giovedì 18 gennaio 2018

Papa in Cile
Santa Messa e Celebrazione Fraterna per l’integrazione dei popoli al Campus Lobito di Iquique. Omelia del Santo Padre: "Questa terra è terra di sogni, ma facciamo in modo che continui a essere anche terra di ospitalità"
Sala stampa della Santa Sede
[Text: Italiano, Español, English]
Questa mattina il Santo Padre Francesco, dopo essersi congedato dalla Nunziatura Apostolica di Santiago, si è trasferito in auto alla Base Aerea “Grupo 8 della FACH” da dove, alle ore 8.05 locali (12.05 ora di Roma) è decollato verso Iquique a bordo di un A321 della LATAM, dopo aver salutato individualmente 20 persone del Comitato Organizzatore.
Al Suo arrivo all’Aeroporto Internazionale “Diego Aracena” di Iquique, il Papa è stato accolto da S.E. Mons. Guillermo Patricio Vera Soto, Vescovo della Città, dal Presidente della Regione e dal Sindaco. Erano inoltre presenti un gruppo di fedeli, alcuni bambini e un coro. Quindi il Santo Padre Francesco si è trasferito in auto al Campus Lobito. Al Suo arrivo, dopo un giro in papamobile tra i fedeli, alle ore 11.30 locali (15.30 ora di Roma), il Papa ha presieduto la Santa Messa per l’integrazione dei popoli in onore di “Nuestra Señora del Carmen”, Madre e Regina del Cile. Per l’occasione la statua della “Virgen de la Tirana” è stata trasportata dal Santuario al luogo della Messa.
Nel corso del rito ha avuto luogo l’Incoronazione dell’Immagine de la Virgen de la Tirana. Quindi, a conclusione della Celebrazione Eucaristica, il Vescovo di Iquique, S.E. Mons. Guillermo Patricio Vera Soto, ha porto il suo saluto al Papa.
Pubblichiamo di seguito l’omelia che il Papa ha pronunciato dopo la proclamazione del Vangelo:

Omelia del Santo Padre
Traduzione in lingua italiana
«Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù» (Gv 2,11).
Così termina il Vangelo che abbiamo ascoltato, e che ci mostra la apparizione pubblica di Gesù: né più né meno che in una festa. Non potrebbe essere altrimenti, dal momento che il Vangelo è una costante invito alla gioia. Fin dall’inizio l’Angelo dice a Maria: «Rallegrati» (Lc 1,28). Rallegratevi, disse ai pastori; rallegrati, disse a Elisabetta, donna anziana e sterile…; rallegrati, fece sentire Gesù al ladrone, perché oggi sarai con me in paradiso (cfr Lc 23,43).
Il messaggio del Vangelo è fonte di gioia: «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15,11).
Una gioia che si propaga di generazione in generazione e della quale siamo eredi. Perché siamo cristiani.
Come sapete bene questo, voi, cari fratelli del nord cileno! Come sapete vivere la fede e la vita in un clima di festa! Vengo come pellegrino a celebrare con voi questo modo bello di vivere la fede. Le vostre feste patronali, i vostri balli religiosi – che si prolungano anche per una settimana –, la vostra musica, i vostri vestiti fanno di questa zona un santuario di pietà e di spiritualità popolare. Perché non è una festa che rimane chiusa all’interno del tempio, ma voi riesce riuscite a rivestire a festa tutto il villaggio. Voi sapete celebrare cantando e danzando la paternità, la provvidenza, la presenza amorosa e costante di Dio; e in questo modo generate atteggiamenti interiori raramente osservati altrove al medesimo grado in chi non possiede questa religiosità: pazienza, senso della croce nella vita quotidiana, distacco, apertura agli altri, devozione.[1] Prendono vita le parole del profeta Isaia: «Allora il deserto diventerà un giardino e il giardino sarà considerato una selva» (32,15). Questa terra, abbracciata dal deserto più arido del mondo, sa vestirsi a festa.
In questo clima di festa, il Vangelo ci presenta l’azione di Maria affinché la gioia prevalga. Lei è attenta a tutto quello che succede intorno e, come buona madre, non sta tranquilla e così si accorge che nella festa, nella gioia condivisa, stava accadendo qualcosa: c’era qualcosa che stava per “annacquare” la festa. E accostandosi a suo Figlio, le uniche parole che le sentiamo dire sono: «Non hanno vino» (Gv 2,3).
