giovedì 10 agosto 2017

L'Osservatore Romano
Centinaia di civili malati e feriti che si trovano nella città di Raqqa hanno gravi difficoltà di accesso all’assistenza medica. La situazione nella città siriana si fa di giorno in giorno sempre più critica: nonostante i combattimenti estremamente violenti, non è stato preso alcun provvedimento per far evacuare i civili. Le uniche strutture sanitarie disponibili sono quelle di Kobane e Tal Abyad, a due ore e mezzo dal fronte, dove però finora solo pochi feriti sono riusciti ad arrivare.«Se non si muore per gli attacchi aerei, si muore per un colpo di mortaio; se non si muore per un colpo di mortaio, si muore colpiti dai cecchini; se non sono i cecchini, allora è un esplosivo. Anche qualora si riuscisse a sopravvivere, sopraggiunge la fame e la sete» racconta — secondo quanto riporta la France Presse — un paziente di 41 anni con ferite da schegge al torace, fuggito da Raqqa dopo aver perso sette familiari.
Raqqa è stata a lungo una delle principali roccaforti dei jihadisti del cosiddetto stato islamico (Is). All’inizio di giugno è scattata una massiccia offensiva congiunta della coalizione internazionale a guida statunitense, di una compagine curdo-araba e delle forze siriane. La situazione, al momento, è particolarmente complessa. Alla fine di luglio gran parte della zona sud della città era stata riconquistata costringendo i jihadisti alla fuga. Oggi sacche di resistenza dell’Is si trovano soprattutto nella parte nord della città e nei villaggi circostanti.
«I pazienti ci segnalano che un gran numero di malati e feriti è intrappolato nella città di Raqqa, con limitato se non inesistente accesso alle cure mediche e con scarse possibilità di fuga dalla città» afferma Vanessa Cramond, coordinatore medico dell’organizzazione Medici senza frontiere per la Turchia e la Siria settentrionale. «Il 29 luglio, nel giro di poche ore, la nostra équipe ha curato quattro persone, tra cui un bambino di cinque anni, che presentavano ferite da arma da fuoco subite mentre fuggivano dalla città. Siamo estremamente preoccupati per la vita di chi non può scappare».
I pochi pazienti riusciti a fuggire da Raqqa confermano che l’unico modo per lasciare la città è attraverso canali clandestini. Non esistono corridoi umanitari, il che comporta pericolosi ritardi nell’accesso all’assistenza medica urgente. A lanciare l’allarme sulle condizioni di vita nella città è stato di recente anche l’Unicef, secondo cui a Raqqa tra i 30.000 e i 50.000 civili risultano intrappolati e vittime di sanguinosi combattimenti. «Alcuni dei nostri pazienti sono rimasti dietro le prime linee per giorni o anche settimane» denuncia Cramond.
La cronaca conferma tragicamente la veridicità di questa testimonianza. Ieri, un raid attribuito alla coalizione internazionale a guida statunitense ha causato 22 morti, la maggiore parte dei quali civili inermi. Nella città e nel territorio circostante le milizie dell’Is continuano a combattere, anche se hanno perso molto terreno e sono in ritirata.
L'Osservatore Romano, 10-11 agoato 2017.