giovedì 3 agosto 2017

Italia
Festa patronale di Santo Stefano protomartire, presso la cattedrale di Concordia. Omelia del Cardinale Sandri. Apertura del processo di beatificazione del Cardinale Celso Costantini
Cong. Chiese Orientali
Il Cardinale Leonardo Sandri , Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, ha presieduto nella mattina di giovedì 3 agosto la solenne celebrazione pontificale per la festa patronale di Santo Stefano protomartire, presso la cattedrale di Concordia, su invito del vescovo Sua Eccellenza Monsignor Giuseppe Pellegrini. In tale occasione è stata data lettura del decreto di apertura della fase diocesana del processo di beatificazione e canonizzazione del servo di Dio cardinale Celso Costantini, nativo della diocesi, già delegato Apostolico di Fiume prima e poi in Cina, poi segretario della Congregazione di Propaganda Fide e cardinale di santa Romana Chiesa (www.santiebeati.it/dettaglio/97305)
Nella giornata di mercoledì 2 agosto il Cardinale Sandri, già presente in Friuli per la perdonanza di Bibione , ha visitato le antiche chiese di Grado e di Aquileia accolto dagli in caricati dell'Arcivescovo metropolita di Gorizia Sua Eccellenza Monsignor Carlo Redaelli . In modo particolare ad Aquileia , dopo la visita alla Basilica, il cardinale si è intrattenuto nella visita alla mostra ospitata attualmente presso il museo Archeologico Nazionale: "Volti di Palmira ad Aquileia" (www.fondazioneaquileia.it/mobile/notizie.php?cat=0&id=325), come segno di attenzione all'iniziativa che intende valorizzare la testimonianza storica e artistica dei Paesi provati dalla guerra e dal sedicente Stato Islamico. Alcune opere tra l'altro provengono dai Musei Vaticani e dal Terra Santa Museum della Custodia Francescana. 
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Omelia del Cardinale Leonardo Sandri, Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, nel Pontificale per la Solennità di Santo Stefano (nel ritrovamento delle reliquie) - Concattedrale di Concordia, giovedì 3 agosto 2017 A.D.
Eccellenza Reverendissima, Mons. Giuseppe Pellegrini, Vescovo di questa diocesi,
Eccellenza Mons. Ovidio Poletto, Vescovo Emerito,
Distinte Autorità,
Reverendi Sacerdoti, Religiosi, Religiose, Seminaristi,
Sorelle e fratelli nel Signore!
1. Ringrazio il Vescovo Giuseppe per l’invito ad essere qui con voi oggi, per celebrare insieme la festa patronale di questa Concattedrale e dell’intera Diocesi di Concordia-Pordenone. Grazie per le sue parole di accoglienza e per lo slancio missionario che la contraddistingue. Lo Spirito del Signore ci ha chiamato a spezzare il pane della Parola e del Corpo e del Sangue di Cristo, facendo memoria del ritrovamento delle reliquie del protomartire Stefano. Questa festa ci porta col cuore e con la mente nella terra di Gesù, a pochi chilometri da Gerusalemme, ove gli studi archeologici hanno ormai definito con un alto grado di sicurezza dove fosse la sepoltura di Stefano, nel luogo ora chiamato Bet Jemal, l’antico Kfargamla. La radice di entrambe le denominazioni richiama il nome di Gamaliele, fariseo maestro di San Paolo, uomo giusto che fa riflettere i membri del Sinedrio dinanzi alla predicazione degli apostoli: egli si rivela uomo libero, non legato a correnti e schieramenti, che scruta attentamente la Parola di Dio e cerca soltanto la Sua volontà. Dice loro: “Non vi accada di trovarvi addirittura a combattere contro Dio” (At 5, 39). La sua sapienza non è soltanto la profonda conoscenza dei testi sacri e delle dottrine, ma il lasciarsi educare da esse: Dio non è una formula del passato, esiste, è il vivente, e mantiene la sua promessa, un giorno manderà il Suo Messia secondo il suo disegno, non secondo quello che progettiamo noi uomini religiosi. Lascia aperta la porta del cuore e della vita all’irrompere dell’agire di Dio. Non per nulla alcune tradizioni più tarde raffigurano Gamaliele raccogliere insieme a Nicodemo il corpo di Stefano, facendosi dunque