martedì 25 luglio 2017

Vaticano
Intervista al sottosegretario del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale. Accanto all’uomo che cerca speranza
L'Osservatore Romano
(Maurizio Fontana) «Dove c’è una sofferenza, dove nasce un problema, la Chiesa sempre è già lì, vicina alle persone». È questa per il sottosegretario monsignor Segundo Tejado Muñoz una delle missioni del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, laddove le devastazioni della guerra e le catastrofi naturali provocano emergenze umanitarie. In questa intervista al nostro giornale, il cinquantasettenne sacerdote spagnolo spiega che «l’uomo ha bisogno di Dio, di sapersi amato da un padre. Non è solo una pancia da riempire. Certo, anche quello è importante, così come lo è avere un tetto sotto cui vivere, sono bisogni essenziali, ma l’uomo cerca sempre una speranza per andare avanti».
Come e quando è scoccata la scintilla che da Madrid l’ha portata in seminario a Roma?
La vocazione è sempre qualcosa che parte da lontano. In gioventù, dopo aver abbandonato la Chiesa, ho incontrato il Signore e ho sentito che in qualche modo mi chiamava. Poi, però, ho seguito un mio percorso professionale da laico. Finché c’è stato un momento di svolta. Avevo 24 anni, facevo il professore di fotografia in un liceo artistico in Spagna e, invitato da un mio amico missionario, sono andato a Lima, dove nelle periferie, i cosiddetti pueblos jóvenes, ho toccato con mano l’invasione di persone provenienti dalle montagne che ha trasformato la capitale peruviana in una città enorme. Soprattutto ho visto la vera povertà. Venivo da una realtà borghese e il contatto con i poveri è stato dirompente. Ho capito che il Signore mi stava chiamando a qualcos’altro. Non potevo però immaginare che la mia vita sarebbe stata dedicata proprio al servizio dei più bisognosi come sacerdote.
Infatti, dopo l’ordinazione c’è stata una missione in Albania...
Anche questa è stata una sorpresa. Il mio vescovo mi chiamò per dirmi che aveva ricevuto una richiesta di aiuto da Tirana dove, dopo il crollo del comunismo, la Chiesa andava ricostruita dalle fondamenta. Il mio desiderio era proprio quello di essere missionario. Così mi sono ritrovato con la mia valigetta nella capitale albanese nel 1993, poco dopo la caduta del Muro di Berlino. In Spagna, da ragazzo, mi ero fatto un’idea completamente diversa del marxismo; in Albania ho trovato una realtà sconvolgente: erano evidenti tutti i grandi danni fatti dalla dittatura. Era come se si fossero chiusi i cieli. Tutto era grigio, triste. Si percepiva nella gente l’esigenza di guardare verso l’alto. Allo stesso tempo, però, s’incontrava il mondo reale degli albanesi che sapevano gioire delle piccole cose. Sono persone simpaticissime, scherzose, a cui piace parlare, stare insieme. Ho incontrato un mondo sfuggito al ferreo controllo del partito. Una vita che scorreva lungo fiumi sotterranei. Mi sono messo a disposizione del vescovo e ho iniziato a lavorare, fino a divenire direttore della Caritas nazionale. Ho dovuto imparare sul campo, a forza di emergenze: prima il crollo sociale del 1997, poi la guerra nel Kosovo nel 1999 con il dramma dei rifugiati.
Che comunità cristiana ha trovato?
Una comunità viva. Certo, non essendoci sacramenti, predicazione e formazione, i cattolici erano aggrappati alle antiche devozioni. Ma erano desiderosi di cominciare un cammino nuovo. Nel lavoro pastorale, quindi, ho puntato sull’iniziazione cristiana. Bisognava dare un nuovo annuncio. Ricordo tanti giovani, pronti ad accogliere il Vangelo anche nella sua radicalità. Cosa che da noi è più difficile: i giovani nel mondo secolarizzato innalzano come dei muri. Lì invece c’era un canale aperto.
Nel frattempo sono arrivate le conseguenze della guerra nel Kosovo. Com’è cambiato il suo impegno?
È stata la Chiesa albanese a mobilitarsi per fronteggiare l’invasione di rifugiati che ci ha letteralmente sommersi. Grazie a Dio siamo stati aiutati anche dall’esterno. E c’è stato un commovente impegno collettivo: ordini religiosi, parrocchie, vescovi, preti, ognuno ha accolto come poteva le persone che arrivavano come fiumi. Nella memoria ho impresso il ricordo della frontiera: vecchie macchine, trattori, carovane di persone che entravano e non sapevano dove andare. Fu una crisi di proporzioni che andavano oltre le forze della piccola Chiesa di Albania. Ma in quel frangente la risposta è stata davvero ecclesiale. Lì ho imparato a riconoscere la capacità che ha la Chiesa di esserci, di stare dove nasce il bisogno. Per fare un esempio: quando sono arrivati i primi profughi, noi avevamo già le suore pronte che facevano lavorare i forni giorno e notte per dare almeno un pezzo di pane a ciascuno. Questa capacità che ha la Chiesa di stare accanto è fondamentale.
