giovedì 10 agosto 2017

L'Osservatore Romano
(Silvina Pérez) Una delle prime cose che abbiamo capito, noi che ci occupiamo di questo giornale, è la condizione temporale del nostro lavoro: l’informazione vaticana ha a che vedere con il presente, non con il passato. Tuttavia, il passato è qualcosa che irrompe dal nulla sotto le forme più inattese. E lo fa con forza, attraverso documenti, testimonianze e ricordi che sono la storia e la memoria, in questo caso, di monsignor Óscar Romero, un altro servitore della Chiesa di Roma.
Consultando i nostri archivi, la cronaca del 29 maggio 1977 ce lo conferma: a pagina 4, un articolo semplice ma molto dettagliato ci narra le visite di cortesia che vari vescovi di diversi paesi dell’America latina fecero ai nostri uffici durante i primi mesi di quell’anno. Tra loro si trovava monsignor Óscar Romero che visitò la nostra redazione nei primi giorni di aprile. «Da quando si è fatto carico del governo dell’arcidiocesi — si legge nell’articolo — sta alimentando con diverse iniziative la diffusione degli insegnamenti del Papa, per mezzo di sottoscrizioni all’Osservatore Romano, tra sacerdoti, laici, movimenti apostolici e comunità religiose». In quell’occasione, inoltre, Romero lasciò un elenco dettagliato, con nomi e cognomi, per attivare abbonamenti alle 104 parrocchie della sua diocesi.
Un piccolo episodio “pubblico” tra i tanti che si sono verificati, ma che nessuno conosce a causa della grande umiltà di Romero. La notorietà, infatti, non era tra le priorità della vita quotidiana di un uomo dell’istituzione ecclesiastica, di un vescovo che, come tanti altri in quei tempi difficili, quotidianamente dimostrava anche in questo modo la sua appartenenza al corpo della Chiesa di Roma. Amabile, cordiale, vicino ai sacerdoti della sua diocesi, ma anche molto esigente in materia di disciplina ecclesiastica, di ubbidienza alla Chiesa e di stretto uso degli abiti religiosi e degli ornamenti sacri.
All’epoca, Romero era già stato segnato profondamente dall’assassinio del gesuita Rutilio Grande e aveva celebrato la storica messa di esequie del 14 marzo 1977 insieme a più di 150 sacerdoti, alla presenza delle oltre 100.000 persone riunite nella cattedrale: le parole che pronunciò durante l’omelia sono le prime parole trascritte che abbiamo dell’arcivescovo di San Salvador. Per questa predica si ispirò a un’affermazione di Paolo VI, del quale era profondamente devoto, su chi sia il vero liberatore cristiano. Del resto, non dimentichiamo che quasi tutta la dottrina della liberazione cristiana di Romero si rifà all’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi.
Il contesto salvadoregno del 1977, nel quale Romero svolse la sua attività pastorale, è facile da ripercorrere attraverso alcuni inequivocabili dati: il 65 per cento del paese era composto di contadini, il 40 per cento dei quali analfabeti; più dell’80 per cento non aveva acqua né servizi igienici in casa, e più del 92 per cento non disponeva di energia elettrica. Esisteva però anche una minoranza ricca e straordinariamente forte che possedeva più del 77 per cento della terra. Nel Salvador 2100 famiglie avevano tanto quanto il resto di tutte le famiglie del paese.
Minacciati: questa era la parola abituale che circolava tra i cristiani del Salvador. Tra gli anni Settanta e Ottanta in America latina, infatti, a causa delle dittature e dei loro bracci armati, minaccia e povertà erano concetti entrambi fondati su una violenza senza pari. Durante questi primi mesi nella nuova sede episcopale e alla luce della situazione nella regione, monsignor Romero sentiva il peso della responsabilità: aveva bisogno di sentirsi ascoltato e incoraggiato. Ma la distorsione della sua vita insieme all’incomprensione del suo pensiero, in gran parte frutto dell’ignoranza di quella realtà lontana che era ed è per l’Europa l’America latina, gli crearono non poche difficoltà.
In quegli anni l’America centrale sarebbe diventata una delle aree strategiche della guerra fredda nel continente americano e incomprensibilmente l’azione pastorale di molti sacerdoti e membri della Chiesa fu vista, da una prospettiva bipolare del mondo, attraverso specchi curvi che deformarono l’immagine degli oggetti riflessi. Monsignor Romero invece esortava a un umanesimo discreto, irrequieto e instancabile. Si presentava ai potenti della terra e agli umili trasmettendo a tutti egualmente il messaggio di amore e di speranza, con la fermezza della carità che aveva saputo ammirare e conquistare.
Il 10 aprile, domenica di Pasqua, alcuni giorni prima di partire per Roma, promulga la sua prima lettera pastorale. Nel saluto di presentazione ai fedeli e a soli quarantacinque giorni dalla sua nomina deve puntualizzare che «questa arcidiocesi, grazie alla sua fedeltà al Vangelo, riscatta la calunnia che la vuole fare apparire come sovversiva, promotrice di violenza e di odio, marxista e politica; questa arcidiocesi, grazie alla sua persecuzione, si offre a Dio e al popolo come una Chiesa unita, disposta al dialogo sincero e alla cooperazione sana, messaggera di speranza e di amore». Questo documento, donato in una semplice fotocopia da Romero all’Osservatore Romano durante la sua visita, rappresenta una vera tabella di marcia del suo pensiero teologico pastorale: l’insistenza con cui invoca il «cammino di conversione dei cuori» come alternativa alla violenza riconduce alla bella formula di Paolo VI che parlava della vocazione per costruire la «civiltà dell’amore». Vale a dire, il progresso e la storia degli uomini si muovono grazie all’amore e per mezzo dell’amore.
Perché nella teologia quotidiana di Romero tra la Chiesa e il mondo l’unico cammino possibile — non facile, ma retto — passa per Cristo. Romero amò la Chiesa, si abbandonò totalmente a essa. Senza limiti. La sua fedeltà dinamica lo condusse, in effetti, a un inevitabile “martirio”, e la sua eredità pastorale, basata su un grande sforzo perché le riforme del concilio non si interpretassero in chiave di rottura, ha permesso di riacquistare inoltre un protagonismo storico di solidarietà con i poveri dell’America latina che la Chiesa aveva perduto. Bisogna anche segnalare che, nello spazio religioso, la perdita di monsignor Romero ebbe alcune conseguenze dirette del tutto inattese. Ci riferiamo, ad esempio, alla proliferazione di sette, in alcuni paesi dell’America centrale, in particolare Guatemala e El Salvador, improntate a un messianismo religioso che non ha nulla a che vedere con il Vangelo.
Senza dubbio la storia della Chiesa ringrazierà monsignor Romero per la sua difesa tenace dell’aspetto più trascendente che sfiora il mistero di Dio: la vita umana nelle sue sorgenti, nel suo corso e nella sua fine. «Se mi uccidono, risusciterò nella lotta del popolo salvadoregno». Oggi è evidente che questa profezia non era una semplice metafora occasionale, ma l’espressione di una conoscenza reale del popolo di Dio.
L'Osservatore Romano, 10-11 agosto 2017.