martedì 16 gennaio 2018

Papa in Cile
Viaggio Apostolico del Santo Padre Francesco in Cile e Perù (15 – 22 gennaio 2018) – Visita al “Centro Penitenciario Femenino” di Santiago. Discorso del Santo Padre
Sala stampa della Santa Sede
"Tutti sappiamo che molte volte, purtroppo, la pena del carcere si riduce soprattutto a un castigo, senza offrire strumenti adeguati per attivare processi. E questo non va bene."
[Text: Italiano, Español, Français, English, Português]
Nel pomeriggio, lasciata la Nunziatura Apostolica, il Santo Padre si è trasferito in auto al “Centro Penitenciario Femenino” di Santiago. Al Suo arrivo, alle ore 16 locali (20 ora di Roma), il Papa è stato accolto, nei pressi della Cappella, dalla Comandante della struttura carceraria e dai 5 Cappellani. Dopo l’omaggio floreale di due recluse insieme ai loro bambini, Papa Francesco si è recato nella palestra del Centro dove si trovano la Suora responsabile della Pastorale e una rappresentanza di recluse. Dopo un breve indirizzo di saluto della responsabile della Pastorale, la testimonianza di una detenuta e l’esecuzione di un canto del coro del carcere, il Santo Padre ha pronunciato un saluto. Dopo lo scambio dei doni ed una foto con le Guardie Carcerarie, il Papa si è recato in auto alla Cattedrale di Santiago. Pubblichiamo di seguito il discorso che il Papa ha pronunciato nel corso della visita al “Centro Penitenciario Femenino”:
Discorso del Santo Padre
Traduzione in lingua italiana
Care sorelle e fratelli,

Grazie. Grazie per quello che avete fatto, e grazie per l’opportunità che mi offrite di potervi visitare: per me è importante condividere questo tempo con voi e poter essere più vicino a tanti nostri fratelli che oggi sono privi della libertà. Grazie Suor Nelly per le Sue parole e specialmente per la testimonianza che la vita trionfa sempre sulla morte. Sempre. Grazie Janeth per aver avuto il coraggio di condividere con tutti noi i tuoi dolori e quella coraggiosa richiesta di perdono. Quanto abbiamo da imparare da questo tuo atteggiamento pieno di coraggio e umiltà! Ti cito: “Chiediamo perdono a tutti quelli che abbiamo ferito con i nostri delitti”. Grazie perché ci ricordi questo atteggiamento senza il quale noi ci disumanizziamo. Tutti noi dobbiamo chiedere perdono, io per primo, tutti. Questo ci umanizza. Senza questo atteggiamento di chiedere perdono, perdiamo la coscienza di aver sbagliato e che ogni giorno siamo chiamati a ricominciare, in  un modo o nell’altro.
In questo momento il cuore mi fa anche ricordare la frase di Gesù: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei» (Gv 8,7) [il Papa sente che alcune detenute la citano insieme con lui]… la conoscete bene! E sapete cosa dico spesso nelle omelie quando parlo del fatto che tutti abbiamo qualcosa dentro, o per debolezza, o perché sempre cadiamo, e l’abbiamo molto nascosto? Dico alle persone: “Tutti siamo peccatori, abbiamo tutti dei peccati. Non so: c’è qualcuno qui che non ha peccati? Alzi la mano…”. Nessuno ha il coraggio di alzare la mano! Egli ci invita – Gesù – ad abbandonare la logica semplicistica di dividere la realtà in buoni e cattivi, per entrare in quell’altra dinamica capace di assumere la fragilità, i limiti e anche il peccato, per aiutarci ad andare avanti.
Quando sono entrato, mi aspettavano le mamme con i loro figli. Sono stati loro a darmi il benvenuto, che si può esprimere in due parole: madre e figli.
Madre: molte di voi sono madri e sapete cosa significa dare la vita. Avete saputo “portare” nel vostro seno una vita e l’avete data alla luce. La maternità non è e non sarà mai un problema, è un dono, è uno dei più meravigliosi regali che potete avere. Oggi siete di fronte a una sfida molto simile: si tratta ancora di generare vita. Oggi a voi è chiesto di dare alla luce il futuro. Di farlo crescere, di aiutarlo a svilupparsi. Non solo per voi, ma per i vostri figli e per tutta la società. Voi, donne, avete una capacità incredibile di adattarvi alle situazioni e di andare avanti. Vorrei oggi fare appello alla capacità di generare futuro. Capacità di generare futuro che vive in ognuna di voi. Quella capacità che vi permette di lottare contro i tanti determinismi “cosificatori”, cioè che trasformano le persone in cose, che finiscono per uccidere la speranza. Nessuno di noi è una cosa: siamo tutti persone, e come persone abbiamo questa dimensione della speranza. Non lasciamoci “cosificare”. Non sono un numero, non sono il detenuto numero tale, sono Tizio o Caio che porta dentro di sé la speranza e vuole dare alla luce speranza.
