venerdì 11 agosto 2017

L'Osservatore Romano
La Repubblica Centrafricana è minacciata da una proliferazione di gruppi armati che si battono per il controllo delle risorse naturali del territorio. Si tratta di un fenomeno senza precedenti, che ha scatenato una escalation di violenze nelle ultime settimane e che minaccia seriamente la stabilità dell’intera regione. L’allarme è contenuto in un rapporto stilato da diversi think tank e ong attive in Africa e non solo, proprio nel momento in cui l’Onu parla del rischio di genocidio nel paese africano.
Questi nuovi gruppi armati «impongono una divisione de facto del territorio e fanno dello sfruttamento economico un elemento centrale della loro strategia» spiega il think tank statunitense Enough Project, che monitora la situazione in diversi paesi africani. «Il controllo delle risorse naturali della Repubblica Centrafricana — spiegano gli analisti di Enough Project, citati dalla France Presse — alimenta lotte fratricide tra gruppi armati» e questo in una situazione generale sempre più esplosiva e frammentata.
Ormai non c’è più una sola chiave di lettura per capire la fase che attraversa il paese. Accanto all’impasse politica — esplosa nel 2013 in seguito alla caduta del presidente François Bozizé — c’è quella sociale ed economica. Come dimostrano i recenti massacri a Gambo e Ngaoundaye, imperversano ancora le violenze tra i Seleka, che dicono di voler difendere la minoranza musulmana, e gli anti-Balaka, gruppo ritenuto vicino alla maggioranza cristiana. Tuttavia, lo scontro tra Seleka e anti-Balaka è soltanto una piccola parte di una crisi molto più vasta. L’estrema povertà e l’emergenza umanitaria stanno creando nuovi gruppi armati trasversali (cioè formati da elementi Seleka e anti-Balaka) che hanno nuovi obiettivi. «Da dieci mesi l’alleanza formata da tre fazioni ex-Seleka e un gruppo anti-Balaka sta causando disordini ed è alla radice della nuova fiammata di violenze» afferma Nathalia Dukhan, che per Enough Project segue da vicino la situazione nel paese.
Il fronte della Seleka è frammentato in otto distinti gruppi armati, mentre gli anti-Balaka in quattro. Spesso nascono formazioni miste, in base anche alle filiazioni territoriali. Approfittando di un governo sempre più debole, questi nuovi gruppi vogliono spartirsi le regioni in base alle ricchezze presenti: diamanti, petrolio, piantagioni, ecc. «Controllando vaste aree del territorio — continua Dukhan — i leader di questi gruppi armati hanno imposto un sistema molto rigido, che va a vantaggio soltanto dei loro interessi e degli affiliati, e questo a discapito della popolazione». Non esiste al momento un gruppo dominante — dicono sempre i think tank — e questo lascia presagire che le violenze s’intensificheranno sempre di più.
Gli ultimi dati forniti dall’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (Ocha) dicono che dall’inizio di luglio oltre settemila persone sono state costretta ad abbandonare le proprie case per fuggire in Camerun e in Ciad. In tutto sono almeno 450.000 (su una popolazione di quattro milioni e mezzo) le persone fuggite in altri paesi nei mesi scorsi. Lunedì scorso il segretario generale delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, Stephen O’Brien, a New York, aveva denunciato che «i segni di un genocidio sono evidenti». Nel paese è dislocata anche la missione dell’Onu Minusca che però ha ricevuto di recente numerose critiche per non essere riuscita, in molti casi, a evitare violenze.
L'Osservatore Romano, 10-11 agoso 2017.