mercoledì 26 luglio 2017

Vaticano
Nella festa di sant’Anna. Nonni essenziali
L'Osservatore Romano
(Lorenzo Baldisseri) Nel pomeriggio di oggi, 26 luglio, il cardinale segretario generale del sinodo dei vescovi, celebra la messa solenne nella parrocchia di Sant’Anna Vaticano in occasione della festa patronale, dedicando l’omelia — di cui riportiamo ampi stralci — al ruolo dei nonni nella trasmissione della fede. Al termine del rito viene recitata la preghiera per i giovani, in vista dell’appuntamento sinodale del 2018, «perché con coraggio prendano in mano la loro vita, mirino alle cose più belle e più profonde e conservino sempre un cuore libero». L’invocazione prosegue con la richiesta al Signore affinché «accompagnati da guide sagge e generose» i giovani sappiano «rispondere alla chiamata» rivolta a ciascuno di loro, tenendo «aperto il cuore ai grandi sogni».
A mezzogiorno è stato il vicario generale di Sua Santità per la Città del Vaticano, cardinale Angelo Comastri, a presiedere l’eucaristia nella parrocchia pontificia. All’omelia il porporato ha parlato dell’educazione alla fede in famiglia, in particolare in quella della Madre di Gesù. La Vergine del Magnificat, ha detto il celebrante, ha respirato nella sua casa la fede e la Parola di Dio, che sicuramente leggeva insieme con i genitori. Anche Maria ha pregato con i Salmi e ha imparato da Anna e Gioacchino a guardare al Signore come al centro di tutto. Per questo, l’arciprete della basilica di San Pietro, ha sottolineato il ruolo fondamentale svolto dalla famiglia nella trasmissione della fede alle nuove generazioni. Ha anche messo in luce l’atteggiamento della fanciulla di Nazareth nell’accogliere la volontà divina, quando all’annuncio dell’angelo rispose: «Eccomi, sono la serva del Signore!». 
Il cardinale Comastri ha infine ricordato il ventesimo anniversario della morte di santa Teresa di Calcutta, fondatrice delle missionarie della carità.
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«Beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché sentono» (Matteo 13, 16). Queste parole di Gesù, a conclusione della parabola del seminatore, ci invitano a porre una particolare attenzione su una famiglia santa, privilegiata per aver dato la vita e l’educazione alla madre di Gesù, una famiglia il cui vissuto quotidiano di fede la pone nella condizione di divenire un esemplare riferimento.
I vangeli canonici non parlano dei genitori di Maria, ma è certo che nelle Chiese di Oriente e di Occidente il culto di sant’Anna, associato a quello di Gioacchino, è stato presente sin dagli inizi della cristianità. Consta anche dalle fonti, pur apocrife, che Anna, il cui nome significa “grazia”, moglie del sacerdote Gioacchino, come molte donne dell’Antica Alleanza fu segnata dalla sterilità, e che ebbe proprio per grazia il dono della maternità concependo Maria che, come in tanti casi i figli ottenuti per grazia di Dio e consacrati, come restituiti a Lui per il suo servizio, divenne la Madre di Dio e della Chiesa. In questa prospettiva di fede la tradizione vuole che Anna sia ancor oggi invocata come protettrice delle partorienti, delle donne in attesa e anche di quelle che non possono avere figli.
In un tempo così turbolento come quello di oggi, è bello e significativo guardare a Gioacchino e Anna, quali sposi timorati di Dio che attendono “la consolazione” nel silenzio e nel servizio e accolgono il dono di Dio, la figlia che sarà la madre di Gesù, entrando così nel piano divino di salvezza che segnerà la storia dell’uomo e dell’universo. Ne viene conseguentemente che anche per ciascuno di noi, vi è un progetto divino. Siamo un granello di sabbia, una goccia d’acqua nel mare, ma come madre Teresa di Calcutta soleva dire, il mare non sarebbe pieno senza quella goccia.