Essere private della libertà, come ci diceva bene Janeth, non è sinonimo di perdita di sogni e di speranze. E’ vero, è molto duro, è doloroso, ma non vuol dire perdere la speranza. Non vuol dire smettere di sognare.  Essere privato della libertà non è la stessa cosa che essere privo di dignità, no, non è la stessa cosa. La dignità non si tocca, a nessuno. Si cura, si custodisce, si accarezza. Nessuno può essere privato della dignità. Voi siete private della libertà. Da qui consegue che bisogna lottare contro ogni tipo di cliché, di etichetta che dica che non si può cambiare, o che non ne vale la pena, o che il risultato è sempre lo stesso. Come dice il tango argentino: “Dai, avanti così, che tutto è uguale, che là all’inferno ci ritroveremo…”. No, non è tutto lo stesso. Care sorelle, no! Non è vero che il risultato è sempre lo stesso. Ogni sforzo fatto lottando per un domani migliore – anche se tante volte potrebbe sembrare che cada nel vuoto – darà sempre frutto e vi verrà ricompensato.
La seconda parola è figli: essi sono forza, sono speranza, sono stimolo. Sono il ricordo vivo che la vita si costruisce guardando avanti e non indietro. Oggi siete private della libertà, ma ciò non vuol dire che questa situazione sia definitiva. Niente affatto. Sempre guardare l’orizzonte, in avanti, verso il reinserimento nella vita ordinaria della società. Una pena senza futuro, una condanna senza futuro non è una condanna umana: è una tortura. Ogni pena che una persona si trova a scontare per pagare un debito con la società, deve avere un orizzonte, l’orizzonte di reinserirmi di nuovo e quindi di prepararmi al reinserimento. Questo esigetelo, da voi stesse e dalla società. Guardate sempre l’orizzonte, guardate sempre avanti verso il reinserimento nella vita ordinaria della società. Per questo, apprezzo e invito a intensificare tutti gli sforzi possibili affinché i progetti come “Espacio Mandela” e “Fundación Mujer levántate” possano crescere e rafforzarsi.
Il nome di questa Fondazione mi fa ricordare quel passo evangelico in cui molti prendevano in giro Gesù perché diceva che la figlia del capo della sinagoga non era morta, ma addormentata. Lo deridevano per questo. Di fronte allo scherno, l’atteggiamento di Gesù è paradigmatico: entrando dove stava la ragazza, la prese per mano e le disse: «Fanciulla, io ti dico: alzati!» (Mc 5,41). Per tutti era morta, per Gesù no. Questo tipo di iniziative sono segno vivo di Gesù che entra nella vita di ognuno di noi, che va oltre ogni scherno, che non dà per persa nessuna battaglia, ci prende per mano e ci invita ad alzarci. Che bello che ci siano cristiani e persone di buona volontà, che ci siano persone di qualunque credenza, di qualunque scelta religiosa nella vita, o anche non religiosa, ma di buona volontà, che seguono le orme di Gesù, che hanno il coraggio di entrare ed essere segno di quella mano tesa cha fa rialzare. Io te lo chiedo: alzati! Sempre rialzarsi.
Tutti sappiamo che molte volte, purtroppo, la pena del carcere si riduce soprattutto a un castigo, senza offrire strumenti adeguati per attivare processi. E’ quello che dicevo della speranza: guardare avanti, generare processi di reinserimento. Questo dev’essere il vostro sogno: il reinserimento. E se è lungo portare avanti questo cammino, fare il meglio possibile perché sia più breve. Ma sempre reinserimento. La società ha l’obbligo – l’obbligo! – di reinserire tutte voi. Quando dico “reinserire tutte voi”, dico reinserire ognuna di voi, ognuna con un processo personale di reinserimento: una con un cammino, un’altra con un altro, una per un tempo più lungo, un’altra più corto; ma una persona che è in cammino verso il reinserimento. Questo dovete mettervelo in testa e dovete esigerlo. E questo vuol dire generare un processo, attivare un processo. E questi spazi che promuovono programmi di apprendistato lavorativo e di accompagnamento per ricomporre legami sono segno di speranza e di futuro. Adoperiamoci perché crescano. La sicurezza pubblica non va ridotta solo a misure di maggior controllo ma soprattutto va costruita con misure di prevenzione, col lavoro, l’educazione e più vita comunitaria.
