martedì 8 agosto 2017

Argentina
Ricordo del teologo argentino Rafael Tello nel centenario della nascita. Dove la fede ha un colore speciale
L'Osservatore Romano
Un profilo spirituale. Per ricordare il primo centenario della nascita del teologo argentino Rafael Tello (1917-2002), pubblichiamo la prefazione al libro di Enrique Ciro Bianchi, "Introduzione alla teologia del popolo. Profilo spirituale e teologico di Rafael Tello" (Bologna, Emi, 2015) scritta da Jorge Mario Bergoglio. Si tratta del testo che l’arcivescovo di Buenos Aires pronunciò il 10 maggio 2012 nella Facoltà di Teologia della Pontificia Universidad Católica Argentina per presentare l’edizione originale del volume.
(Jorge Mario Bergoglio) La storia ha le sue ironie. Questa è la prima volta che vengo alla Facoltà di Teologia (non mi sono laureato qui). E vengo a presentare un libro sul pensiero di un uomo che è stato allontanato da questa Facoltà. Cose della storia. Dio sa come raddrizzare i torti: quella stessa gerarchia che a un certo punto aveva creduto opportuno allontanarlo, oggi dice che il suo pensiero è valido. Più ancora, è stato fondamento del lavoro evangelizzatore in Argentina. Voglio ringraziare Dio per questo.
Il libro che oggi presentiamo ha, a mio parere, due lineamenti preziosi che meritano di essere messi in risalto. In primo luogo, ci aiuta a comprendere teologicamente i modi propri con cui il nostro popolo umile esprime la sua fede. Ma d’altra parte ci dà la possibilità di entrare in contatto col pensiero di un teologo che è stato tra i più fecondi della nostra Chiesa argentina, ma che non ha ancora ricevuto il riconoscimento sufficiente. A partire da queste due idee voglio presentare alcune riflessioni.
Anzitutto bisogna dire che la fede è sempre una grazia, un regalo di Dio immeritato da parte nostra. Dio effonde continuamente il suo amore su di noi ed è questo a farci cristiani. Per dirla nel nostro dialetto locale lunfardo: Dio ci primerea, ci anticipa, ci anticipa sempre, ci ama per primo, ci cerca per primo, ci aspetta per primo. E questo è pura grazia. Come dice la Scrittura: «In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi» (1 Giovanni, 4, 10).
In questa cornice abita la fede, e in questa cornice abita la fede del nostro popolo umile. È quell’amore a darci forza, speranza e gioia nella nostra vita quotidiana. La fede è la nostra risposta a quell’amore, è trovare un appoggio sicuro in Dio, è entrare in comunione col mistero di un amore che ci supera e ci avvolge. E Dio concede abbondantemente quella grazia, e in modo speciale tra i poveri. La dà a tutti, ma ai poveri in maniera speciale. Gesù stesso si meraviglia di questa predilezione divina quando dice: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli» (Matteo, 11, 35).
Sotto il profilo storico, il nostro continente latinoamericano è marcato da due realtà: la povertà e il cristianesimo. Un continente con molti poveri e con molti cristiani. Ciò fa sì che nelle nostre terre la fede in Gesù Cristo assuma un colore speciale. Le processioni affollatissime, la fervida venerazione di immagini religiose, il profondo amore per la Vergine Maria e tante altre manifestazioni di pietà popolare sono una testimonianza eloquente. Il documento di Puebla esprime questa consapevolezza dicendo che l’incarnazione del Vangelo in America ha prodotto una «originalità storico-culturale» (cfr. Documento di Puebla, 446). In cinque secoli di storia, nel nostro continente è andato sviluppandosi un nuovo modo culturale di vivere il cristianesimo, il cristianesimo ha trovato un nuovo volto.
Quando ci avviciniamo al nostro popolo con lo sguardo del buon pastore, quando non veniamo per giudicare ma per amare, troviamo che questo modo culturale di esprimere la fede cristiana resta tuttora vivo tra noi, specialmente nei nostri poveri. E questo, fuori da qualsiasi idealismo sui poveri, fuori da ogni pauperismo teologale. È un fatto. È una grande ricchezza che Dio ci ha dato. Aparecida ha fatto un passo avanti nel riconoscerla. Se prima si parlava di religiosità popolare (il termine resta in uso), Paolo VI fa un passo avanti e dice: sarebbe meglio chiamarla pietà popolare. Aparecida fa un altro passo avanti e la chiama spiritualità popolare.
