giovedì 10 agosto 2017

Italia
Fattore famiglia
L'Osservatore Romano settimanale
(Gualtiero Bassetti) Sullo stato della famiglia in Italia, dopo molti anni di dibattito e di rinVII, si registra una notizia positiva: il 28 e 29 settembre si svolgerà la terza Conferenza nazionale a essa dedicata. Vi si parlerà dell’introduzione del “fattore famiglia” nel sistema fiscale italiano — di cui si discute da molto, troppo tempo — e che potrebbe dare effetti favorevoli non solo sul reddito dei nuclei familiari ma anche su un tema molto più delicato e complesso: quello della natalità.
La notizia rappresenta un fatto positivo perché permette di affrontare la realtà con qualche speranza in più e soprattutto perché aiuta ad avere uno sguardo proteso verso il futuro. Questa conferenza, infatti, al di là dei suoi esiti, rappresenta solo un primo passo verso una riflessione di più ampia portata all’interno di quella nuova questione sociale che sta caratterizzando da anni tutta la società occidentale. Una questione che trova, per l’appunto, nel rapporto tra famiglia e lavoro uno snodo di eccezionale importanza, perché si riferisce, in primo luogo, al rapporto tra uomo e donna e, poi, a quello tra donna e maternità. Il binomio famiglia lavoro, infatti, non è certo sintetizzabile in una questione meramente economica ma ha riflessi antropologici di portata immensa.
Un tema del genere, come si capisce, non può più essere eluso come se fosse solamente un argomento caro ai cattolici e quindi una questione ancillare dell’agenda pubblica del paese. No, il rapporto tra famiglia e lavoro è un tema centrale — pastorale, culturale e politico — per l’Italia di oggi e per quella di domani.
Da tempo alcuni dati interrogano profondamente. Ne cito solo uno, su cui forse poco si è riflettuto: secondo le statistiche dell’Ocse, l’Italia è al settimo posto al mondo come «ore lavorate in un anno per lavoratore». Questo significa, per citare il titolo di un’inchiesta giornalistica del «Corriere della Sera», che il paese è «diviso in due»: tra chi lavora troppo e chi è disoccupato. Da una parte ci sono i cosiddetti «nomadi produttivi» costretti a ritmi lavorativi impressionanti e a vivere sostanzialmente lontano dalle famiglie e dall’altra i precari che senza un lavoro certo non riescono a fornire una speranza al proprio nucleo familiare. Attenzione, questo è uno snodo fondamentale. Non certo per ripescare vecchi e inutili slogan sul «lavorare meno per lavorare tutti» ma, all’opposto, perché forse è giunto il momento di ripensare tutta l’organizzazione del lavoro e di ricostruirla su misura per la famiglia. Un’organizzazione del lavoro efficiente per l’economia e che soprattutto riesca a fornire il bene più prezioso per le famiglie di oggi: il tempo. Tempo che i genitori possono dedicare ai figli, agli anziani, allo svago, al volontariato, alla preghiera. Tempo necessario per costruire e alimentare quelle relazioni interpersonali senza le quali la società s’inaridisce o muore.
Bilanciare in maniera ottimale le ore di lavoro con quelle per la famiglia significa, pertanto, non solo rendere più efficiente il lavoro, ma significa soprattutto mettere al primo posto la persona umana per ribadire un sacrosanto principio evangelico: il lavoro è al servizio dell’uomo e non il contrario. Una società che, invece, valuta la dignità di una persona solamente in base allo status sociale dell’attività lavorativa — e quindi in relazione allo stipendio e al benessere che ne consegue — è di fatto una società infelice e sostanzialmente più povera.
Ciò che serve urgentemente all’Italia, quindi, non sono solo politiche per la famiglia, ma un radicale cambio di prospettiva. In definitiva, una vera e propria rivoluzione culturale: una rivoluzione incentrata sulla famiglia.
L'Osservatore Romano settimanale - 10 agosto 2017