Con questi pensieri voglio benedire tutte voi e anche salutare gli operatori pastorali, i volontari, il personale e, in modo speciale, i funzionari della Gendarmeria e le loro famiglie. Prego per voi. Voi avete un compito delicato e complesso, e per questo auspico che le Autorità possano assicurarvi anche le condizioni necessarie per svolgere il vostro lavoro con dignità. Dignità che genera dignità. La dignità si contagia, si contagia più dell’influenza; la dignità si contagia. La dignità genera dignità.
A Maria, che è Madre e per la quale siamo figli – e voi siete sue figlie –, chiediamo che interceda per voi, per ognuno dei vostri figli, per le persone che avete nel cuore, e vi copra col suo mantello. E, per favore, vi chiedo di pregare per me, perché ne ho bisogno. Grazie.

Testo originale in lingua spagnola
Queridas hermanas y hermanos:
Gracias, gracias, gracias por lo que hicieron y gracias por la oportunidad que me dan para visitarlas, para mí es importante compartir este tiempo con ustedes y poder estar más cerca de tantos hermanos nuestros que hoy están privados de la libertad. Gracias Hna. Nelly por sus palabras y especialmente por testimoniar que la vida triunfa siempre sobre la muerte, siempre. Gracias Janeth por animarte a compartir con todos nosotros tus dolores y ese valiente pedido de perdón. ¡Cuánto tenemos que aprender de esa actitud tuya llena de coraje y humildad! Te cito: «Pedimos perdón a todos los que herimos con nuestros delitos». Gracias por recordarnos esa actitud sin la cual nos deshumanizamos, todos tenemos que pedir perdón, yo primero, todos, eso los humaniza. Sin esta actitud de pedir perdón perdemos la conciencia de que nos equivocamos y que nos podemos equivocar y que cada día estamos invitados a volver a empezar, de una u otra manera.
También ahora me viene al corazón la frase de Jesús: «El que no tenga pecado, que arroje la primera piedra» (Jn 8,7). ¡La conocéis bien! ¿Y saben qué suelo hacer yo en los sermones cuando hablo de que todos tenemos algo adentro o por debilidad, o porque siempre caemos, o lo tenemos muy escondido? Le digo a la gente: A ver, todos somos pecadores, todos tenemos pecados. No sé, ¿acá hay alguno que no tiene pecados?. Levante la mano. Ninguno se anima a levantar la mano.  Él nos invita, Jesús, a dejar la lógica simplista de dividir la realidad en buenos y malos, para ingresar en esa otra dinámica capaz de asumir la fragilidad, los límites e incluso el pecado, para ayudarnos a salir adelante.
Cuando ingresaba, me esperaban las madres con sus hijos. Ellos me dieron la bienvenida, y qué bien se puede expresar en dos palabras: madre e hijos.
Madre: muchas de ustedes son madres y saben qué significa gestar la vida. Han sabido «cargar» en su seno una vida y la gestaron. La maternidad nunca es ni será un problema, es un don, es uno de los regalos más maravillosos que puedan tener. Y hoy tienen un desafío muy parecido: se trata también de gestar vida. Hoy a ustedes se les pide que gesten el futuro. Que lo hagan crecer, que lo ayuden a desarrollarse. No solamente por ustedes, sino por sus hijos y por la sociedad toda. Ustedes, las mujeres, tienen una capacidad increíble de poder adaptarse a las situaciones y salir adelante. Quisiera hoy apelar a esa capacidad de gestar futuro, capacidad de gestar futuro que vive en cada una de ustedes. Esa capacidad que les permite luchar contra los tantos determinismos «cosificadores», es decir, que transforman a las personas en cosas, que terminan matando la esperanza. Ninguno de nosotros es cosa, todos somos personas y como personas tenemos esa dimensión de esperanza. No nos dejemos “cosificar”: No soy un número, no soy el detenido número tal, soy fulano de tal que gesta esperanza, porque quiere parir esperanza.