In una prospettiva storica, se guardiamo a questi cinque secoli di storia, vediamo che la spiritualità popolare è una strada originale lungo la quale lo Spirito Santo ha condotto e continua a condurre milioni di nostri fratelli. Non si tratta soltanto di manifestazioni di religiosità popolare che dobbiamo tollerare, si tratta di una vera spiritualità popolare che deve essere rafforzata secondo le sue proprie vie.
Dopo Aparecida non possiamo più trattare la pietà popolare come la Cenerentola di casa. È singolare: nella redazione di Aparecida, tre o quattro giorni prima della votazione definitiva, il documento aveva ricevuto 2440 «modi», cioè emendamenti, che andavano risolti entro quei giorni. E tuttavia il capitolo sulla spiritualità popolare ricevette soltanto due o tre osservazioni, ma stilistiche, secondarie. Venne rispettato esattamente così com’era uscito dalla commissione in cui si era visto rispecchiato tutto l’episcopato che era là presente. Questo è un segno.
Non è la Cenerentola della casa. Non sono quelli che non capiscono, quelli che non sanno. Mi dispiace quando qualcuno dice: «Quelli dobbiamo educarli». Ci perseguita sempre il fantasma dell’Illuminismo, quel riduzionismo ideologico-nominalista che ci porta a non rispettare la realtà concreta. E Dio ha voluto parlarci tramite realtà concrete. La prima eresia della Chiesa è la gnosi, che già l’apostolo Giovanni critica e condanna. Anche al giorno d’oggi possono darsi posizioni gnostiche davanti a questo fatto della spiritualità o pietà popolare.
Sul tema pietà popolare negli ultimi tempi ci sono due pilastri insuperati, a cui bisogna ricorrere come fonti: la Evangelii nuntiandi (che come esortazione apostolica sull’evangelizzazione ancora non è stata superata nel suo insieme) e Aparecida. Occorre fare riferimento a quelle fonti.
Aparecida riprende e attualizza per la realtà del nostro continente l’insegnamento di Paolo VI nella Evangelii nuntiandi. Vi raccomando di leggere i punti in cui tratta il tema, dal 258 al 265. Ciascuno di quei passi merita di essere meditato con attenzione. Dice, per esempio: «I nostri popoli si identificano particolarmente con il Cristo sofferente, lo guardano, gli baciano o gli toccano i piedi feriti, come a dire: questi è colui “che mi ha amato e ha dato sé stesso per me” (Galati, 2, 20). Molti di essi, colpiti, ignorati e depredati, non abbassano le braccia. Con la loro caratteristica religiosità si aggrappano all’immenso amore che Dio ha per loro e che li fa tornare consapevoli della propria dignità. Trovano anche la tenerezza e l’amore di Dio nel volto di Maria. In lei vedono riflesso il messaggio essenziale del Vangelo» (Documento di Aparecida, 265).
Inoltre: «La pietà popolare è una modalità legittima di vivere la fede, un modo di sentirsi parte della Chiesa e una forma dell’essere missionari; in essa si sentono le vibrazioni più profonde della profonda America. Essa è parte dell’“originalità storico-culturale” dei poveri di questo continente, e frutto di “una sintesi tra le culture [dei popoli originari] e la fede cristiana”» (264).
Un’ultima citazione, molto importante: «Non possiamo svalutare la spiritualità popolare o considerarla una modalità secondaria di vita cristiana, perché sarebbe come dimenticare il primato dell’azione dello Spirito e l’iniziativa gratuita dell’amore di Dio» (263).
La pietà popolare è lo schiudersi della memoria di un popolo. È essenzialmente deuteronomica. Non possiamo comprenderla senza un inquadramento deuteronomico. E quella memoria si schiude in diverse maniere. Monsignor Tavella, arcivescovo di Salta negli anni Quaranta, racconta un aneddoto. Entra nella sua cattedrale e vede un indio che prega con enorme concentrazione davanti al Signore dei Miracoli. Tavella recita il suo ufficio e l’indio se ne resta là, tranquillo. Insomma, il vescovo si incuriosì e aspettò per vedere che cosa sarebbe successo. Dovette aspettare un bel po’ perché l’indio terminasse. Allora gli si avvicinò. «La benedizione, padrecito», gli disse subito l’indio. Monsignor Tavella gli domandò: «Lei che cosa stava pregando?». «Il catechismo, padrecito», rispose l’indio. Era il catechismo di san Turibio (secolo XVI). La memoria di un popolo.
