sabato 5 agosto 2017

Vaticano
Papa Francesco a novembre in Bangladesh e Myanmar? Quanto può essere centrale nel possibile viaggio la questione drammatica dei Rohingya?
(a cura redazione "Il sismografo")
(Francesco Gagliano - ©copyright) Da parte della sala stampa della Santa Sede non è ancora arrivata nessuna conferma nè smentita ufficiale, segno che l'ipotesi di un viaggio apostolico di Papa Francesco in Bangladesh e Myanmar (già Birmania), alla fine del prossimo mese di novembre, è al momento plausibile e possibile. Prima che cominciassero a circolare questi rumors il Vaticano stava prendendo in considerazione il progetto di un viaggio in India e Bangladesh ma al primo Paese è stato sostituito il confinante Myanmar e la scelta non sembra casuale: è sufficiente andare a vedere cosa sta accadendo da mesi, o meglio anni, nella regione del Rakhine, al confine tra queste due nazioni, per comprendere perché Oltretevere abbiano cambiato una delle due mete del viaggio.
Non sembrerebbe quindi peregrina l'idea che l'intento del prossimo, eventuale, viaggio di papa Francesco in quelle terre sia di stimolare le autorità delle due nazioni asiatiche perché cerchino una soluzione al dramma che il popolo dei Rohingya sta patendo da tempo e che finora è stato solo parzialmente arginato dagli aiuti internazionali e da interventi mai decisivi dei governi interessati. 
Si potrebbe persino pensare che il Papa voglia dare il suo contributo così come recentemente lo ha dato la OIC (Organisation of Islamic Cooperation), il cui segretario generale, Yousef bin Ahmad Al-Othaimeen, ha incontrato giovedì scorso la signora Sheikh Hasina, Primo Ministro del Bangladesh, per avviare un dialogo tra i leader religioni musulmani del Bangladesh e quelli buddisti del Myanmar che possa risolvere il problema dei Rohingya. «Il dialogo aiuterà a sviluppare una maggiore comprensione tra le due religioni» ha dichiarato il segretario generale e non è un mistero che questa filosofia sia condivisa da Papa Francesco. Sull'annosa questione che contrappone Bangladesh e Myanmar il Pontefice si era già espresso il 7 agosto 2015, incontrando il Movimento Eucaristico Giovanile (MEG), con queste parole: «il conflitto, per essere affrontato bene, dev’essere orientato verso l’unità, e in una società come la tua [si rivolge al giovane, di origine indonesiana, che ha posto la domanda], che ha una cultura con tante culture diverse dentro, deve cercare l’unità ma nel rispetto di ciascuna identità. Il confitto si risolve con il rispetto delle identità. Noi vediamo, quando guardiamo la tv o sui giornali, conflitti che non si sanno risolvere, e finiscono in guerre: una cultura non tollera l’altra. Pensiamo a quei fratelli nostri Rohingja: sono stati cacciati via da un Paese e da un altro e da un altro, e vanno per mare… Quando arrivano in un porto o su una spiaggia, danno loro un po’ d’acqua o un po’ da mangiare e li cacciano via sul mare. Questo è un conflitto non risolto, e questa è guerra, questo si chiama violenza, si chiama uccidere. E’ vero: se io ho un conflitto con te e ti uccido, è finito il conflitto. Ma questa non è la strada. Se tante identità – siano culturali, religiose – vivono insieme in un Paese, ci saranno i conflitti, ma soltanto con il rispetto dell’identità dell’altro. E con questo rispetto si risolve il conflitto. Le tensioni – in famiglia, tra amici – ho detto che per risolverle è necessario il dialogo; i veri conflitti sociali, anche culturali, si risolvono con il dialogo, ma prima con il rispetto dell’identità dell’altra persona».
È dall'inizio del 2017 che una recrudescenza della persecuzione dell'etnia dei Rohingya - popolazione molto simile a quella bengalese e omogenea per lingua, tradizioni e religione, bloccata in una sorta di limbo al confine tra Myanmar e Bangladesh e alla quale non viene riconosciuto uno status giuridico perché entrambi i paesi li considerano immigrati clandestini da generazioni - ha scosso l'opinione pubblica internazionale, facendo intervenire l'Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr) e numerosi leader internazionali, nonché 13 premi Nobel e vari personaggi pubblici tra cui gli italiani Emma Bonino e Romano Prodi. 
In Myanmar i Rohingya sono considerati come un corpo estraneo, relegati in una zona periferica del paese e sottoposti a cicliche repressioni che in più di un'occasione hanno assunto inquietanti contorni di persecuzione e pulizia etnica. Per molti mesi la leader birmana Aung San Suu Kyi si è trincerata in un silenzio che ha colpito l'opinione pubblica tanto quanto le violenze subite dall'etnia e solo in un'intervista rilasciata in aprile alla BBC il premio Nobel per la pace ha riconosciuto i problemi nello stato di Rakhine, dove i soldati sono accusati di stupri e uccisioni di civili, ma ha fermamente negato che ci sia in atto una pulizia etnica.
Prima di queste dichiarazioni della politica birmana Papa Francesco aveva espresso tutta la sua preoccupazione per la delicata situazione nel sud-est asiatico: nel corso dell'Udienza generale dell'8 febbraio scorso il Pontefice si era rivolto ai fedeli di tutto il mondo in questo modo: «io vorrei pregare con voi, oggi, in modo speciale per i nostri fratelli e sorelle Rohinya: cacciati via dal Myanmar, vanno da una parte all’altra perché non li vogliono… E’ gente buona, gente pacifica. Non sono cristiani, sono buoni, sono fratelli e sorelle nostri! E’ da anni che soffrono. Sono stati torturati, uccisi, semplicemente perché portano avanti le loro tradizioni, la loro fede musulmana. Preghiamo per loro. Vi invito a pregare per loro il nostro Padre che è nei Cieli, tutti insieme, per i nostri fratelli e sorelle Rohinya».