giovedì 3 agosto 2017

Brasile
L'Osservatore Romano/edizione settimanale
(Marcelo Figueroa) Per comprendere lo sguardo pastorale latinoamericano e caraibico della Chiesa cattolica degli ultimi dieci anni e proiettarlo verso il futuro, è imprescindibile riflettere sul documento di Aparecida. Molti hanno sottolineato con giusto rigore storico l’influenza dell’arcivescovo Jorge Mario Bergoglio in quella conferenza, ma non è meno giusto mettere in luce la chiara influenza che ebbe quell’incontro sulla visione pastorale del Papa. È probabile che sia stato nell’economia dei tempi di Dio un cammino di reciprocità e uno specchio in cui la luce di Cristo ha segnato cammini e cuori, non solo per Bergoglio ma per la grande maggioranza dei partecipanti.Per questo è bene tornare a guardare con gli occhi di Aparecida un tema fondamentale nella missione e visione di Francesco come il dialogo ecumenico, a cui il documento della conferenza dedica spazio. In otto punti che condensano e riflettono non soltanto il pensiero dei vescovi partecipanti ma anche quello degli osservatori ecumenici invitati e di altri che furono generosamente consultati al momento di redigere i documenti preliminari.
Ben lungi da una concezione sociale statica, di cordialità tollerante o fenomeno sociologico, l’ecumenismo latinoamericano e caraibico vi si presenta come un tema «ecclesiologico, un cammino irrinunciabile e un’esigenza evangelica che è indispensabile comprendere e praticare». Il documento non esita ad affermare che «la mancanza di unità rappresenta uno scandalo, un peccato e un ritardo nel compimento della volontà di Cristo». Inoltre, Aparecida intravede con speranza la comunione eucaristica, frutto di un «atteggiamento spirituale e pratico, in un cammino di conversione e riconciliazione». Solo così arriverà «il giorno in cui potremo celebrare, insieme a tutti coloro che credono in Cristo, la divina eucaristia».
Già allora si percepivano due fenomeni sociali e religiosi molto intensi in America latina e nei Caraibi: i processi migratori e la crescita dei nuovi movimenti religiosi. Lungi dal vedere questi fenomeni come minacce, il documento di Aparecida li osserva con carità e apertura, come una sfida per la missione del Vangelo. Sui migranti afferma che «la mobilità umana, caratteristica del mondo di oggi, può essere occasione propizia al dialogo ecumenico della vita». E in relazione ai movimenti religiosi esorta a «lavorare insieme alle singole confessioni cristiane per realizzare azioni congiunte nei diversi campi della vita ecclesiale, pastorale e sociale e per la stima reciproca, l’ascolto comune della parola di Dio e la cooperazione ecumenica». Perché «dove si stabilisce il dialogo, diminuisce il proselitismo, crescono la conoscenza reciproca e il rispetto, si aprono possibilità di testimonianza comune».
Il paragrafo culmina in una citazione di Benedetto XVI, presente alla conferenza: «Non bastano le manifestazioni di buoni sentimenti. Occorrono gesti concreti che entrino negli animi e smuovano le coscienze, sollecitando ciascuno a quella conversione interiore che è il presupposto di ogni progresso sulla via dell’ecumenismo». Senza dubbio, dieci anni dopo, c’è in questi testi molto per comprendere il cammino ecumenico di Bergoglio e dello sguardo verso l’orizzonte del Pontefice nella prospettiva che gli piace chiamare «diversità riconciliata». Dalle periferie e verso le periferie del continente moreno che lo ha visto crescere e che lo vede esercitare il suo ministero universale, è forse una delle chiavi per comprendere e valorizzare la profondità e l’estensione del ministero del Papa della «fine del mondo».
L'Osservatore Romano/edizione settimanale 3 agosto 2017.