Il Siracide nella prima lettura ricorda l’importanza delle generazioni, che sono strumento di continuità delle tradizioni e della trasmissione della fede. L’elogio biblico degli uomini illustri e saggi non è retorica banale, è invece espressione di una verità umana che contraddistingue le persone che sono giunte alla saggezza e che sono state illuminate dalla sapienza di Dio.
Fa impressione oggi come l’anziano, colui che porta con sé la memoria di una famiglia o di un popolo, non solo non abbia rilevanza e non gli sia riservato il posto che gli conviene, ma sia collocato tra gli scartati dell’umanità. Di conseguenza un uomo, una famiglia e un popolo senza storia e senza passato, non sono un uomo, una famiglia, un popolo. La velocità con cui scorre il tempo e si accorcia lo spazio, concorre tragicamente a rendere ancor più facile questo processo, con il rischio non solo di chiudere con il passato, ma di non vivere nemmeno il presente, perché si è proiettati nel futuro senza radici. E tutto questo in un mondo in cui si è innescato un processo irreversibile di instabilità, di provvisorietà e di travolgente mutazione che i filosofi e gli economisti chiamano la società “ liquida”, virtuale.
Dinanzi a queste pressanti sfide, credo che sia necessaria una battuta di arresto, una pausa di profonda riflessione prima che sia troppo tardi, per poter poi ripartire nella direzione giusta. Ma partire da dove e per dove? In astratto vuol dire partire dall’uomo, ricostruirlo pezzo per pezzo dopo la frammentazione ideologica e pratica, e lo si potrà fare con l’aiuto della saggezza, della sapienza, della trascendenza, della parola di Dio. In termini concreti vuol dire partire dalle persone con cui si vive, con il loro vissuto che attesta il valore della testimonianza, incominciando dai genitori nei confronti dei figli, dai maestri nei confronti degli alunni, dai dirigenti nei confronti degli impiegati, dai datori di lavoro nei confronti degli operai.
Papa Francesco parla di Chiesa “in uscita”, e concretamente nell’Evangelii gaudium indica da dove cominciare. La predicazione, l’omelia, la catechesi devono ripartire dal kerigma, dall’annuncio della Buona Notizia, dai contenuti essenziali della fede e dal riappropriarsi del linguaggio semplice, parabolico, come Gesù ci ha insegnato, quello delle immagini e delle parole semplici, comprensibili, attraverso i mezzi di comunicazione in costante evoluzione. In un mondo di parole, di suoni, di rumori, di innumerevoli forme di espressioni reali e virtuali, la gente si interessa e resta colpita solo da parole vere, sicure, essenziali, da fatti e non da chiacchiere; vuole bere acqua pura della fonte, non quella riciclata e torbida, vuole mangiare pane fresco e non posato o ammuffito nella madia, vuole ascoltare la parola di Gesù e non quella degli uomini pur altamente qualificati e competenti. La gente si è stancata di storie, di interpretazioni, di autogiustificazioni, di mosse ambigue e perditempi narcisistici e banali, specialmente in certi ambienti.
Sant’Anna è una bella festa per ricordare le nonne, e insieme a loro, associando Gioacchino, anche i nonni. Sappiamo come Papa Francesco parla della nonna, come sia stata per lui una persona chiave nella sua formazione umana e cristiana in famiglia. Sappiamo anche noi tutti che cosa rappresenti e significhi la nonna insieme al nonno in casa, in famiglia. Il loro ruolo è oggi divenuto essenziale per l’educazione umana e cristiana dei nipoti, soprattutto per la trasmissione della fede.
Al riguardo si ode spesso, infatti, specialmente in Italia, come i nonni nella famiglia e quindi nella società siano una colonna portante del ménage familiare, che si concretizza con la cura dei nipoti, dei piccoli, con il contributo finanziario e con il fornire tempo e spazio ai genitori per svolgere la loro professione o altri impegni sociali.
L'Osservatore Romano, 26-27 luglio 2017