Estar privadas de la libertad, como bien nos decías Janeth, no es sinónimo de pérdida de sueños y de esperanzas. Es verdad, es muy duro, es doloroso, pero no quiere decir perder la esperanza, no quiere decir dejar de soñar. Ser privado de la libertad no es lo mismo que el estar privado de la dignidad, no, no es lo mismo. La dignidad no se toca a nadie, se cuida, se custodia, se acaricia. Nadie puede ser privado de la dignidad. Ustedes están privadas de la libertad. De ahí que es necesario luchar contra todo tipo de corsé, de etiqueta que diga que no se puede cambiar, o que no vale la pena, o que todo da lo mismo. Como dice el tango argentino: “dale que va, que todo es igual, que allá en el horno nos vamos a encontrar..”. No es todo lo mismo, no es todo lo mismo. Queridas hermanas, ¡no! Todo no da lo mismo. Cada esfuerzo que se haga por luchar por un mañana mejor —aunque muchas veces pareciera que cae en saco roto— siempre dará fruto y se verá recompensado.
La segunda palabra es hijos: ellos son fuerza, son esperanza, son estímulo. Son el recuerdo vivo de que la vida se construye para delante y no hacia atrás. Hoy estás privada de libertad, eso no significa que esta situación sea el fin. De ninguna manera. Siempre mirar el horizonte, hacia adelante, hacia la reinserción en la vida corriente de la sociedad. Una condena sin futuro no es una condena humana, es una tortura. Toda pena que uno está llevando adelante para pagar una deuda con la sociedad tiene que tener horizonte, es decir, el horizonte de reinsertarme de nuevo y prepararme para la reinserción. Eso exíjanlo a ustedes mismas y a la sociedad. Miren siempre el horizonte, hacia adelante, hacia la reinserción de la vida corriente de la sociedad. Por eso, celebro e invito a intensificar todos los esfuerzos posibles para que los proyectos como el Espacio Mandela y la Fundación Mujer levántate puedan crecer y robustecerse.
El nombre de la Fundación me hace recordar ese pasaje evangélico donde muchos se burlaban de Jesús por decir que la hija del jefe de la sinagoga no estaba muerta, sino dormida. Se burlaban, se reían de él. Frente a la burla, la actitud de Jesús es paradigmática; entrando donde la chica estaba, la tomó de la mano y le dijo: «¡Niña, yo te lo ordeno, levántate!» (Mc 5,41). Para todos estaba muerta, para Jesús no. Ese tipo de iniciativas son signo vivo de que este Jesús que entra en la vida de cada uno de nosotros, que va más allá de toda burla, que no da ninguna batalla por perdida con tal de tomarnos las manos e invitarnos a levantarnos. Qué bueno que haya cristianos, que haya personas de buena voluntad, que haya personas de cualquier creencia, de cualquier opción religiosa en la vida o no religiosa pero de buena voluntad que sigan las huellas de Jesús y se animen a entrar y a ser signo de esa mano tendida que levanta. Yo te lo pido, ¡levántate! Siempre levantando.
Todos sabemos que muchas veces, lamentablemente, la pena de la cárcel puede ser pensada o reducida a un castigo, sin ofrecer medios adecuados para generar procesos. Es lo que les decía yo sobre la esperanza, es mirar adelante, generar procesos de reinserción. Este tiene que ser el sueño de ustedes: la reinserción. Y si es larga llevar este camino, hacer lo mejor posible para que sea más corta, pero siempre reinserción. La sociedad tiene la obligación, obligación de reinsertarlas a todas. Cuando digo reinsertarlas, digo reinsertarlas a cada una, cada una con el proceso personal de reinserción, una por un camino, otra por otro, una más tiempo, otra menos tiempo, pero es una persona que está en camino hacia la reinserción. Y eso métanselo en la cabeza y exíjanlo. Esto es generar un proceso. En cambio, estos espacios que promueven programas de capacitación laboral y acompañamiento para recomponer vínculos son signo de esperanza y de futuro. Ayudemos a que crezcan. La seguridad pública no hay que reducirla sólo a medidas de mayor control sino, y sobre todo, edificarla con medidas de prevención, con trabajo, educación y mayor comunidad.
Quiero decir que con estos pensamientos quiero bendecir a todos ustedes y también saludar a los agentes de pastoral, a los voluntarios, a los profesionales y, de manera especial, a los funcionarios de Gendarmería y a sus familias. Rezo por ustedes. Ustedes tienen una tarea delicada, una tarea compleja, y por eso los invito, a ustedes,  a las autoridades a que puedan también darles, a ustedes las condiciones necesarias para desarrollar su trabajo con dignidad. Dignidad que genera dignidad. La dignidad se contagia, se contagia más que la gripe, la dignidad se contagia, la dignidad genera dignidad.
A María, ella que es Madre y para la cual somos hijos —ustedes son sus hijas—, le pedimos que interceda por ustedes, por cada uno de sus hijos, por las personas que tienen en el corazón, y los cubra con su manto. Y, por favor, les pido que recen por mí porque lo necesito. Gracias
Y estas flores que me regalaron se las llevaré a la Virgen en nombre de todas ustedes, nuevamente gracias.