E così Maria va per i nostri villaggi, per le vie, le piazze, le case, gli ospedali. Maria è la Virgen de la Tirana; la Virgen Ayquina a Calama; la Virgen de las Peñas ad Arica, che passa per tutti i nostri problemi familiari, quelli che sembrano soffocarci il cuore, per accostarsi all’orecchio di Gesù e dirgli: vedi, «non hanno vino».
E poi non rimane zitta, si avvicina agli inservienti della festa e dice loro: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela» (Gv 2,5). Maria, donna di poche parole, ma molto concreta, si avvicina anche ad ognuno di noi per dirci solamente: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». E in questo modo si apre la strada al primo miracolo di Gesù: far sentire ai suoi amici che anch’essi partecipano al miracolo. Perché Cristo «è venuto in questo mondo non per fare la sua opera da solo, ma con noi; il miracolo lo fa con noi, con tutti noi, per essere il capo di un corpo le cui cellule vive siamo noi: libere e attive, siamo noi».[2] Così Gesù fa il miracolo: con noi.
Il miracolo comincia quando gli inservienti avvicinano le anfore dell’acqua che erano destinate alla purificazione. Così anche ognuno di noi può cominciare il miracolo, di più, ognuno di noi è invitato a partecipare al miracolo per gli altri.
Fratelli, Iquique è una “terra di sogni” (questo significa il nome in lingua aymara); una terra che ha saputo ospitare gente di diversi popoli e culture, gente che hanno dovuto lasciare i loro propri cari e partire. Una partenza marcia sempre basata sulla speranza di ottenere una vita migliore, ma sappiamo che è sempre accompagnata da bagagli carichi di paura e di incertezza per quello che verrà. Iquique è una zona di immigrati che ci ricorda la grandezza di uomini e donne; di famiglie intere che, davanti alle avversità, non si danno per vinte e si fanno strada in cerca di vita. Essi – specialmente quelli che devono lasciare la loro terra perché non hanno il minimo necessario per vivere – sono immagini della Santa Famiglia, che dovette attraversare deserti per poter continuare a vivere.
Questa terra è terra di sogni, ma facciamo in modo che continui a essere anche terra di ospitalità. Ospitalità festosa, perché sappiamo bene che non c’è gioia cristiana quando si chiudono le porte; non c’è gioia cristiana quando si fa sentire agli altri che sono di troppo o che tra di noi non c’è posto per loro (cfr Lc 16,31).
Come Maria a Cana, cerchiamo di imparare ad essere attenti nelle nostre piazze e nei nostri villaggi e riconoscere coloro che hanno una vita “annacquata”; che hanno perso – o ne sono stati derubati – le ragioni per celebrare. E non abbiamo paura di alzare le nostre voci per dire: «Non hanno vino». Il grido del popolo di Dio, il grido del povero, che ha forma di preghiera e allarga il cuore e ci insegna ad essere attenti. Siamo attenti a tutte le situazioni di ingiustizia e alle nuove forme di sfruttamento che espongono tanti fratelli a perdere la gioia della festa. Siamo attenti di fronte alla precarizzazione del lavoro che distrugge vite e famiglie. Siamo attenti a quelli che approfittano dell’irregolarità di molti migranti, perché non conoscono la lingua o non hanno i documenti in regola. Siamo attenti alla mancanza di casa, terra e lavoro di tante famiglie. E come Maria diciamo con fede: non hanno vino.
Come i servi della festa, portiamo quello che abbiamo, per quanto sembri poco. Come loro, non abbiamo paura a “dare una mano”, e che la nostra solidarietà e il mostro impegno per la giustizia facciano parte del ballo e del canto che oggi possiamo intonare a nostro Signore. Approfittiamo anche per imparare e lasciarci impregnare dai valori, dalla sapienza e dalla fede che i migranti portano con sé. Senza chiuderci a quelle “anfore” piene di sapienza e di storia che portano quanti continuano ad arrivare in queste terre. Non priviamoci di tutto il bene che hanno da offrire.
