domenica 13 agosto 2017

Portogallo
Incontro a Fátima sulla formazione permanente dei sacerdoti. Alla scuola di Maria
L'Osservatore Romano
La missione del Pontificio collegio portoghese, come «comunità sacerdotale vivente» a servizio della Chiesa locale e della Chiesa universale, è «occuparsi della formazione permanente dei sacerdoti», mettendosi con «tutte le sue energie e risorse alla scuola di Maria». In questo modo i preti potranno vivere come «discepoli del Signore e pellegrini della fede dietro al buon Pastore, con la stessa generosità, la stessa fiducia e la stessa costanza che furono della Madre di Dio». Ecco le indicazioni che monsignor Jorge Carlos Patrón Wong, segretario della Congregazione per il clero per i seminari, ha suggerito prendendo la parola nell’incontro tra sacerdoti studenti ed ex studenti del Pontificio collegio portoghese svoltosi a Fátima nei giorni scorsi.
Facendo espresso riferimento proprio alla spiritualità della cittadina mariana portoghese, il presule ha ricordato che «il popolo di Dio viene da ogni parte del mondo al santuario di Fátima, in un pellegrinaggio di fede che, attraverso questa porta santa che è la Madonna, apre il cuore all’incontro con il Signore». E, «a pensarci bene, la prima pellegrina della storia della salvezza è stata proprio lei, Maria». La giovane ragazza di Nazareth non ha avuto paura, infatti, «di mettere in discussione i propri progetti, di uscire da se stessa e di fidarsi della promessa di Dio; così, accogliendo con trepidazione, gioia e turbamento l’annuncio dell’Angelo, si mise subito in cammino, come pellegrina della fede: dapprima verso Elisabetta sua cugina ma, in generale, per tutta la vita ella si fece discepola di quel Figlio che aveva portato nel grembo, fino all’ora dolorosa della morte in croce».
«Se dunque Maria, madre e modello della fede, si è fatta discepola e serva del Figlio e dell’umanità — ha sottolineato monsignor Patrón Wong — allora questo è anche il programma di vita di un sacerdote: crescere e formarsi per essere sempre discepolo e servo del Signore e del popolo».
Del resto, ha fatto notare richiamandosi in particolare all’esperienza dell’istituto, il collegio non è «soltanto uno spazio fisico e anonimo in cui abitare mentre si compiono gli studi di specializzazione ma un luogo di vita sacerdotale, in cui si cresce nelle relazioni umane, nella condivisione della preghiera e nella fraternità presbiterale».
«Non devono esserci altre motivazioni nella nostra vita, nel nostro percorso spirituale e nell’esercizio del nostro ministero» ha suggerito. Perché, ha continuato, «dobbiamo essere animati dal desiderio di un’esperienza sempre più intensa di amore e di consacrazione con quel Dio che ci ha chiamato e diventare poi un ponte perché a questa esperienza di grazia possano accedere le persone che incontriamo».
Il segretario della Congregazione ha quindi fatto riferimento alla nuova Ratio fundamentalis, promulgata l’8 dicembre scorso, che ha definito la formazione sacerdotale come «un unico e ininterrotto cammino discepolare e missionario» sulle orme del Cristo. Dunque, ha rilevato, «solo per comodità pedagogica possiamo distinguere formazione iniziale e permanente ma, in realtà, il cammino formativo è unico e dura tutta vita, abbracciando la dimensione umana, spirituale, accademica e pastorale».
Questa esperienza, «che fa maturare la consacrazione sacerdotale e ravviva continuamente la carità pastorale del presbitero, si nutre di modalità concrete che, a seconda delle circostanze della Chiesa locale e delle fasce di età degli stessi sacerdoti», vanno «mediate e interpretate con una certa creatività». E così monsignor Patrón Wong ha fatto riferimento allo «sviluppo della fraternità sacramentale tra i sacerdoti, alla direzione spirituale e alla confessione, agli esercizi spirituali, all’esperienza della condivisione dei pasti e di altri momenti della vita personale o ministeriale, alla cura e all’accompagnamento reciproco perché ogni sacerdote possa, nel cammino della vita, affrontare sia le sfide pastorali e culturali che gli aspetti più faticosi come la solitudine, l’esperienza del fallimento, i momenti di crisi».
«Un collegio sacerdotale, dunque, lungi dall’essere solo un luogo e un’esperienza “di passaggio” o un semplice strumento “esterno” al percorso di vita sacerdotale — ha sostenuto ancora l’arcivescovo — è una realtà formativa che, in molti casi, può essere indispensabile come collante tra un “prima” e un “dopo”». Difatti «non di rado capita che c’è un “prima” rappresentato dalla formazione iniziale del seminario e, magari, dai primi mesi o anni di ordinazione e di ministero, e, successivamente, c’è un “dopo”, quando aiutati da qualche anno in più di età e di esperienza sacerdotale e arricchiti da un corso di studio vissuto a Roma, ci immergiamo totalmente nell’azione pastorale della Chiesa locale per la quale siamo stati chiamati a servire».
E «in mezzo a queste due fasi — ha annotato — c’è proprio l’esperienza del collegio: un luogo di incontro, di confronto con le realtà extradiocesane del proprio Paese, di aspetti quotidiani della vita umana e del cammino spirituale, condivisi nella gioia della fraternità sacerdotale». Il collegio, allora, «non è solo “la mia stanza” con “i miei esami universitari” da superare, ma è il luogo in cui ciascuno viene aiutato a vincere il proprio individualismo e a condividere il progetto vocazionale e il ministero presbiterale».
In conclusione, l’arcivescovo ha riproposto due espressioni di Papa Francesco, che ha definito il collegio portoghese «un vivaio di apostoli e un punto di unione delle Chiese dei vostri Paesi con Roma». Un «vivaio di apostoli», dunque, perché il collegio «non serve solo a offrire un posto letto e permettere degli studi accademici, ma a far crescere e maturare tutti gli aspetti tipici dell’essere pastore e apostolo del Vangelo». E anche «punto di unione», ha rilanciato il presule indicando l’esempio di Maria, perché il collegio, garantendo «una maturazione integrale e di fraternità sacerdotale, può offrire la grande possibilità di vivere un’esperienza della Chiesa romana e, viceversa, di portare qualcosa di questo respiro universale nella propria Chiesa locale».

L'Osservatore Romano, 12-13 agosto 2017