giovedì 27 luglio 2017

Venezuela
La via dei cacciatori d' oro e di paura
Corriere della Sera
(Rocco Cotroneo) Questo è un viaggio nella pancia di un Paese di antica bellezza, sogno di una generazione di emigranti, poi meta di viaggiatori audaci e infine approdo di chi ha creduto nella resurrezione del socialismo. Non c' è più nulla di quei volti del Venezuela. Rimangono solo l' abbandono, la miseria e i peggiori indici mondiali di violenza e corruzione. Mancano pochi giorni alla tornata elettorale imposta dal governo di Nicolás Maduro. Difficile superare i controlli all' aeroporto di Caracas: l' idea è raggiungere la capitale dalla frontiera a sud con il Brasile. Per attraversare il Paese non c' è alternativa alla macchina né alle drastiche condizioni dell' autista, un avvocato civile che arrotonda al volante: decide lui gli orari, le tappe e le soste, lungo i quasi 1.300 chilometri del viaggio. Non si discute nulla, nemmeno la velocità. È folle, ma - dice - è più sicuro così.
Ha una gran collezione di cd, la musica venezuelana godeva di una produzione nazionale straordinaria. «E anche di telenovelas, ne facevamo più di Messico e Brasile», ricorda Jonathan. Sulla colonna sonora del viaggio c' è libertà di scelta: saltiamo i reggaeton alla «Despacito» a favore delle gloriose bande di merengue degli anni Ottanta. «Si parte alle 5 e non si viaggia oltre le 14, troppo pericoloso. Se tutto va bene in due giorni arriviamo a Caracas». Non è ancora sorto il sole, quando Jonathan passa a prendere me e un commerciante d' oro colombiano in un resort turistico deserto, a Santa Elena de Uairén. È, o meglio era, la porta di accesso alla Gran Sabana e alle escursioni al monte Roraima, da qui si volava in elicottero al Salto Angel, la cascata più alta del mondo. L' aeroporto è chiuso da anni. Oggi la cittadina è una sfilza di ex agenzie di viaggi, mentre a ridosso della frontiera con il Brasile si aggirano i cambiavalute clandestini. Il governo ha emesso di recente nuovi biglietti, ma il grosso circola ancora in banconote da 100 bolivares. È la moneta venezuelana, sprofondata negli ultimi tempi attorno a 8-9 mila sull' euro. Quindi al posto del portafogli serve un zainetto, sennò non compri nemmeno un caffè. Si parte. «Comincia a contarli», dice Jonathan al primo posto di blocco. «Se alla fine saranno meno di quindici pago l' ultimo pranzo», ridacchia sapendo di non poter perdere. Si alternano: polizia, guardia nazionale, esercito. Alcuni chiedono solo i documenti, altri perquisiscono il portabagagli, quattro volte in tutto il viaggio dobbiamo scendere e svuotare le borse su un tavolone di legno, fino all' ultimo calzino. «Qui è tranquillo, cercano soltanto oro. Il peggio sarà avvicinandosi a Caracas», dice il nostro autista. Il miraggio dell' oro è l' inferno che attende a un centinaio di chilometri dalla partenza. Annunciato da cataste di spazzatura gettate lungo i bordi della strada ecco il villaggio di Las Claritas, che tutti chiamano solo «km 88». 
I silenzi della savana lasciano il posto a un formicaio di gente, moto, jeep, bancarelle, negozietti compro e vendo, sportelli di invio denaro, banchetti di carne arrostita, prostitute, cani randagi. Finestrini chiusi e aria condizionata, mezz' ora per percorrere poche centinaia di metri. Questa regione è stata presa d' assedio da quando una grande miniera, prima nazionalizzata da Chávez poi abbandonata, è diventata meta di avventurieri. Arrivano da tutto il Sudamerica e devono sottostare a regole precise. Due cartelli mafiosi regolano il business, insieme a militari corrotti. «Non si sgarra, o si finisce sgozzati in mezz' ora - spiega il nostro compagno di viaggio -. La devastazione della foresta è terribile, ma le autorità fanno finta di nulla. D' altronde è il posto dove gira più grana di tutto il Sudamerica». Il prossimo posto di blocco, va da sé, è simbolico: potrei avere oro nascosto ovunque, osservano solo il passaporto. Far benzina in Venezuela è un' altra esperienza indimenticabile. Jonathan riempie il serbatoio con due banconote da 100 (ricordiamo: 1 euro=9 mila bolivares). La mancia per la signora dei bagni è il doppio - un' insegna raccomanda 400 bolivares -, una bottiglietta d' acqua dieci volte tanto. 
La benzina regalata è un' altra follia chavista che ha aiutato a far saltare i conti dello Stato, mentre per le strade circolano macchinoni americani vecchi, pericolosi e inquinanti. C' è molta miseria lasciando El Dorado, ragazzini accatastano rami sulla strada per costringere le auto a rallentare e raccogliere al volo una specie di pizzo (la solita inutile banconota da 100), ma quel che impressiona per centinaia di chilometri verso nord è il nulla. Non si vedono campi coltivati, frutteti, orti. C' è gente ovunque ma nessuna attività umana. Non può essere colpa del clima o della terra rossastra. Soltanto militari, chioschi per le soste, colonne di camion che portano cibo dal Brasile. Dalle targhe svelano viaggi di 2-3 mila chilometri, è il via vai che sta impedendo al Venezuela di morire di fame. Tutto si importa, tranne una cosa. È la maledizione del petrolio, ripete una vecchia cantilena, per questo qui non c' è altro. All' inizio del secondo giorno di viaggio - dopo la sosta in un albergo sprovvisto di acqua calda, sapone e carta igienica - passato il fiume Orinoco, spuntano le infrastrutture dell' industria dell' oro nero. E c' è la siderurgica Sidor, un tempo una delle maggiori del continente. Chávez la nazionalizzò nel 2008, strappandola alla famiglia Rocca. 
Doveva servire di esempio alla nuova economia socialista ma si è rivelata un disastro, oggi è quasi ferma. Dal Venezuela sono scappati tutti, comprese le compagnie aeree. Avevo tentato, invano, di prendere un aereo per gli ultimi 500 chilometri, da Puerto Ordaz a Caracas. I voli interni ci sarebbero, ma al telefono non si può prenotare, e sul sito non c' era posto fino al 2018. L' avvicinamento a Caracas è costellato da perquisizioni più minuziose, l' oppressione del regime civico-militare, come lo chiamano, è ancor più evidente. Il soldatino scruta tre banconote da 100 dollari nel mio portafoglio, cerca di spaventare, chiede sottovoce un regalito , non lo ottiene. Offro tre monete brasiliane da un real, «per collezione». «Guadagna il corrispettivo di 20 euro al mese, ormai», spiega Jonathan. È andata bene, ma è meglio fare una deviazione, «potrebbero avvertire un complice più avanti che sta passando un gringo pieno di soldi». La capitale è bloccata, come tutti i giorni da tre mesi, da manifestazioni e barricate. La radio avverte che può mancare luce e acqua. Ma questa è la parte della storia più conosciuta.