Traduzione in lingua francese
Chers soeurs et frères,
Merci pour l’occasion que vous m’offrez de pouvoir vous rendre visite; il est important pour moi de partager ce temps avec vous et de pouvoir être plus proche de beaucoup de nos frères qui aujourd’hui sont privés de liberté. Merci, Soeur Nelly, de vos paroles et surtout de témoigner que la vie triomphe toujours de la mort. Merci Janeth de vouloir partager, avec nous tous, tes douleurs et cette courageuse demande de pardon. Que de choses devons-nous apprendre de ton attitude de courage et d’humilité ! Je te cite : « Nous demandons pardon à tous ceux que nous avons blessés par nos délits ». Merci de nous rappeler cette attitude sans laquelle nous nous déshumanisons, nous perdons conscience du fait que nous nous trompons et que chaque jour nous sommes invités à prendre un nouveau départ.
À l’instant même me vient aussi à l’esprit la phrase de Jésus: «Celui […] qui est sans péché, qu’il soit le premier à jeter une pierre » (Jn 8, 7). Il nous invite à abandonner la logique simpliste de diviser la réalité entre bons et mauvais, pour entrer dans cette autre dynamique à même d’assumer la fragilité, les limites et y compris le péché, pour nous aider à aller de l’avant.
Quand j’entrais, deux mères m’attendaient avec leurs enfants et des fleurs. Ce sont elles qui m’ont souhaité la bienvenue, qu’on peut bien exprimer en trois mots : mères, enfants et fleurs.
Mère: beaucoup d’entre vous sont des mères et savent ce que signifie donner la vie. Vous avez su ‘‘porter’’ dans votre sein une vie et engendrer. La maternité n’est jamais ni ne sera jamais un problème, c’est un don, l’un des présents les plus merveilleux que vous puissiez faire. Aujourd’hui, vous vous trouvez devant un défi très semblable: il s’agit aussi de donner la vie. Aujourd’hui, on vous demande d’engendrer l’avenir. De le faire grandir, de l’aider à se développer. Non seulement pour vous, mais aussi pour vos enfants et pour la société tout entière. Vous, les femmes, vous avez une capacité incroyable de pouvoir vous adapter aux situations et d’aller de l’avant. Je voudrais en ce jour faire appel à cette capacité de faire naître l’avenir qui vit en chacune d’entre vous. Cette capacité qui vous permet de lutter contre les nombreux déterminismes ‘‘chosifiants’’ qui finissent par tuer l’espérance.
Être privé de liberté, comme tu le disais si bien Janet, n’est pas synonyme de perdre les rêves et l’espérance. Être privé de liberté, ce n’est pas la même chose que d’être privé de dignité. D’où la nécessité de lutter contre tout type de carcan, d’étiquette selon lesquels on ne peut pas changer, ou que cela ne vaut pas la peine, ou que tout revient au même. Chères soeurs, non! Tout ne revient pas au même. Chaque effort qui se fait pour lutter en vue d’un lendemain meilleur – même si bien des fois il semble tomber dans un sac troué – portera toujours des fruits et sera récompensé.
Le deuxième mot, c’est enfants: ils sont force, ils sont espérance, ils sont encouragement. Ils sont le souvenir vivant du fait que la vie se construit vers l’avenir et non vers le passé. Aujourd’hui tu es privée de liberté, mais cela ne signifie pas que cette situation marque la fin. D’aucune manière! Il faut toujours regarder l’horizon, vers l’avenir, vers la réinsertion dans la vie courante de la société. C’est pourquoi, je loue et invite à intensifier tous les efforts possibles pour que les projets comme l’Espace Mandela et la Fondation Femme, lève-toi puissent gagner en importance et se renforcer.
Le nom de la Fondation semble me rappeler cette scène de l’Évangile où beaucoup se moquaient de Jésus parce qu’il a dit que la fille du chef de la synagogue n’était pas morte, mais qu’elle dormait. Face aux moqueries, l’attitude de Jésus est pragmatique: en entrant là où elle était, il la prit par la main et lui dit: «Jeune fille, je te le dis, lève-toi» (Mc 5, 21). Ce genre d’initiatives constitue un signe vivant de ce Jésus qui entre dans la vie de chacun d’entre nous, qui va au-delà de toute moquerie, qui ne considère aucune bataille comme perdue, au point de nous prendre par la main et de nous inviter à nous lever. Qu’il est bon qu’il y ait des chrétiens et des personnes de bonne volonté qui suivent les traces de Jésus et qui sont déterminés à entrer et à être signe cette main tendue qui relève!