compagno di questi nel venire progressivamente alla luce di Cristo: insieme, sempre secondo una tradizione apocrifa, avrebbero ricevuto il Battesimo. Di fatto, l’episodio del ritrovamento delle reliquie descritto dal presbitero Luciano, parla di una apparizione in cui sono citati i corpi non soltanto di Stefano, ma appunto, tra gli altri, di Gamaliele e Nicodemo. Onorare dunque il patrono della Diocesi accompagnato dalla testimonianza di Gamaliele ci interroga sul nostro essere uomini e donne - e mi rivolgo in particolare a noi Vescovi, sacerdoti, religiosi, ma anche alle religiose e consacrate qui presenti - sulla nostra capacità di mantenere aperta la vita all’agire di Dio, radicati e fondati sulla meditazione attenta della Parola, amandola negli spazi di silenzio che è necessario ritrovare nella frenesia degli adempimenti della vita pastorale, amandola nel nostro cuore e ripetendola nel nostro intimo. “Lampada ai miei passi è la tua Parola, luce sul mio cammino”: sono certo in particolare che i passi che muoveranno il Vescovo Giuseppe nell’imminente inizio della Visita Pastorale siano un aiuto per tutte le comunità per rileggere il proprio cammino, la propria storia, a partire dalla Parola di Dio, memori e grati per il passato, attenti a discernere i segni del tempo presente, colmi di speranza per il futuro che viene da Dio e dalla nostra risposta a Lui che ci chiama ad essere annunciatori della gioia evangelica. Il modo di Gamaliele di leggere la vicenda degli apostoli davanti al Sinedrio, ci insegni anche ad avere una simpatia per tutti coloro che, apparentemente fuori dalla cerchia delle nostre comunità, sono cercatori di Dio e con le loro domande ci aiutano a scoprirlo nel segreto del nostro quotidiano. Penso nella mia esperienza con simpatia e commozione all’incontro con un profugo siriano, in un campo di raccolta nel sud del Libano, poco dopo l’inizio del conflitto, che mi prese per mano e mi condusse tra il fango al limitare della sua tenda: lui, musulmano, voleva che io benedicessi in nome di Dio i suoi tre figli che erano ciechi dalla nascita. Mi ha chiesto di essere me stesso e di dargli quello che potevo dargli come “uomo di Dio”: la mia benedizione.
2.Proprio a Bet Gemal campeggia nella chiesa affidata ai padri Salesiani una grande immagine del Crocifisso, con le parole “Padre, perdona loro”. Esse fanno eco all’espressione di Stefano che abbiamo appena ascoltato: “Non imputare loro questo peccato”, che seguono immediatamente il suo affidamento “Signore Gesù, accogli il mio spirito”. Solo un animo completamente abbandonato a Dio può continuare a fare sgorgare dal suo cuore il balsamo del perdono, che giunge ad abbracciare i nemici e i persecutori. Attingendo forza dalle “viscere di misericordia” - come cantiamo ogni mattina nel Benedictus - anche la nostra vita vince la propria sterilità e diventa capace di generare vita, restituendo all’altro la propria dignità grazie al perdono che siamo in grado di offrire. Vorremmo chiedere l’intercessione di santo Stefano quest’oggi, perchè ciascuno di noi anzitutto per se stesso accolga l’invito di Paolo “Lasciatevi riconciliare con Dio”, e verifichi quali ambiti della propria vita debbono essere posti sotto la luce del suo perdono: quelli in cui dobbiamo trovare il coraggio di chiederlo per noi stessi, e quelli in cui magari abbiamo ritardato per troppo tempo il donarlo a qualcuno che da noi lo attende, e magari non se lo merita, ma il Signore mette al bando ogni forma di rancore. Preghiamo in particolare per la Terra Santa: non lontano dal luogo dove furono ritrovate le reliquie del santo patrono Stefano, ora corre una parte del muro di separazione tristemente famoso. Sappiamo quanto i nostri fratelli ebrei ed arabi, che pure condividono il richiamo alla “viscere di misericordia di Dio - Rahamim” - Onnipotente e Misericordioso, abbiano bisogno di superare se stessi, creando le condizioni per il disarmo dei cuori, per una pace giusta e duratura.
