mercoledì 2 agosto 2017

(Giovanni Momigli) Le città ben riflettono le grandi e rapide trasformazioni che caratterizzano la fase storica che stiamo vivendo e la stessa condizione di pluralità nella quale siamo immersi e con la quale siamo chiamati a confrontarci e interagire: pluralità di soggetti; diversità dei riferimenti valoriali; molteplicità di culture; differenziazione delle esperienze religiose; vasti flussi migratori di persone e famiglie; costante destrutturazione e delegittimazione delle istituzioni a vantaggio dell’individuo; concatenazioni sempre più forti ed evidenti, che da tempo non riguardano più soltanto la dimensione economica e finanziaria e quella delle comunicazioni, ma che avvolgono ogni ambito del vivere.Le città, soprattutto le aree intensamente urbanizzate, rappresentano l’ambito ove quotidianamente si manifesta in modo evidente l’affermazione della società individualistica e post-moderna, che ha moltiplicato i non-luoghi, che ha reso instabili, o addirittura reciso, i vincoli comunitari e che ha annullato i riferimenti pratici e simbolici che alimentano identità condivise e progetti comuni.
Le città della post-modernità, caratterizzate da un tessuto sociale sempre più composito, per essere positivamente governate, esigono un pensiero e forme di progettazione e di azione che sappiano coniugare e valorizzare non solo le cose che uniscono, ma anche le differenze. Non è sufficiente limitarsi a registrare e segnalare i mutamenti, anche profondi, che attraversano le nostre città, è pure indispensabile individuare un orizzonte e imprimere una rotta. Ma, è possibile farlo, senza una seria e profonda rivisitazione dei fondamenti che regolano la nostra vita comune? Senza valori di riferimento chiari e condivisi, frutto di un dinamico confronto tra le differenze?
L’attuale contesto è caratterizzato sia da un alto livello di frammentarietà, sia dal moltiplicarsi delle interconnessioni. L’interdipendenza planetaria si fa sempre più forte e ormai avvolge ogni cosa. Per questo, occorre saper guardare al globale, per capire anche il frammento. È altresì necessario saper cogliere i mutamenti e valutare i processi che ogni frammento avvia e comporta. Per questo, a tutti e a ciascuno, nel valutare e nell’agire, è chiesta una seria presa di coscienza della complessità, intesa non solo come condizione della realtà, ma anche come chiave ermeneutica.
Siamo in presenza di processi inediti e in larga parte irreversibili. Presi da soli, forse, molti di questi processi non sono del tutto nuovi. A incidere fortemente e a rappresentare la novità è il loro intreccio, in un contesto di profondi cambiamenti geopolitici e con l’accelerazione con la quale oggi tutto si muove, per lo straordinario sviluppo dei mezzi di comunicazione e di trasporto.
Tra i grandi processi in corso, quello che possiamo ritenere uno dei più pervasivi e importanti, anche sul piano antropologico oltre che politico, è indubbiamente quello migratorio. Fenomeno non certamente nuovo, ma che oggi si presenta con forti elementi di novità, per una molteplicità di fattori. Basta pensare a come l’internazionalizzazione e le varie vicende geopolitiche abbiano profondamente mutato la stessa natura dei flussi migratori, partendo dalle problematiche e dai cambiamenti che le migrazioni producono, o da cui sono prodotte, già nei paesi di origine. Fino ad arrivare ai cambiamenti che esse inducono nei paesi di arrivo. Cosa, questa dei cambiamenti generati dai processi migratori, che da sola esige una visione della questione tutt’altro che parziale, bensì globale e complessiva.
L’attuale situazione mi sembra metta bene in luce la più che evidente necessità di andare oltre i cosiddetti modelli di integrazione sperimentati nei vari paesi, che stanno dimostrando tutte le loro lacune, parzialità e contraddizioni. In Italia, poi, in assenza di uno specifico modello di riferimento, di fatto si è andato affermando quello che potremmo definire «un modello ibrido di integrazione, cioè assimilazionista negli intenti e multiculturalista negli effetti, che spesso somma gli elementi negativi dell’uno e dell'altro».
I movimenti di persone, hanno sempre inciso sui destini di tutti i continenti, non solo in termini demografici. Il fattore demografico, tuttavia, oggi ha risvolti e un peso non indifferente in ogni ambito del vivere. Soprattutto in Italia e in Europa, dove siamo in presenza di quella che, pur variamente motivata, ho sentito chiamare la «nuova priorità culturale di non avere figli».
Quello migratorio è un grande, dinamico, articolato e complesso fenomeno culturale, sociale e civile, non solo economico. Per una lettura il più possibile oggettiva, la questione dei flussi migratori va osservata da vari punti di vista e nelle sue varie sfaccettature, mediante una molteplicità di strumenti analitici e interpretativi. Le migrazioni, infatti, costituiscono un fatto molteplice e variabile, non un insieme indistinto. Presenta sfide al migrante (deve ripensarsi e ricostruirsi una vita nel nuovo ambiente in cui riesce a risiedere), al paese di arrivo, ai paesi di transito e a quello di partenza. La stessa famiglia del migrante è fortemente messa alla prova, sia nel caso rimanga nel paese di origine per lungo tempo, sia che condivida, da subito o in un tempo relativamente breve, il progetto migratorio di un suo componente.
Il fenomeno migratorio, dunque, esige una visione complessiva per essere capito, ma anche per essere governato e non semplicemente controllato.
L'Osservatore Romano, 1°-2 agosto 2017.