lunedì 31 luglio 2017

Vaticano
La forza del diritto contro il diritto della forza
L'Osservatore Romano
(Felice Accrocca) Giacomo Della Chiesa, poi Papa Benedetto XV, sacerdote dal 1878, allievo presso l’Accademia dei nobili ecclesiastici che prepara i sacerdoti al servizio diplomatico, si era — potremmo dire — fatto le ossa accanto a una figura d’eccezione, Mariano Rampolla del Tindaro, che egli conobbe nel 1881 quando questi era segretario della Congregazione degli affari straordinari. Nei suoi confronti, Della Chiesa mantenne sempre legami di grande stima, profonda devozione e infinita gratitudine. Con la morte di Leone XIII, cambiarono gli assetti interni nella Curia romana: Giacomo Della Chiesa fu così chiamato a succedere al cardinale Svampa come arcivescovo di Bologna, anche se fu elevato alla porpora cardinalizia solo nel maggio 1914, nell’ultimo concistoro di Pio X, giusto pochi mesi prima della sua elezione (3 settembre) al soglio di Pietro.
Alla fine di luglio, intanto, era divampata quella che sarà conosciuta come prima guerra mondiale e che vide impegnati, sui campi di battaglia, circa settanta milioni di uomini, lasciandone poi nove sul terreno, ai quali deve aggiungersi la perdita di sette milioni di civili. Tramontate presto, dopo la prima battaglia della Marna (settembre 1914), le speranze tedesche di una vittoria fulminea, il conflitto finì per consumarsi in una lunga e logorante guerra di trincea, nel corso della quale infezioni e malattie finirono per risultare letali quanto le mitragliatrici.
La posizione di Benedetto XV fu chiara sin dall’inizio, come testimonia la sua prima enciclica, Ad beatissimi, del 1° novembre 1914: restando al di sopra delle parti, il Papa metteva in evidenza, condannandole con fermezza, le radici ideologiche del conflitto. Al tempo stesso, egli si propose come obiettivo quello di favorire una pace senza vinti né vincitori, moltiplicando le iniziative diplomatiche, abilmente coadiuvato dal genio politico del suo segretario di Stato, il cardinale Pietro Gasparri, e dispiegando un’enorme attività in campo assistenziale.
Iniziative, le sue, che — nel complesso — finirono per essere bocciate dai governi, spesso boicottate da una propaganda che mirava a demonizzare il nemico e per questo motivo non esitava anche a falsificare i dati reali che dal basso facevano invece registrare un’accoglienza diversa. Fu il caso, ad esempio, della proposta di una tregua per il Natale del 1914, spontaneamente accolta dai soldati dei fronti opposti, che giunsero persino a solidarizzare tra loro, senza però che di ciò trapelasse notizia all’opinione pubblica, perché quel semplice dato, di per sé, avrebbe neutralizzato l’immagine del nemico propagandata dai governi in guerra.
Al chiudersi del primo anno di combattimenti, nella lettera che Benedetto XV indirizzò ai popoli belligeranti e a coloro che ne detenevano la guida, il Papa rivolse il proprio invito affinché tutti facessero i passi necessari «per non assumere, innanzi a Dio e agli uomini, l’enorme responsabilità della continuazione d’una carneficina, di cui non vi ha esempio, e che prolungata ancora» avrebbe significato per l’Europa «il principio della decadenza».