3. Un’ultima realtà sulla quale vorrei riflettere con voi quest’oggi è tratta dalla pagina del Vangelo proclamata: il Signore non nasconde che il mysterium iniquitatis si scatenerà anche contro i suoi discepoli, tentando di soffocare in loro il Verbo della vita che essi proclamano: “vi consegneranno ai tribunali.. il fratello farà morire il fratello.. sarete odiati da tutti per causa mia..”. La parola decisiva è però quella che dichiara che la perseveranza, la fedeltà al Signore giungerà a rendere manifesta in noi e davanti agli altri la salvezza, che è appunto la comunione presente ed eterna con Lui. Come spesso ricorda Papa Francesco, queste parole non descrivono un passato lontano, ma ritraggono il travaglio anche del mondo odierno, segnato in tante parti, e in special modo nel Vicino e Medio Oriente, da episodi di persecuzione di fratelli e sorelle che lì vivono la loro fede nel Signore da due millenni. Se il Concilio Vaticano II li ha chiamati i “testimoni viventi della Resurrezione”, cinquant’anni dopo ci accorgiamo che quella parola “testimoni” recupera nell’oggi la dimensione antica di una testimonianza-martyria, che giunge sino all’effusione del sangue. Penso ai fratelli dell’Iraq, incominciando dal Vescovo Raho di Mosul, da padre Ragheed Ghanni, sino ai sacerdoti, ai bambini e agli altri fedeli della cattedrale siro-cattolica di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso a Baghdad. Ma se pensiamo bene, potremo andare con il cuore a molti altri.. Perchè la memoria del martire Stefano sia viva tra noi, e diventi seme fecondo che fa germogliare anche questa Chiesa di Dio che è in Concordia-Pordenone, vi affido due parole. La prima, tratta da un riflessione di Padre Cristian de Cherge, Priore del Monastero di Tibhirine, ucciso insieme a sei confratelli nel 1996: “Tra l’avere e il potere, tra una maggioranza e una minoranza, come tra il pessimismo e l’ottimismo, la fede ci dice che, qui e là, c’è posto per un “terzo mondo” inedito, quella della speranza.. Più la speranza è immensa, meglio percepisce istintivamente che potrà compiersi solo investendosi risolutamente in una lunga pazienza con sè, con l’altro, con Dio stesso. E’ giorno per giorno che dovrà mantenersi, per vivere. Ogni piccolo gesto le serve per dirsi. Siamo segnati, gli uni e gli altri, dalla chiamata di un aldilà, ma la logica prioritaria di questo aldilà è che si può far meglio tra noi, oggi, insieme. Un mondo nuovo è in gestazione, e a noi spetta di lasciarne presentire l’anima”. Chiediamo la grazia di essere uomini e donne di speranza, che fanno trasparire questa luce che Dio ha posto nel nostro cuore. Ci aiuti Maria Santissima, la Madre di Dio, che ha visto crescere la prima comunità apostolica di Gerusalemme anche attraverso il martirio di Santo Stefano. Ripeto oggi insieme a voi, nel giorno in cui si è soliti ricevere le nuove destinazioni per i presbiteri di questa diocesi, la preghiera di don Andrea Santoro, ucciso come testimone del Vangelo a Trabzon, in Turchia, nel 2006:
“Signore, vieni, prendi il rotolo della mia vita, aprilo, dissigillalo, penetrane il mistero, il segreto, l’enigma, le oscurità, le contraddizioni, il peccato, gli aneliti, i desideri, le aspirazioni… Vieni, fanne un disegno sapiente, una realizzazione santa. Tu immolato per me: sei l’unico che può farlo. A te consegno la mia vita… non piango più, perchè Qualcuno c’è che può abbracciare, leggere, costruire il disegno della mia vita, salvarlo, liberarlo”. Così sia.