Non è la stessa idea che sta alla base dei progetti seguiti in America latina dalla fondazione Populorum Progressio di cui si occupa dal 2003, quando è stato chiamato al Pontificio consiglio Cor unum?
Esattamente. Ci sono tanti tipi di progetti calibrati secondo le singole necessità locali. C’è chi ha bisogno di un pozzo d’acqua, chi di scuole, chi di una piccola struttura dove far visitare i pazienti quando arriva il medico. Ecco il criterio: interventi anche piccoli ma necessari. Lavoriamo sempre attraverso i missionari, i vescovi del luogo. Nella Chiesa c’è tanta gente eroica che raggiunge i posti più sperduti e dice: «Siamo qui per voi».
Seguendo i vari progetti, ha conosciuto più a fondo il continente di origine di Papa Francesco?
Ho incontrato una Chiesa con tante problematiche, tante questioni, ma molto viva. Soprattutto mi sono occupato delle popolazioni indigene attraverso un aiuto che non è solo materiale, ma anche spirituale e culturale. A tale riguardo il Pontefice dice che occorre sempre stare attenti a non voler rinchiudere queste popolazioni in “riserve”. Le culture, senza perdere la propria identità, devono potersi confrontare e mescolare. La sintesi è sempre una ricchezza. Spesso infatti si rischia di avere un atteggiamento paternalistico, arrivando quasi a imporre a certe realtà quello che noi pensiamo sia un modello ideale. Queste persone, invece, devono essere facilitate all’incontro, devono poter frequentare le università, devono avere la possibilità di svilupparsi.
Divenuto sottosegretario di Cor Unum, ha seguito e coordinato gli interventi per fronteggiare le grandi tragedie naturali dell’ultimo decennio: il terremoto ad Haiti, lo tsunami in Giappone, il tifone nelle Filippine, il sisma in Ecuador...
Il contatto con la sofferenza aiuta me più di quanto io possa aiutare qualcuno. Ogni volta che torno da una visita in questi luoghi dove è successa una calamità, rientro intimamente ridimensionato, “pulito”. Si tratta di mettere le cose al giusto posto. Quelle popolazioni colpite in modo così pesante ti danno tanto in termini di fiducia, di speranza, di fede... anche quando semplicemente ti riversano la loro sofferenza. Portare il sollievo del Papa a queste popolazioni è un privilegio enorme. Quando succede qualcosa, il Pontefice ci chiama subito e ci invita a inviare immediatamente degli aiuti. Noi quel poco che abbiamo, lo portiamo ai vescovi per una prima emergenza. Poi facciamo una visita per verificare le concrete necessità, e quindi parte la carità della Chiesa che è una cosa immensa. Subentra il secondo aspetto del nostro lavoro: coordinamento degli aiuti e individuazione delle singole necessità. Il Papa manda un segno della sua vicinanza, della sua presenza, poi accanto a lui si mobilita la Chiesa intera e tutta una realtà variegata di associazioni, di agenzie che si muovono all’unisono e in collaborazione con la Chiesa locale. Ed è un lavoro che dura nel tempo. Le popolazioni che ricevono questi aiuti sono colpite da tale vicinanza. Quante volte ho visto lacrime di riconoscenza. In genere porto con me molti rosari benedetti dal Papa da regalare: non potrei portare dono migliore. E quante volte, chiedendo ai locali di cosa avessero bisogno, mi sono sentito rispondere: «Una chiesa, una cappellina per pregare insieme». Comunità provate dal dolore, che cercano la fiamma della presenza di Dio. Questo, nel concreto, ci spiega il significato di quella visione integrale che il nostro dicastero vuole sottolineare: l’uomo è un’unità.
Il Pontificio consiglio è poi confluito nel Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale e lei, da pochi giorni, ne è divenuto sottosegretario. Cosa cambia rispetto al passato?
Stiamo ancora lavorando sull’organizzazione, ed è un compito complesso giacché sono stati accorpati quattro dicasteri. Ma alcune linee operative sono state già predisposte da Papa Francesco nel motuproprio e nello Statuto che ci ha consegnato. Io dovrei occuparmi dell’aspetto pastorale, della diaconia, della carità, della solidarietà. Tutto ciò coinvolge, in maniera trasversale vari settori: sanità, migranti, apostolato del mare, rom, pastorale della strada, cappellani ospedalieri e delle carceri. C’è poi la collaborazione che abbiamo con Caritas Internationalis, o gli incontri di coordinamento — ad esempio quello per la Siria — dove si cerca di integrare il lavoro di tutte le associazioni cattoliche con quello delle Chiese locali.
L'Osservatore Romano, 25-26 luglio 2017