giovedì 20 luglio 2017

L'Osservatore Romano
(Nicola Gori) Per il Sinodo dei vescovi è il momento dell’ascolto, della raccolta di proposte e sollecitazioni; quello in cui si condividono impressioni, attese e difficoltà, in preparazione all’assise del prossimo anno dedicata ai giovani; ma è anche il tempo delle esperienze pastorali con le nuove generazioni, come quella vissuta dal cardinale segretario generale Lorenzo Baldisseri nei giorni scorsi a Taizé. In questa intervista all’Osservatore Romano, il porporato parla del fine settimana trascorso con i ragazzi e le ragazze che in estate arrivano da tutto il mondo nella comunità ecumenica fondata da fratel Roger e commenta i dati raccolti finora dalla segreteria generale, da cui risulta che tra i temi più cari ai giovani ci sono la famiglia, l’amicizia, il lavoro e la vita affettiva.
È inusuale che un cardinale si rechi a Taizé. Cosa l’ha spinta ad andare?
Si tratta di una realtà che accoglie giovani di differenti confessioni cristiane e aperta anche ad altri. Colpisce il silenzio, i giovani sono protagonisti. Il fondatore, fratel Roger Schutz, svizzero riformato, all’inizio, durante il periodo nazista voleva lavorare per le famiglie in difficoltà e per i poveri. Ma il percorso lo portò al piccolo paesino della Francia in cui si sviluppò l’opera come la conosciamo oggi. In lui è sempre stato molto forte il senso dell’unità, sul cui cammino si avviò fin dal principio, tanto che Taizé è un centro di spiritualità ecumenica. La cappella, che attualmente può contenere fino a cinquemila persone, significativamente è chiamata chiesa della Riconciliazione. E il 5 ottobre 1986 Giovanni Paolo II vi si recò in visita.
Che impressioni ha tratto da questa esperienza?
Come segretario generale del Sinodo dei vescovi sono stato invitato dall’attuale priore, fratel Alois, in primo luogo per incontrare i fratelli, circa 80 (provenienti anche da fraternità in altri continenti), che vivono come monaci, dediti alla preghiera e al servizio dei giovani, nella loro ricerca e nel loro cammino spirituale. La vita monastica è fondata sulla Parola e sull’Eucaristia, ed è tutta incentrata sull’unità. Ma soprattutto sono venuto per incontrare numerosissimi giovani. Ho avuto vari momenti di dialogo con i fratelli e con i giovani, e con la comunità di religiose presenti stabilmente a Taizé. Con un significativo gruppo di ragazzi di diverse culture, nazioni, continenti ho parlato dei temi del prossimo sinodo. Ho partecipato anche ai tre momenti di preghiera giornalieri che scandiscono la vita quotidiana della comunità, con una partecipazione media di 2500 persone al giorno. I fratelli sono impegnati soprattutto nell’accompagnare i giovani nella riflessione biblica e nella preghiera, così come nell’approfondimento dell’insegnamento della Chiesa. Partecipano anche adulti, vescovi e sacerdoti che vengono insieme ai giovani, così come i loro familiari. Molti volontari prestano servizio, alcuni restano settimane o mesi; assumono responsabilità e aiutano nella gestione delle attività. Taizé è un grande centro di incontro; un’espressione stupenda di una volontà di vivere insieme, di pace e di riconciliazione; un luogo di ricerca spirituale, del senso della vita, in una assoluta semplicità, trasparenza e onestà d’intenzione. «La nostra identità di cristiani — si legge nella guida alla preghiera che ci ha accompagnato durante il soggiorno — si forma camminando insieme, non separatamente. Avremo il coraggio di metterci sotto lo stesso tetto, affinché la dinamica e la verità del Vangelo possano rivelarsi?». La celebrazione della messa domenicale spesso è presieduta da vescovi e sacerdoti ospiti e rappresenta il momento più alto di comunione e di spiritualità. Il 16 luglio ho presieduto la celebrazione consegnando l’omelia preparata per l’occasione ai fratelli che la pubblicheranno nei loro servizi di comunicazione.
Nel cammino verso il sinodo sui giovani adesso siamo nella fase dell’ascolto. Avete già percepito i principali temi che interessano le nuove generazioni?
Com’è noto, la segreteria generale ha lanciato il documento preparatorio con la Lettera di Papa Francesco ai giovani nel gennaio scorso. Vi è stata una immediata reazione positiva, proprio da parte degli stessi giovani, che si sono mossi con interesse ed entusiasmo. Stanno facendo sentire la loro voce, non solo attraverso le Conferenze episcopali, alcune delle quali hanno già inviato le riposte richieste, ma direttamente o attraverso istituzioni cui appartengono. Essi inoltre possono accedere al questionario online proposto dalla segreteria generale e far pervenire il loro pensiero e i loro suggerimenti e così contribuire alla preparazione del sinodo. Le risposte online potranno essere inviate fino alla fine di novembre di quest’anno e solo allora ovviamente potranno essere elaborate. Siamo quindi ancora nella fase che potremmo definire dell’ascolto, della raccolta dei dati, i quali saranno analizzati più avanti. Solo allora si potrà dire in maniera attendibile quali sono i temi che interessano le nuove generazioni. In base ad alcuni incontri che ho avuto di recente — come per esempio a Lecce, dove sono stato inviato a chiudere il sinodo diocesano dei giovani o a Livorno, dove ho incontrato i rappresentanti dei vari settori della pastorale giovanile — posso dire che, in linea di massima, i temi che interessano maggiormente sono in genere la famiglia, l’amicizia, il lavoro, la partecipazione ai luoghi in cui si prendono decisioni per la collettività, la vita affettiva e sessuale.