Un ricordo personale sulla pietà popolare. Per due anni sono stato confessore nella residenza di Córdoba. La residenza della Compagnia a Córdoba si trova in pieno centro, accanto all’università. Vi si confessano gli studenti universitari, i professori e persone dei quartieri popolari che quando vanno in centro ne approfittano per confessarsi perché il prete del quartiere non ha tempo per confessare alla domenica, visto che fa una messa dopo l’altra. E notavo che tra il popolo c’erano persone che si confessavano “bene”. Non facevano perdere tempo. Dicevano quel che c’era da dire. Non dicevano mai qualcosa che non fosse peccato. Non si vantavano. Parlavano con molta umiltà. Un giorno chiesi a uno di questi di dove fosse. Ed era di Traslasierra. La memoria catechetica di don Brochero. Un popolo che si esprimeva bene nel sacramento della riconciliazione (sono contento di ricordare quell’episodio proprio oggi, il giorno in cui a Roma è stato riconosciuto il miracolo del cura Brochero, sicché se Dio vuole l’anno venturo lo vedremo beato). La pietà popolare affluisce dalla memoria di un popolo e — ripeto — dobbiamo interpretarla in una cornice deuteronomica.
La Chiesa ha fatto un’opzione preferenziale per i poveri e questo deve portarci a conoscere e ad apprezzare le loro maniere culturali di vivere il Vangelo. È bene — ed è necessario — che la teologia si occupi della pietà popolare, è il «prezioso tesoro della Chiesa cattolica in America Latina», ci ha detto Benedetto XVI inaugurando la Conferenza di Aparecida.
Padre Tello offre un pensiero teologico solido del quale possiamo valerci per apprezzare questa spiritualità nelle sue vere dimensioni. È quanto fa il libro che stiamo presentando. Ha il merito di offrire una riflessione sull’articolazione tra la fede cristiana e le diverse culture. Padre Bianchi non si sofferma tanto a descrivere le varie espressioni della spiritualità popolare, ma cerca piuttosto una fondazione teologica di quest’ultima. Il punto di partenza è pensare all’uomo come a un essere sociale per natura. Nessuno può vivere totalmente isolato, tutti gli atti delle persone si danno in un ambiente storico che li condiziona, l’operato concreto è contrassegnato dalla cultura in cui si svolge. Nella dinamica della storia l’uomo crea la cultura e la cultura influisce sull’uomo. Con parole di Giovanni Paolo II: «L’uomo è insieme figlio e padre della cultura in cui è immerso» (Fides et ratio, 71).
In questo la fede non fa eccezione. La fede si esprime sempre culturalmente. Il bambino l’impara dai genitori, dai maestri, dai catechisti, dall’ambiente. Come dicevo all’inizio, la fede è soprattutto una grazia divina. Diciamo adesso che è anche un atto umano, e pertanto un atto culturale. Perciò si può parlare di un modo culturale di apprendere e di esprimere la fede. Perciò si può dire, come dice Tello, che quanto i nostri poveri esprimono nella loro pietà popolare sgorga da una fede vera, e che da questa fede sgorga anche un atteggiamento cristiano davanti alla vita.
Quando come Chiesa ci accostiamo ai poveri per accompagnarli, constatiamo — al di là delle enormi difficoltà quotidiane — che vivono con un senso trascendente della vita. In qualche modo il consumismo non li ha ancora ingabbiati. La vita mira a qualcosa che va oltre questa vita. La vita dipende da Qualcuno (con la maiuscola) e questa vita ha bisogno di essere salvata. Tutto questo si trova nel più profondo della nostra gente, anche se è incapace di formularlo in termini concettuali.
Il senso trascendente della vita che si vede nel cristianesimo popolare è l’antitesi del secolarismo che si diffonde nelle società moderne. È un punto chiave. Se volessimo parlare in termini antagonistico-aggressivi, diremmo che la fede del nostro popolo è uno schiaffo agli atteggiamenti secolarizzanti. Pertanto si può dire che la pietà popolare è una forza attivamente evangelizzatrice che possiede nel suo interno un efficace antidoto davanti all’avanzare del secolarismo. Aparecida si esprime con parole simili: «La pietà popolare, (...) nell’ambiente secolarizzato in cui vivono i nostri popoli, continua a essere una grandiosa confessione del Dio vivente che agisce nella storia, e un canale di trasmissione della fede» (264).
La Chiesa è chiamata ad accompagnare e a fecondare incessantemente questo modo di vivere la fede dei suoi figli più umili. In questa spiritualità c’è un «ricco potenziale di santità e di giustizia sociale» (Documento di Aparecida, 262) di cui dobbiamo valerci per la Nuova Evangelizzazione. Come direbbe lo stesso Tello: il cristianesimo popolare dev’essere rafforzato con una pastorale popolare.
Ho conosciuto Tello quando avevo diciassette anni. Nell’istituto Carmen Arriola de Marín. In un ritiro che diede per giovani. Ci andai con mio fratello. Tornammo insieme in treno. Discorremmo: avevamo comprato dei libri e lui ci raccomandava quali leggere. Quello fu il mio primo incontro con Tello.