L’azione diplomatica pontificia raggiunse comunque il suo culmine il 1° agosto 1917 con la Lettera ai Capi dei popoli belligeranti, la cui trasmissione e notificazione seguì pienamente le norme diplomatiche più rigorose (nel quaderno 1613 de «La Civiltà Cattolica», del 1° settembre 1917, p. 462, si dà conto di tutte le copie spedite ai singoli governi). Il Papa esordiva ribadendo i principi ai quali egli si era attenuto sin dall’inizio: una «perfetta imparzialità verso tutti i belligeranti»; lo «sforzo continuo di fare a tutti il maggior bene» possibile; infine, «nulla omettere» che potesse giovare al fine di «affrettare la fine di questa calamità». Dopo aver ricordato la lettera da lui pubblicata sul «tramontare del primo anno di guerra», nella quale aveva indicato già la «via da seguire per giungere ad una pace stabile e dignitosa per tutti» — appello, riconosce dolente, che «non fu ascoltato» —, Benedetto xv rinnovava il proprio appello, scendendo «a proposte più concrete e pratiche».
Il «punto fondamentale — assicurava il Pontefice — deve essere che sottentri alla forza materiale delle armi la forza morale del diritto»: la forza del diritto, quindi, doveva subentrare al diritto della forza; senza questo passaggio fondamentale ogni altro discorso sarebbe stato vano. Si sarebbe dovuto quindi raggiungere «un giusto accordo di tutti nella diminuzione simultanea e reciproca degli armamenti», per togliere poi «ogni ostacolo alle vie di comunicazione dei popoli con la vera libertà e comunanza dei mari», mentre riguardo «ai danni e spese di guerra» ci si sarebbe dovuti muovere «nella norma generale di una intera e reciproca condonazione».
Tali accordi, tuttavia, non sarebbero stati possibili «senza la reciproca restituzione dei territori attualmente occupati»; per tutto ciò che si rivelava attinente alle “questioni territoriali”, il Papa riponeva la propria speranza nel fatto che, «di fronte ai vantaggi immensi di una pace duratura con disarmo», i contendenti si sarebbero posti a «esaminarle con spirito conciliante». Auspicava infine di veder “accettate” le sue proposte, perché quanto prima potesse cessare quella «lotta tremenda, la quale, ogni giorno più, apparisce inutile strage».
Di fronte alla nota pontificia, i governi dapprima tergiversarono, poi mirarono progressivamente a screditare l’azione di Benedetto xv, fino a tacciare «alquanto di ispirazione germanica» la sua proposta relativa alla «evacuazione totale» del Belgio: fu il caso, appunto, dell’Italia, che manifestò il suo pensiero attraverso un discorso alla camera del ministro degli Esteri, Sidney Sonnino.
Non meno caustica fu la posizione di molti giornali: in un articolo che prendeva in esame la nota e dava conto delle dure prese di posizione dei «suoi contraddittori» (quad. 1613, del 1° settembre 1917, pp. 393-407), «La Civiltà Cattolica» segnalava, ad esempio, due articoli del «Corriere della Sera»: «Più coperti, ma poco meno velenosi di quel del Secolo giacobino e del prezzolato Popolo d’Italia dell’“eroe” Mussolini, al quale i gentiluomini della censura milanese consentono ogni giorno l’invettiva dell’epilettico e la bestemmia del trivio» (p. 396, nota 1).
Né miglior sorte toccò, a Benedetto XV, negli anni che seguirono il conflitto, quando quella «inutile strage» finì invece per divenire motivo di esaltazione e di rinascita nazionale: da più parti, infatti, anche in seno al mondo cattolico, si volle allora che l’Italia fosse stata «rinnovellata nel fuoco della guerra e della volontà di gente nova» (Aristide D’Alessandro, Il patriottismo di frate Francesco, Padova 1926, p. 83) e persino un’anima fine quale Angelo Conti non esitò a definirla come «la guerra dolorosa e grande, che ci ha rinnovati».
Un’esaltazione nazionalista che sfociò infine in un nuovo, ancor più tragico conflitto. Quanto grandi e provvidenziali e profetici appaiono perciò oggi, a un secolo di distanza e alla luce di quel che ne seguì, gli sforzi di Benedetto XV per una «pace giusta e duratura», che sola avrebbe potuto garantire all’Europa un differente percorso.

L'Osservatore Romano, 31 luglio - 1° agosto 2017