Nel mese di giugno avete attivato il sito www.youth.synod2018.va; con quale obiettivo?
Lo scopo principale della pagina internet è di avvicinare i giovani nei luoghi in cui essi si trovano: tutti i giovani. La rete è indubbiamente oggi il luogo forse da loro più “abitato”. Attraverso il sito, intendiamo presentare cosa è un sinodo, far conoscere ciò che il Papa ha detto e dice ai giovani, permettere la condivisione di esperienze significative, indicare le figure di giovani che, con la loro vita, hanno dato testimonianza di seguire la via proposta da Gesù e di incarnare quei valori che danno senso all’esistenza umana. Nel sito si trova anche il questionario online, in una versione in cui ci si rivolge a loro direttamente. Ciò permetterà ai giovani, in particolare quelli che non vengono abitualmente raggiunti dalle proposte fatte dalla Chiesa, di farsi conoscere, di comunicare le loro idee e di fornire suggerimenti.
È possibile trovare un comune denominatore per la pastorale vocazionale che si adatti ai giovani di tutto il mondo?
È la persona di Gesù, vero Dio e vero uomo, che suscita fascino, attrazione e bellezza. Una proposta di vita vissuta secondo il Vangelo dovrà caratterizzare la pastorale vocazionale, che è aperta a ogni possibile vocazione nella Chiesa, non soltanto a quella sacerdotale o religiosa. I giovani allora non sono chiamati a seguire un’idea, ma a rispondere all’invito di una persona, Gesù, e fare della propria vita un’offerta significativa rivolta a Lui per amore degli altri. Solo in questo modo potremo aiutare i giovani a trovare il senso che stanno cercando e far sì che la loro esistenza non sia vissuta come vuota e inutile. Le modalità in cui tutto questo si declina potranno poi essere diverse, a secondo dei contesti culturali, sociali, religiosi in cui essi vivono. Si potrà puntare maggiormente sulla catechesi oppure sull’impegno a favore degli altri, in particolare di coloro che hanno maggiormente bisogno di aiuto, oppure su gruppi di preghiera. L’importante è che tutto favorisca l’uscita da se stessi e conduca all’incontro personale con Gesù, così come il Vangelo lo presenta. Egli è la risposta autentica alle attese più profonde del cuore di ogni persona, e dei giovani in maniera del tutto particolare.
Come ovviare al rischio per la Chiesa di mostrarsi in ritardo di fronte alla complessità e ai rapidi cambiamenti del mondo giovanile?
Papa Francesco ripete frequentemente che è importante essere vicini ai giovani, entrare nel loro mondo, imparare il loro linguaggio, condividere le loro attese e le loro speranze, farsi toccare dai loro sogni e dalle loro delusioni. Occorre fare tutto ciò con il cuore aperto, disponibile all’accoglienza e a lasciarsi mettere in discussione da loro. Ma, al tempo stesso, nella consapevolezza del patrimonio di ricchezze umane e spirituali che possono essere loro offerte e con un atteggiamento da persone “adulte” nella fede e nei comportamenti, capaci di trasmettere ciò che ha dato senso autentico alla loro vita. Particolare attenzione occorrerà dare all’aspetto del linguaggio, il quale — come è stato sottolineato in diverse occasioni — ha bisogno di essere rinnovato affinché il messaggio che si vuole trasmettere sia in grado di incontrare le attese dei giovani e risulti loro comprensibile nelle categorie, nei termini e nell’immaginario che generalmente essi utilizzano.
Come si possono inserire nella pastorale vocazionale gli insegnamenti del Vangelo nei quali si sottolinea la carità?
I giovani di oggi, forse più che in altri tempi, sono inclini a lasciarsi coinvolgere da proposte che li mettono in movimento attraverso iniziative concrete e dirette. Per questo è importante coltivare e proporre attività che conducono i giovani a impegnarsi in prima persona a favore di coloro che hanno bisogno di aiuto, gli svantaggiati delle nostre società. Al tempo stesso, questa attività di volontariato non deve esaurirsi in un semplice “fare” qualcosa per gli altri. Occorre aiutare i giovani a riflettere sulle esperienze fatte e, soprattutto, a trovare nella persona di Gesù la motivazione appropriata per il loro servizio. La carità cristiana non è motivata da un atteggiamento filantropico, ma dalla partecipazione all’opera salvifica di Gesù Cristo, il quale è morto ed è risorto perché ogni uomo viva in pienezza e nella gioia la propria esistenza.
L'Osservatore Romano, 19-20 luglio 2017.