martedì 8 agosto 2017

L'Osservatore Romano
È una crisi senza precedenti quella che sta attraversando la Repubblica Democratica del Congo, segnata da terribili violenze e da una profonda crisi politica e istituzionale. Ieri, nella capitale Kinshasa, si è registrata l’ennesima fiammata di combattimenti. Dodici persone sono morte negli scontri tra la polizia e diversi gruppi che si oppongono al presidente Joseph Kabila. Le vittime sono morte a causa di «proiettili vaganti» dopo che un gruppo di assalitori «armati di fucili e armi bianche» hanno attaccato la polizia. Il colonnello Mwanamputu ha denunciato il «linciaggio» di due commissari che ora versano in condizioni critiche.
Ma la situazione è molto tesa, non solo nella capitale. Ieri l’Unicef ha lanciato un nuovo appello alla comunità internazionale sulla terribile crisi umanitaria nella regione meridionale del Kasai. «Il mondo non deve chiudere gli occhi di fronte alla tragica situazione in cui si trovano bambini e famiglie nella regione del Grand Kasai» ha dichiarato Marie-Pierre Poirier, direttore regionale dell’Unicef per l’Africa settentrionale e centrale. Negli ultimi dodici mesi oltre 1,4 milioni di persone, fra cui 850.000 bambini, sono state costrette a lasciare le proprie case, e «le loro vite sono state sconvolte dai diffusi atti di estrema violenza». I bambini e le donne raccontano terribili abusi. «Molti bambini sono stati reclutati dalle forze armate, costretti ad assumere droghe e travolti dalle violenze. Nulla può giustificare queste azioni» ha aggiunto il responsabile dell’Unicef. «La situazione per i bambini sta peggiorando — afferma l’Unicef — e le famiglie sfollate a causa del conflitto non hanno accesso ai servizi di base. Oltre 200 centri medici sono stati distrutti, si stima siano 400.000 i bambini a rischio di malnutrizione acuta grave. I bambini hanno perso un anno di istruzione, mentre centinaia di scuole sono state prese di mira e depredate, gli insegnanti sono stati uccisi o sono scappati».
Ricostruire l’esatta dinamica e la tipologia degli scontri è cosa ardua visto il fatto che non c’è un’unità tra i diversi gruppi armati locali. E gli interessi in gioco sono tanti.
C’è innanzitutto la partita politica. Il mandato di Kabila è scaduto nel dicembre 2016. Kabila ha già completato due mandati e non è più eleggibile secondo i dettami della Costituzione.
Le molte manifestazioni per chiedere a Kabila di rinunciare al potere e di indire nuove elezioni sono sfociate nel sangue. Nel gennaio 2017 sembrava che l’intesa fosse stata trovata: governo e opposizione avevano raggiunto un accordo, il cosiddetto accordo di San Silvestro, sostenuto in particolare dalla Conferenza episcopale della Repubblica Democratica del Congo, che aveva giocato un ruolo guida nella mediazione. L’accordo prevedeva la formazione di un governo di unità nazionale. Tuttavia, è rimasto sulla carta. Successivamente, lo scontro politico si è ampliato, trasformandosi nella battaglia tra diversi gruppi tribali e il governo. La miccia che ha scatenato questa nuova ondata di violenze è stata l’uccisione del leader tribale del Kasai Pierre Bandi a opera dei militari di Kinshasa. Da quel momento sono morte oltre tremila persone e interi villaggi sono stati rasi al suolo. Oltre un milione di persone è fuggito dal Kasai verso l’Angola.
Accanto alle motivazioni politiche e tribali, ci sono poi gli interessi economici. Il Kasai è una delle province meridionali che confinano con l’Angola. In ballo ci sono molte questioni di amministrazione e controllo di grandi spazi di territorio e di immense risorse. Basti pensare che la Repubblica Democratica del Congo è il terzo produttore mondiale di diamanti, anche se poi la maggior parte della produzione viene utilizzata per usi industriali.
L'Osservatore Romano, 8-9 agosto 2017.