venerdì 11 agosto 2017

(a cura Redazione "Il sismografo")
 
(Luis Badilla - ©copyright) Il Presidente della Cei cardinale Gualtiero Bassetti ha detto con riferimento al tema, molto visibile e ricorrente, della presenza di alcune Ong nel Mediterraneo dove da alcuni anni salvano disgraziati che fuggono dalle guerre e dalla fame: "Non fornire il pretesto di collaborare con i trafficanti di carne umana". Il porporato ha anche sottolineato con la stessa fermezza "la necessità di un’etica della responsabilità e del rispetto della legge". Subito, nel giro di pochi minuti, sulla rete sono apparsi numerosi - ormai sono decine - articoli e titoli su una presunta svolta della Chiesa italiana (e dunque del Papa) in materia d'immigrazione e accoglienza. Addirittura una presenza del Ministro degli interni italiano negli uffici della Segreteria di stato, non confermata e non smentita, è stata associata a questa rilevante svolta.
Per la verità, detto con grande sincerità, questa "svolta" non la si vede in nessuna parte. Sembra una sorta di campagna mediatica, per conto terzi, piena di affermazioni enfatiche per giustificare l'uso dell'espressione in questione. Null’altro. Qualsiasi fatica per trovare le ragioni oggettive della presunta svolta finisce nel nulla. Cosa c’è dietro? Da dov’è partita questa curiosa campagna mediatica? Dove si vuole andare a finire?
Il cardinale Bassetti ha detto, ha ribadito, ha spiegato, con parole sue ciò che per anni ha detto il suo il predecessore, il cardinale Angelo Bagnasco, il quale tra l'atro ieri a Genova ha ribadito gli stessi concetti di questi anni. Il cardinale Bassetti ha detto ciò che il Papa ha già spiegato in diverse circostanze (e anche allora si parlò di svolta).
Ecco la risposta completa di Papa Francesco sull'aereo che lo riportava in Italia dalla Svezia (1° novembre 2016):
Domande
Santità, da Siria o Iraq cercano rifugio nei Paesi europei e alcuni reagiscono con paura, c’è chi teme che questo esodo possa minacciare il cristianesimo in Europa. Qual è il suo messaggio anche alla Svezia, che ora comincia a chiudere le sue frontiere?
Risposta
«Prima di tutto, come argentino, come sudamericano, ringrazio tanto la Svezia per la sua accoglienza perché tanti argentini, cileni, uruguaiani sono stati accolti al tempo delle dittature militari. La Svezia ha una lunga tradizione di accoglienza: non solo nel ricevere ma anche nell’integrare, nel cercare subito casa, scuola, lavoro, integrare in un popolo. Mi hanno detto una statistica, che su nove milioni di abitanti 850 mila sarebbero nuovi svedesi, cioè migranti, rifugiati, o il loro figli. In secondo luogo, si deve distinguere tra migrante e rifugiato. Il migrante deve essere trattato con certe regole, migrare è un diritto ma un diritto molto regolato. Invece un rifugiato viene da una situazione di guerra, fame, angoscia terribile. Un rifugiato ha bisogno di più cura, di più lavoro, e anche in questo la Svezia ha sempre dato un esempio. Fare imparare la lingua, integrare nella cultura. Non dobbiamo spaventarci per l’integrazione delle culture perché l’Europa è stata fatta con una integrazione continua delle culture, di tante culture. Cosa penso dei Paesi che chiudono le frontiere? Credo che in teoria non si possa chiudere il cuore a un rifugiato. Ma c’è anche la prudenza dei governanti che credo debbano essere molto aperti nel riceverli ma anche fare un calcolo di come poterli sistemare. Perché un rifugiato non lo si deve solo ricevere ma lo si deve integrare. E se un Paese ha una capacità di integrazione faccia quanto può, se ha di più faccia di più, ma sempre con il cuore aperto. Non è umano chiudere le porte e il cuore, e alla lunga questo si paga, si paga politicamente, come anche una imprudenza nei calcoli, nel ricevere più di quelli che si possono integrare. Qual è il pericolo? Quando un rifugiato o un migrante non è integrato, si ghettizza, entra in un ghetto, e una cultura che non si sviluppa in un rapporto con un’altra cultura entra in conflitto, e questo è pericoloso. Credo che il consigliere più cattivo dei Paesi che tendono a chiudere le frontiere sia la paura. E il consigliere più buono la prudenza. In questi giorni ho parlato con un funzionario del governo svedese e mi diceva che hanno qualche difficoltà, perché vengono in tanti e non si fa in tempo a sistemarli, a trovare scuola, casa, lavoro, a far imparare la lingua…La prudenza deve fare questo calcolo. Io non credo che se la Svezia diminuisce la sua capacità accoglienza non lo faccia per egoismo o perché ha perso la capacità. Se c’è qualcosa del genere è per quello che ho detto: tanti oggi guardano alla Svezia perché ne conoscono l’accoglienza, ma non c’è il tempo necessario per sistemare tutti».