Più tardi, il penultimo o terzultimo incontro avvenne un mese dopo che ero stato nominato arcivescovo di Buenos Aires. Andai a trovarlo a casa sua. Conversammo a lungo. Alla fine mi disse: «Quarracino mi ha ridato le licenze, ma oralmente. Non ho il fogliettino. Perché non me lo dai tu?». Ovviamente il giorno successivo feci in modo che ricevesse la certificazione sottoscritta. Ho avuto la gioia interiore di compiere quell’atto di riparazione firmando le licenze ministeriali di padre Tello. Ricordo molto bene quei due incontri.
Voglio rendere un atto di giustizia alla memoria di padre Tello. È stato una persona ammirevole, un uomo di Dio, inviato ad aprire strade. Nessuna persona che apre strade nuove resta col corpo esente da cicatrici. Tello ha avuto le sue difficoltà, ha subito le sue ferite, ma se le è fatte cicatrizzare da sua madre, la santa Chiesa. Come ogni profeta, è stato incompreso da molti del suo tempo. Sospettato, calunniato, castigato, messo da parte, non è sfuggito al destino di croce con cui Dio segna i grandi uomini della Chiesa.
Oggi, in questa Facoltà che tanto deve al suo ex professore, voglio fare memoria grata della sua vita, che è stata un dono di Dio alla nostra Chiesa. Trentatré anni dopo il suo ritiro e a dieci anni dalla sua morte, le sue tracce restano vive nei suoi discepoli e fra di noi. Durante la sua vita pubblica ha dispensato generosamente la luce della sua sapienza come professore di questa Facoltà, perito teologico della Commissione episcopale per la pastorale e animatore di innumerevoli iniziative pastorali. Forse la più nota è il pellegrinaggio giovanile a Luján, che prosegue tuttora ed è uno degli eventi più fecondi della vita della nostra Chiesa.
Gli è toccato di vivere tempi difficili. Le agitazioni degli anni Settanta furono una vera e propria prova del fuoco per gli operatori della pastorale che lavoravano nei settori popolari. In quel delicato contesto, Tello cercò fedelmente strade per la liberazione integrale del nostro popolo portando fino in fondo la novità evangelica senza cadere nei riduzionismi delle ideologie. Non lo riguardano le condanne né i sospetti delle due Istruzioni sulla teologia della liberazione emanate dalla Congregazione per la dottrina della fede.
Oggi, con la prospettiva che ci dà la storia, possiamo dire senza alcun dubbio che la riflessione e la pastorale che animavano padre Tello intendevano accompagnare l’azione liberatrice di Dio, evitando gli estremi dell’attivismo secolarizzato-politicizzato da un lato e della rassegnazione fatalistica dall’altro.
Cercava di scoprire l’azione salvatrice di Dio nel popolo, e così ha aperto molte delle vie che oggi percorriamo nella nostra pastorale, e ha saputo farlo coniugando lo slancio profetico con l’adesione ferma alla sana dottrina ecclesiale. Mi impressionava il suo continuo ricorso, vera e propria intelaiatura del suo pensiero, alla Somma teologica. In un’epoca in cui la Somma teologica veniva messa da parte, in cui chi diceva di insegnare basandosi sulla Somma teologica veniva guardato come una bestia antidiluviana, lui manteneva constantemente la Somma teologica come riferimento del suo pensiero. Comprendeva più di chiunque altro la profondità e l’originalità di san Tommaso d’Aquino, riflesso della verità evangelica, che è «più tagliente di ogni spada a doppio taglio» (Ebrei, 4, 12).
Tello è sempre stato un buon figlio della Chiesa. Non ricordo di aver mai letto o ascoltato da lui alcunché contro la Chiesa. La sentiva sua madre. La sua eredità continuerà a mostrarci strade dello Spirito per il compito sempre nuovo dell’evangelizzazione in cui siamo impegnati. Sarebbe stato un peccato se come Chiesa avessimo perduto la possibilità di conoscere la teologia dell’evangelizzazione per l’America Latina che padre Tello ha sviluppato. In questo senso, il libro di padre Bianchi costituisce una gradita novità, perché ci offre una via feconda per legarci alla sua proposta.
Voglio concludere ringraziando padre Bianchi per questo lavoro, che è frutto di un teologo, di un figlio fedele della Chiesa e di un pastore. Tre qualità che gli appartengono. E voglio augurargli di continuare a crescere in questa feconda sintesi di vita che, ne sono certissimo, farà bene a tutti noi.
L'Osservatore Romano, 8-9 agosto 2017