E poi, lasciamo che Gesù possa completare il miracolo, trasformando le nostre comunità e i nostri cuori in segno vivo della sua presenza, che è gioiosa e festosa perché abbiamo sperimentato che Dio-è-con-noi, perché abbiamo imparato a ospitarlo in mezzo a noi, nel nostro cuore. Gioia e festa contagiosa che ci porta a non escludere nessuno dall’annuncio di questa Buona Notizia, e a trasmetterla. Tutto quello che è della nostra cultura originaria, dobbiamo condividerlo con la nostra tradizione, con la nostra sapienza ancestrale perché colui che venga incontri sapienza. Questa è la festa. Questa è acqua trasformata in vino. Questo è il miracolo che fa Gesù.
Maria, coi diversi titoli con cui è invocata in questa benedetta terra del nord, continui a sussurrare all’orecchio del suo Figlio Gesù: «Non hanno vino», e in noi continuino a farsi carne le sue parole: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».
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[1] Paolo VI, Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 48.
[2] Sant’Alberto Hurtado, Meditación Semana Santa para jóvenes (1946).

Spagnolo
«Este fue el primero de los signos de Jesús, y lo hizo en la ciudad de Caná de Galilea» (Jn 2,11).
Así termina el Evangelio que hemos escuchado, y que nos muestra la aparición pública de Jesús: nada más y nada menos que en una fiesta. No podría ser de otra forma, ya que el Evangelio es una constante invitación a la alegría. Desde el inicio, el Ángel le dice a María: «Alégrate» (Lc 1,28). Alégrense, le dijo a los pastores; alégrate, le dijo a Isabel, mujer anciana y estéril...; alégrate, le hizo sentir Jesús al ladrón, porque hoy estarás conmigo en el paraíso (cf. Lc 23,43).
El mensaje del Evangelio es fuente de gozo: «Les he dicho estas cosas para que mi alegría esté en ustedes, y esa alegría sea plena» (Jn 15,11). Una alegría que se contagia de generación en generación y de la cual somos herederos. Porque somos cristianos.
¡Cómo saben ustedes de esto, queridos hermanos del norte chileno! ¡Cómo saben vivir la fe y la vida en clima de fiesta! Vengo como peregrino a celebrar con ustedes esta manera hermosa de vivir la fe. Sus fiestas patronales, sus bailes religiosos —que se prolongan hasta por una semana—, su música, sus vestidos hacen de esta zona un santuario de piedad y espiritualidad popular. Porque no es una fiesta que queda encerrada dentro del templo, sino que ustedes logran vestir a todo el poblado de fiesta. Ustedes saben celebrar cantando y danzando «la paternidad, la providencia, la presencia amorosa y constante de Dios. Así llegan a engendrar actitudes interiores que raramente pueden observarse en el mismo grado en quienes no poseen esa religiosidad: paciencia, sentido de la cruz en la vida cotidiana, desapego, aceptación de los demás, devoción».[1] Cobran vida las palabras del profeta Isaías: «Entonces el desierto será un vergel y el vergel parecerá un bosque» (32,15). Esta tierra, abrazada por el desierto más seco del mundo, logra vestirse de fiesta.
En este clima de fiesta, el Evangelio nos presenta la acción de María para que la alegría prevalezca. Ella está atenta a todo lo que pasa a su alrededor y, como buena Madre, no se queda quieta y así logra darse cuenta de que en la fiesta, en la alegría compartida, algo estaba pasando: había algo que estaba por «aguar» la fiesta. Y, acercándose a su Hijo, las únicas palabras que le escuchamos decir son: «No tienen vino» (Jn 2,3).
Y así María anda por nuestros poblados, calles, plazas, casas, hospitales. María es la Virgen de la Tirana; la Virgen Ayquina en Calama; la Virgen de las Peñas en Arica, que anda por todos nuestros entuertos familiares, esos que parecen ahogarnos el corazón para acercarse al oído de Jesús y decirle: mira, «no tienen vino».
Y luego no se queda callada, se acerca a los que servían en la fiesta y les dice: «Hagan todo lo que Él les diga» (Jn 2,5). María, mujer de pocas palabras, pero bien concretas, también se acerca a cada uno de nosotros a decirnos tan sólo: «Hagan todo lo que Él les diga». Y de este modo se desata el primer milagro de Jesús: hacer sentir a sus amigos que ellos también son parte del milagro. Porque Cristo «vino a este mundo no para hacer una obra solo, sino con nosotros –el milagro lo hace con nosotros–, con todos nosotros, para ser la cabeza de un cuerpo cuyas células vivas somos nosotros, libres y activas».[2] Así hace el milagro Jesús. Con nosotros.