Nous savons tous que souvent, malheureusement, la peine de prison se réduit surtout à une punition, sans offrir des moyens adéquats afin de créer des processus. Et c’est mauvais. En revanche, ces espaces qui promeuvent des programmes de formation au travail et un accompagnement pour recoudre les liens sont un signe d’espérance et d’avenir. Aidons à ce qu’ils grandissent. Il ne faut pas réduire la sécurité publique à des mesures de contrôle accentué, mais et surtout, il faut l’édifier sur des mesures de prévention, sur le travail, sur l’éducation et en faisant grandir la communauté.
Et enfin, fleurs: je crois que c’est ainsi que la vie fleurit, que la vie parvient à nous offrir sa plus grande beauté ; quand nous arrivons à travailler de concert les uns avec les autres de sorte que la vie gagne, qu’elle dispose toujours davantage de possibilités. Avec ce sentiment, je voudrais bénir et saluer tous les agents pastoraux, volontaires, professionnels et, de manière spéciale, les fonctionnaires de la Gendarmerie ainsi que leurs familles. Je prie pour vous. Vous avez une tâche délicate et complexe, et pour cela j’invite les Autorités à ce qu’ils puissent vous offrir également les conditions nécessaires pour accomplir votre travail dans la dignité. Dignité qui engendre dignité.
À Marie, qui est Mère et dont nous sommes les enfants, dont vous êtes les filles, nous demandons d’intercéder pour vous, pour chacun de ses enfants, pour les personnes que vous portez dans vos coeurs, et de vous couvrir de son manteau. Et s’il vous plaît, je vous demande de ne pas oublier de prier pour moi.
Et ces fleurs que vous m’avez offertes, je les porterai à la Vierge au nom de vous toutes. De nouveau, merci!
Traduzione in lingua inglese
Dear Sisters and Brothers:

Thankyou, thankyou, thankyou for what you have done and thank you for giving me this opportunity to visit you. For me it is important to share this time with you and draw closer to our many brothers and sisters presently deprived of their freedom. Thank you, Sister Nelly, for your kind words and especially for testifying that life always triumphs over death, always. Thank you, Janeth, for coming forward and sharing your hurt with all of us, and for your courageous request for forgiveness. How much we all have to learn from your act of courage and humility! I quote your words: “We ask forgiveness from all those whom we have harmed by our misdeeds”. I thank you for reminding us that without this attitude we lose our humanity, all of us need to ask forgiveness, me first of all, all of us, that is what makes us human. Without this attitude of asking forgiveness, we forget that we did wrong and that we can make mistakes and that every day is an invitation to start over, one way or another.
I also think of the words of Jesus: “Let him who is without sin among you be the first to throw a stone” (Jn 8:7). And do you know what I tend to do in my homilies when I speak about all of us having something inside either due to weakness or because we fall or because we hide it well? I tell the people: Let’s see, we are all sinners, we all have sins. I don’t know, is there anyone here without sin? Raise you hand. No one dares raise their hand. Jesus asks us to leave behind the simplistic way of thinking that divides reality into good and bad, and to enter into that other mindset that recognizes our weaknesses, limitations and even sins, and thus helps us to keep moving forward.
As I came in, some mothers met me with their children. They welcomed me, and their welcome can nicely be expressed in two words: mother and children.
Mother. Many of you are mothers and you know what it means to bring a new life into the world. You were able to “take upon yourself” a new life and bring it to birth. Motherhood is not, and never will be a problem. It is a gift, and one of the most wonderful gifts you can ever have. Today you face a very real challenge: you also have to care for that life. You are asked to care for the future. To make it grow and to help it to develop. Not just for yourselves, but for your children and for society as a whole. As women, you have an incredible ability to adapt to new circumstances and move forward. Today I appeal to that ability to bring forth the future that is alive in each one of you. That ability enables you to resist everything that might rob you of your identity and end up by killing your hope. None of us are things, we are all persons and as such we have the dimension of hope. Let us not be robbed of our identity. I am not a number, I am not prisoner with a given number, I have a name and I have the ability to bring forth hope, because I want to give birth to hope.
