. Questa è l'opinione più diffusa negli ambienti vaticani e giornalistici che seguono questo processo di riforma da tempo, con attenzione e preoccupazione, processo che il Papa chiamò "di ripensamento" nel Motu proprio del 27 giugno 2015 (data dell'istituzione del dicastero affidato a mons. Viganò).
Nella sua lettera al Papa, mons. Viganò, non parla mai di rinuncia. Usa la singolare dicitura "farmi in disparte" perché - scrive l’ex Prefetto -  "in questi ultimi giorni si sono sollevate molte polemiche circa il mio operato che, al di là delle intenzioni, destabilizza il complesso e grande lavoro di riforma che Lei mi ha affidato nel giugno del 2015 e che vede ora, grazie al contributo di moltissime persone a partire dal personale, compiere il tratto finale."
Dunque, mons. Viganò non parla della vicenda della lettera manipolata e neanche della catena degli errori successivi. Nessun cenno autocritico. Nessuna analisi di quanto è accaduto. Il tutto si risolve nel generico “il mio operato”.
Poi l'ex Prefetto va al dunque: " ... per evitare che la mia persona possa in qualche modo ritardare, danneggiare o addirittura bloccare quanto già stabilito del Motu Proprio l'attuale contesto comunicativo del 27 giugno 2015, e soprattutto, per l'amore alla Chiesa e a Lei Santo Padre, Le chiedo di accogliere il mio desiderio di farmi in disparte rendendomi, se Lei lo desidera, disponibile a collaborare in altre modalità".
Da parte sua, il Santo Padre, che ammette di aver avuto in questi giorni alcuni colloqui con mons. Viganò, parla di "passo indietro" e aggiunge: "rispetto la sua decisione e accolgo, non senza qualche fatica, le dimissioni da Prefetto".
Solo in questo passaggio il "farmi da parte" e il "passo indietro" ricevono il loro vero nome: "dimissioni da Prefetto", ma ciò lo scrive il Papa.
Segue un altro passaggio importante. Papa Francesco scrive: "Le chiedo di proseguire restando presso il Dicastero, nominandola come Assessore per il Dicastero della comunicazione per poter dare il suo contributo umano e professionale al nuovo Prefetto, al progetto di riforma voluto dal Consiglio dei Cardinali, da me approvato e regolarmente condiviso. Riforma ormai giunta al tratto conclusivo con l'imminente fusione dell'Osservatore Romano all'interno dell'unico sistema comunicativo della Santa Sede e l'accorpamento della Tipografia Vaticana".
Nella parole del Papa non c'è nessun giudizio su questi quasi tre anni di riforma o ripensamento dei media della Santa Sede.
Il Papa ancora una volta si limita a parlare del "progetto di riforma voluto dal Consiglio dei Cardinali, da me approvato e regolarmente condiviso".
Forse, e da oggi al settembre 2019 quando finirà il periodo "ad experimentum", Papa Francesco potrà valutare con calma i frutti di questa riforma che ai più appare come un insieme di moltissimi, troppi, proclami, discorsi, lectio magistralis, organigrammi e dichiarazioni, e soprattutto una furia iconoclasta sulla Radio Vaticana, distrutta e annientata per sempre. (Luis Badilla)