El milagro comienza cuando los servidores acercan los barriles con agua que estaban destinados a la purificación. Así también cada uno de nosotros puede comenzar el milagro, es más, cada uno de nosotros está invitado a ser parte del milagro para otros.
Hermanos, Iquique es tierra de sueños —eso significa el nombre en aymara—; tierra que ha sabido albergar a gente de distintos pueblos y culturas. Gente que han tenido que dejar a los suyos, marcharse. Una marcha siempre basada en la esperanza por obtener una vida mejor, pero sabemos que va siempre acompañada de mochilas cargadas con miedo e incertidumbre por lo que vendrá.
Iquique es una zona de inmigrantes que nos recuerda la grandeza de hombres y mujeres; de familias enteras que, ante la adversidad, no se dan por vencidas y se abren paso buscando vida. Ellos —especialmente los que tienen que dejar su tierra porque no encuentran lo mínimo necesario para vivir— son imagen de la Sagrada Familia que tuvo que atravesar desiertos para poder seguir con vida.
Esta tierra es tierra de sueños, pero busquemos que siga siendo también tierra de hospitalidad. Hospitalidad festiva, porque sabemos bien que no hay alegría cristiana cuando se cierran puertas; no hay alegría cristiana cuando se les hace sentir a los demás que sobran o que entre nosotros no tienen lugar (cf. Lc 16,19-31).
Como María en Caná, busquemos aprender a estar atentos en nuestras plazas y poblados, y reconocer a aquellos que tienen la vida «aguada»; que han perdido —o les han robado— las razones para celebrar; Los tristes de corazón. Y no tengamos miedo de alzar nuestras voces para decir: «no tienen vino». El clamor del pueblo de Dios, el clamor del pobre, que tiene forma de oración y ensancha el corazón y nos enseña a estar atentos. Estemos atentos a todas las situaciones de injusticia y a las nuevas formas de explotación que exponen a tantos hermanos a perder la alegría de la fiesta. Estemos atentos frente a la precarización del trabajo que destruye vidas y hogares. Estemos atentos a los que se aprovechan de la irregularidad de muchos inmigrantes porque no conocen el idioma o no tienen los papeles en «regla». Estemos atentos a la falta de techo, tierra y trabajo de tantas familias. Y como María digamos con fe: no tienen vino, Señor.
Como los servidores de la fiesta aportemos lo que tengamos, por poco que parezca. Al igual que ellos, no tengamos miedo a «dar una mano», y que nuestra solidaridad y nuestro compromiso con la justicia sean parte del baile o la canción que podamos entonarle a nuestro Señor. Aprovechemos también a aprender y a dejarnos impregnar por los valores, la sabiduría y la fe que los inmigrantes traen consigo. Sin cerrarnos a esas «tinajas» llenas de sabiduría e historia que traen quienes siguen arribando a estas tierras. No nos privemos de todo lo bueno que tienen para aportar.
Y después dejemos a Jesús que termine el milagro, transformando nuestras comunidades y nuestros corazones en signo vivo de su presencia, que es alegre y festiva porque hemos experimentado que Dios-está-con-nosotros, porque hemos aprendido a hospedarlo en medio de nuestro corazón. Alegría y fiesta contagiosa que nos lleva a no dejar a nadie fuera del anuncio de esta Buena Nueva; y a trasmitirle todo lo que hay de nuestra cultura originaria, para enriquecerlo también con lo nuestro, con nuestras tradiciones, con nuestra sabiduría ancestral, para que el que viene encuentre sabiduría y dé sabiduría. Eso es fiesta. Eso es agua convertida en vino. Eso es el milagro que hace Jesús.
Que María, bajo las distintas advocaciones de esta bendecida tierra del norte, siga susurrando al oído de su Hijo Jesús: «no tienen vino», y en nosotros sigan haciéndose carne sus palabras: «hagan todo lo que Él les diga».
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[1] Pablo VI, Exhort. ap. Evangelii nuntiandi, 48.
[2] San Alberto Hurtado, Meditación Semana Santa para jóvenes (1946).