Janeth was right: losing our freedom does not mean losing our dreams and hopes. This is true, it is very painful, but this does not mean losing hope, nor losing the ability to dream. Losing our freedom is not the same thing as losing our dignity, it is not the same thing. Dignity must not be touched, it must be cared for, protected, and shown tenderness. No one must be deprived of dignity. You are deprived of freedom. That is why we need to reject all those petty clichés that tell us we can’t change, that it’s not worth trying, that nothing will make a difference. As the Argentinean Tango says: “Go ahead, keep it up, we’ll all meet there in hell”. It’s not true that we cannot make a difference. No, dear sisters! Some things do make a difference! All those efforts we make to build for a better future – even if often it seems they just go down the drain – all of them will surely bear fruit and be rewarded.
The second word is children. Children are our strength, our future, our incentive. They are a living reminder that life has to be lived for the future, not remain in the past. Today your freedom has been taken away, but that is not the last word. Not at all! Keep looking forward. Look ahead to the day when you will return to life in society. A prison sentence without a future is not a human sentence, it is a torture. Every sentence being lived out to pay a debt to society must have a perspective, that is it must have the horizon of reintegration and preparation for being reintegrated. This is something you must demand of society. Always have this outlook, look forwards, towards reintegration into today’s society. For this reason, I applaud and encourage every effort to spread and support projects like Espacio Mandela and the Fundación Mujer levántate.
The name of that Foundation makes me think of the Gospel passage where people laughed at Jesus because he said that the daughter of the synagogue leader wasn’t dead, but only asleep. They laughed at him. Jesus showed us how to meet that kind of derision: he went straight to her room, took her by the hand and said: “Little girl, get up!” (Mk 5:41). For all, the girl was dead, but for Jesus, not so. Projects like those I mentioned are a living sign of this Jesus, who enters into each of our homes, pays no attention to ridicule and never gives up. He takes us by the hand and tells us to “get up”. It is wonderful that so many Christians and people of good will, that there are people of different beliefs in life or who have no religion but show good will, who follow in the footsteps of Jesus and decide to come here to be a sign of that outstretched hand us that lifts us up. I ask you: “Get up”. Always get up.
We all know that, sadly, a jail sentence can be thought of or reduced to the idea of a punishment, offering no opportunities for personal growth. This is what I was explaining about hope, about looking forwards, generating processes of reintegration. This must be your dream: reintegration. If the path is long, do your best to make it shorter, but always with the idea of reintegration. Society has an obligation to provide for your reintegration, for all of you. When I say this, I mean to reintegrate each of you in your own personal way. One will do it one way, another will do it in a different way. One will take more time, another less. But it is always a person who is being reintegrated. Please have this firmly in your minds and demand it. This is what it means to generate a process. On the contrary, those initiatives that offer job training and help to rebuild relationships are signs of hope for the future. Let us help them to grow. Public order must not be reduced to stronger security measures, but should be concerned primarily with preventive measures, such as work, education, and greater community involvement.
With these thought I want to bless all of you and also greet the pastoral workers, volunteers and professional personnel, especially the police officers and their families. I pray for you. Your work is sensitive and complex, and so I ask you, the authorities, to try to provide the conditions needed to carry out your work with dignity. A dignity that engenders dignity. Dignity is contagious, more so than the flu. Dignity is contagious, dignity engenders dignity.
Mary is our Mother and we are her children, you are her daughters. We ask her to intercede for you, for each of your children and your dear ones. May she cover you with her mantle. And I ask you, please, pray for me because I need it.
The flowers you have given me, I will bring to the Blessed Virgin in the name of all of you. Once again, many thanks!
Traduzione in lingua portoghese
Queridas irmãs e irmãos!
Obrigado pela oportunidade que me dais de poder visitar-vos; para mim, é importante partilhar este tempo convosco e poder estar mais perto de tantos irmãos nossos que hoje estão privados da liberdade. Obrigado, Ir. Nelly, pelas suas palavras, especialmente por testemunhar que a vida triunfa sempre sobre a morte. Obrigado, Janeth, pela decisão de partilhares com todos nós as tuas aflições e aquele corajoso pedido de perdão. Quanto temos de aprender desta tua atitude cheia de coragem e humildade! São palavras tuas: «Pedimos perdão a todos aqueles que ferimos com os nossos delitos». Obrigado por nos lembrares esta atitude, sem a qual nos desumanizamos, perdemos a consciência de ter errado e de que somos chamados a recomeçar cada dia.
Neste momento, o coração faz-me recordar também a frase de Jesus: «Quem de vós estiver sem pecado, atire-lhe a primeira pedra» (Jo 8, 7). Ele convida-nos a deixar a lógica simplicista de dividir a realidade em bons e maus, para entrar numa outra dinâmica capaz de assumir a fragilidade, os limites e também o pecado, para nos ajudar a seguir em frente.
