lunedì 7 agosto 2017

(Ferruccio Sansa) Il parroco di Milano. L’uomo che accettò di guidare la Chiesa ambrosiana dopo un gigante come  Carlo Maria Martini. Ma anche il cardinale di Genova nei giorni del G8. Dionigi Tettamanzi, morto  ieri nella Villa Sacro Cuore di Triuggio (Mb) all’età di 83 anni, nel suo sacerdozio ha affrontato  grandi prove di fronte alle quali altri sarebbero arretrati. Lo ha fatto con il suo stile semplice, basato  sull’empatia più che sul carisma (come il predecessore Martini) o la dottrina (vedi il successore  Angelo Scola). Tettamanzi che, all’inizio degli anni ‘90, da segretario della Cei, era considerato  conservatore, poi è passato per progressista e oggi viene indicato come un bergogliano ante- Bergoglio. “Niente di tutto questo. Era fermo nei suoi princìpi. Ma il mondo gli è cambiato intorno,  così prima lo chiamavano conservatore e poi progressista”, racconta Andrea Chiappori, amico di  Tettamanzi e figura chiave della Comunità di Sant’Egidio a Genova. Già, era soprattutto un uomo di Chiesa. Un pastore nato: ha cercato prima di tutto il contatto con le  persone e la vita. “Forse gli derivava dalle origini brianzole, una terra contadina. Concreta”,  racconta un sacerdote milanese, suo ex allievo. A 11 anni Dionigi entra in seminario; a 23 viene  ordinato presbitero da Giovanni Battista Montini (che sarà papa Paolo VI). Comincia  l’insegnamento di teologia morale al seminario di Venegono: “Diceva sempre: ci sono i princìpi,  che non vanno modificati. Ma ci sono le persone, diverse una dall’altra. E vanno capite, ma prima  ancora amate”, ricorda l’ex allievo. L’eco del suo nome e della stima di Martini arriva a Roma.  Dopo essere stato vescovo di Ancona-Osimo (1989-1991), diventa segretario generale della Cei fino al 1995. Etichettato come conservatore, non se ne cura, non gli è mai importato essere collegato a  una corrente o all’altra. Era uomo di Chiesa. Ecco, gli anni genovesi. Chi se l’aspettava freddo e curiale deve ricredersi. “Più volte mi ha chiesto  di venire di notte ad assistere i bisognosi per strada”, ricorda Chiappori. Poi la prova del G8.  Tettamanzi stupisce tutti mostrando un volto inedito della Chiesa di fronte alla globalizzazione  selvaggia: “L’assolutizzazione dell’economia equivale a una forma di idolatria perché la persona  umana è nell’attività economica il soggetto, il fondamento e il fine”, scrive nel libro  Globalizzazione: una sfida (Piemme). Nel 2002 Giovanni Paolo II lo sceglie come successore di Martini. E l’intelligenza di Tettamanzi  starà nel cercare uno stile proprio: “È stato il parroco di Milano. In tanti ricordano le sue messe, in  cui il rito durava meno dei saluti. Ricordava volti, storie. Cercava di incrociare gli sguardi e di avere un contatto. Lo aiutava la sua figura, piccola, tanto meno ieratico dell’amato Martini”. Già il suo primo messaggio lasciò capire in che direzione intendeva andare: “I diritti dei deboli,  disse, non sono diritti deboli”. Furono anni di impegno incessante, di visite nelle 1.104 parrocchie.  La diocesi più grande del Paese, spina dorsale del mondo cattolico italiano quanto Roma. “Era  attento all’universalità della Chiesa. Anche con la crisi di vocazioni teneva che i sacerdoti andassero in missione”, ricorda un prete che Tettamanzi mandò in Zambia. Ecco, il parroco di milioni di milanesi, quello che a Natale andava a San Vittore o nei campi rom.  Quello che istituì il Fondo Famiglia per affrontare la crisi. Umile; quando lui pure aveva la tonaca  rossa, incontrando Martini gli scappava: “C’è il cardinale!”. Ma in grado di non cedere di fronte al  cattolicesimo di Comunione e Liberazione che imperava a Milano. E capace di far sentire la propria voce, di criticare l’allora sindaca Letizia Moratti per lo sgombero dei rom. Tettamanzi parlò di  “solidarismo ambrosiano”. Nel discorso di Sant’Ambrogio del 2010 chiese che gli islamici avessero “una moschea in ogni quartiere” per pregare. Umberto Bossi, Roberto Calderoli e Matteo Salvini lo  attaccarono: “Ma è un vescovo o un imam?”. Per alcuni fu un tentativo – forse riuscito – per  influenzare la nomina del successore. Arrivò Angelo Scola, più vicino a Cl. L’insegnamento di Tettamanzi era affidato a frasi dette con tono semplice che scavavano lentamente dentro: “È meglio essere cristiano senza dirlo che proclamarlo senza esserlo”. E ancora: “È  l’individualismo a minare la solidarietà. Questa forma di solitudine genera in sequenza paura,  chiusura, rifiuto dell’altro, specie se portatore di una diversità. Come accade verso gli immigrati”. Nel 2011 Tettamanzi si ritira per l’età. Arriva la malattia. Nel marzo scorso assiste alla visita di papa Francesco in sedia a rotelle. “Insegnante e maestro di vita di fede”, lo ha definito il nuovo  arcivescovo di Milano, Mario Delpini, che lo ringrazia “per la fiducia che mi ha accordato, tra  l’altro, proponendomi per l’episcopato”. Tettamanzi ha lasciato un segno profondo nella diocesi di  Milano, lo si troverà a lungo in Duomo e soprattutto nelle parrocchie.