mercoledì 12 luglio 2017

Yemen
500 giorni dal sequestro di padre Tom Uzhunnalil. La speranza non si spegne
(a cura redazione "Il sismografo")
Ministro dello Yemen al governo indiano: "Padre Tom è vivo e lavoriamo per la sua liberazione"
(Francesco Gagliano - ©copyright) Lunedì 17 luglio prossimo saranno ormai trascorsi 500 giorni da quel 4 marzo 2016, quando ad Aden un gruppo terroristico di estremisti islamici, dopo aver fatto irruzione in una casa di cura per anziani, uccideva quattro Missionarie della Carità, le sorelle Anselm, Reginette, Judith e Margarita, e sequestrava il salesiano Tom Uzhunnalil. Secondo il racconto dell'unica sopravvissuta, la sorella Sally, gli attentatori facevano parte dell'Isis e dopo aver assassinato le missionarie e altre dodici persone, hanno preso in ostaggio il sacerdote di origine indiana. Da quel tragico giorno sono passati  500 giorni e di  padre Tom abbiamo potuto vedere due video in cui, magro e malato, chiede aiuto per favorire la sua liberazione.
E proprio ieri, lunedì 11 luglio, la stampa indiana ha dato la notizia della visita del vice Primo Ministro e Ministro degli Esteri dello Yemen, Abdulmalik Abduljalil Al-Mekhlafi, in India. Il ministro yemenita è stato ricevuto dal suo omologo indiano, Sushma Swaraj, il quale gli ha chiesto notizie su padre Tom. Al-Mekhlafi ha voluto rassicurare il collega e l'opinione pubblica dicendo che, secondo le informazioni in possesso del governo dello Yemen, il sacerdote è ancora vivo e che si sta facendo tutto il possibile per favorire la sua liberazione.
Intanto, durante questi 500 giorni, solamente due video, il primo diffuso il 24 dicembre 2016 e il secondo il 4 maggio scorso, hanno permesso di sapere che padre Tom è ancora vivo ma profondamente provato dalla prigionia. In entrambi i messaggi il salesiano, molto dimagrito e con la barba lunga, si rivolge al Papa, alle autorità dell'India, ai suoi confratelli, ai vescovi del mondo, per facilitare la sua liberazione. Padre Tom assicura che i suoi rapitori si sono messi in contatto con il governo dell'India e con il vescovo di Abu Dhabi, mons. Paul Hinder, ma precisa che non avrebbero ricevuto risposte soddisfacenti.
La situazione di salute di padre Tom è stata dichiarata da lui stesso fragile nel corso del secondo messaggio, dove richiede alla famiglia di sollecitare un ricovero ospedaliero; al Papa il salesiano si era già rivolto con le seguenti parole: «in quanto padre occupati della mia vita". In questi 500 giorni trascorsi sono state numerose le occasioni in cui Papa Francesco ha ricordato il martirio delle quattro Missionarie della Carità e il rapimento di padre Tom Uzhunnalil, a partire dall'appello rivolto al termine dell'Angelus del 10 aprile 2016 e in cui disse: “nella speranza donataci da Cristo risorto rinnovo il mio appello per la liberazione di tutte le persone sequestrate in zone di conflitto armato; in particolare desidero ricordare il sacerdote salesiano Tom Uzhunnalil, rapito ad Aden nello Yemen il 4 marzo scorso».
Più recentemente il Pontefice ha rinnovato le sue preghiere e i suoi appelli anche in conclusione dell'incontro con i salesiani tenutosi lo scorso 2 maggio, quando ha ricordato ai seguaci di don Bosco di pregare per la sorte del loro confratello poiché «oggi nella chiesa ci sono più martiri che nei secoli scorsi».
Don Francesco Cereda, Vicario del Rettor Maggiore dei Salesiani, tempo fa ricordò ad Aiuto alla Chiesa che soffre la grande vocazione missionaria di don Tom Uzhunnalil. «Suo zio è stato il fondatore della nostra missione in Yemen nel 1997. Una vocazione condivisa dal nipote, che ha scelto tale destinazione pur sapendo quanto il paese della Penisola Arabica rappresenti una situazione difficile». Fino all’inizio della guerra civile nel 2015, i salesiani in Yemen erano presenti con cinque confratelli in quattro città: Sana’a, la capitale, Hodeida, Taiz ed Aden. Poi lo scorso anno sono rimasti soltanto due religiosi ad Aden, la città più tranquilla tra le quattro. «Don Tom e un altro confratello hanno deciso di restare perché anche le Missionarie della Carità non hanno voluto abbandonare il paese. Le nostre due famiglie lavorano insieme in molte aree del mondo, a cominciare da Calcutta».