Quando entrei, estavam à minha espera duas mães com os seus filhos e algumas flores. Assim me deram as boas-vindas, que bem se podem expressar em três palavras: mãe, filhos e flores.
Mãe: muitas de vós sois mães e sabeis o que significa gerar a vida. Soubestes «trazer» no vosso seio uma vida, e a destes à luz. A maternidade não é, e nunca será, um problema; é um presente, um dos presentes mais maravilhosos que podeis ter. Hoje encontrais-vos perante um desafio muito parecido: trata-se ainda de gerar vida. Hoje é-vos pedido que deis à luz o futuro; que o façais crescer, que o ajudeis a desenvolver-se. Não só para vós, mas também para os vossos filhos e para toda a sociedade. Vós, mulheres, tendes uma capacidade incrível de vos adaptardes às situações e seguir em frente. Hoje gostaria de fazer apelo à capacidade de gerar futuro que vive em cada uma de vós. Essa capacidade que vos permite lutar contra a multidão de determinismos «coisificantes», que acabam por matar a esperança.
Estar privadas da liberdade, como justamente nos dizia Janeth, não é sinónimo de perda de sonhos e esperanças. Ser privadas de liberdade não é o mesmo que ser privadas de dignidade. Por isso, é necessário lutar contra todo o tipo de clichês, de rótulos que digam que não se pode mudar, ou que não vale a pena, ou que o resultado é sempre o mesmo. Não, queridas irmãs! Não é verdade que o resultado é sempre o mesmo. Todo o esforço que se fizer lutando por um amanhã melhor – embora muitas vezes pareça que cai em saco roto –, sempre dará fruto e será recompensado.
A segunda palavra é filhos: estes são força, são esperança, são estímulo. São a memória viva de que a vida se constrói olhando para a frente e não para trás. Hoje estais privadas da liberdade, mas isto não significa que esta situação seja definitiva. De maneira nenhuma. Levantai sempre o olhar para o horizonte, para a frente, para a reinserção na vida comum da sociedade. Por isso, louvo e convido a intensificar todos os esforços possíveis para que projetos como «Espacio Mandela» e «Fundación Mujer levántate» possam crescer e reforçar-se.
O nome desta Fundação faz-me recordar aquela passagem do Evangelho onde muitos zombavam de Jesus por dizer que a filha do chefe da sinagoga não estava morta, mas dormia. Face à zombaria, é paradigmática a atitude de Jesus: entrando onde a filha estava, tomou-a pela mão e disse-lhe: «Menina, sou Eu que te digo: levanta-te!» (Mc 5, 41). Iniciativas deste tipo são sinal vivo de Jesus que entra na vida de cada um de nós – Ele que ultrapassa toda a zombaria, que não dá por perdida nenhuma batalha –, toma-nos pela mão e convida-nos a levantar. Como é bom haver cristãos e pessoas de boa vontade que seguem os passos de Jesus e sabem entrar e ser sinal daquela mão estendida que faz levantar!
Todos sabemos que muitas vezes, infelizmente, a pena da prisão se reduz sobretudo a um castigo, sem oferecer meios adequados para gerar processos. E isto está mal. Pelo contrário, espaços como estes, que promovem programas de habilitação laboral e acompanhamento para recompor vínculos, são sinal de esperança e de futuro. Demos a nossa ajuda, para que cresçam. A segurança pública não se deve reduzir apenas a medidas de maior controle, mas sobretudo deve ser construída com medidas de prevenção, com trabalho, educação e mais vida comunitária.
E, por último, flores… Penso que é assim como a vida floresce, como a vida consegue oferecer-nos a sua maior beleza: quando conseguimos trabalhar juntos, uns com os outros, para fazer com que a vida vença, que seja sempre mais forte. Com este sentimento, quero abençoar e saudar todos os agentes de pastoral, os voluntários, o pessoal, nomeadamente os funcionários da Gendarmaria e as suas famílias. Rezo por vós. Tendes uma tarefa delicada e complexa e, por isso, espero que as autoridades possam assegurar-vos também as condições necessárias para realizardes o vosso trabalho com dignidade. Dignidade, que gera dignidade.
A Maria – Ela é Mãe e, para Ela, somos filhos: vós sois suas filhas –, pedimos-Lhe que interceda por vós, por cada um dos vossos filhos, pelas pessoas que trazeis no coração e vos cubra com o seu manto. E peço-vos, por favor, que não vos esqueçais de rezar por mim.
Estas flores que me destes de prenda, levá-las-ei a Nossa Senhora em nome de vós todas. De novo, obrigado!