sabato 8 luglio 2017

La Croix
(Marie Malzac e Malo Tresca) Dieci anni fa, Benedetto XVI tendeva la mano ai tradizionalisti liberalizzando, con la  pubblicazione del motu proprio Summorum Pontificum, la forma straordinaria del rito romano. In un primo tempo burrascose, le relazioni tra la Chiesa di Francia e i fedeli tradizionalisti  sembrano più tranquille oggi. Nelle diocesi, i vescovi restano tuttavia prudenti sull'applicazione  di quel testo. Ogni giorno o quasi, alla fine del pomeriggio, Laurence, quarantenne in abiti eccentrici, inforca la  bici e attraversa in un'ora e mezza tutto il sud-est parigino per varcare, alle 19, il portone della  chiesa Saint-Eugène-Sainte-Cécile, nel 9ème arrondissement. Certo, questa residente in Val de  Marne potrebbe  “trovare delle messe in settimana molto più vicine”,  ammette a bassa voce. Ma lì  può partecipare alla messa secondo il rito tridentino: una celebrazione secondo la liturgia che era  in vigore prima della riforma voluta dal Concilio Vaticano II, che lei privilegia  “se appena può,  fin da quando era piccola”.  Questa sera di inizio luglio, sono una ventina le persone che, come  Laurence, si raccolgono nell'immensa navata dell'edificio che propone, dal 1985, delle messe di  questo tipo. Infatti, la “messa in latino”, “con le spalle al popolo”, è ancora proposta nella Chiesa e non solo  dagli integralisti della Fraternità sacerdotale San Pio X, eredi di Mons. Marcel Lefebvre. A lungo problematica e rigorosamente delimitata, questa pratica si è diffusa l'indomani della  pubblicazione, il 7 luglio 2007, da parte di Benedetto XVI, del motu proprio  Summorum  Pontificum,  che ha ridato diritto di cittadinanza nella Chiesa alla liturgia come era celebrata prima  degli anni 60. Quest'ultima è quindi diventata la forma “straordinaria” del rito romano. Per quanto discussa e maturata in tempi abbastanza lunghi, la decisione del papa di tendere la  mano ai fedeli di sensibilità tradizionale – nel grembo di Roma, ma turbati da certe  “derive” ,  spesso sorte per una errata comprensione del rinnovamento liturgico – aveva avuto allora l'effetto  di un fulmine a ciel sereno. Tanto più che si inseriva nel quadro delle discussioni con la Fraternità  San Pio X, vent'anni dopo lo scisma di Mons. Marcel Lefebvre. Dieci anni dopo  Summorum Pontificum , il numero di luoghi di culto che propongono la forma  straordinaria in Francia è quasi raddoppiato, passando da 124 a 230, secondo la Commissione  episcopale per la liturgia e la pastorale sacramentale. Il motu proprio è oggi applicato in tutte le  diocesi. Mons. Guy de Kerimel, vescovo di Grenoble-Vienne e presidente della suddetta  Commissione dal 1° luglio, riconosce che ci sono potute essere  “tensioni e frustrazioni in alcuni  luoghi”, ma ritiene che, globalmente, questa applicazione  “funziona”,  grazie ad un procedimento  “di dialogo e di ascolto reciproco”. Dopo una intensa  “battaglia liturgica”,  particolarmente feroce a partire dagli anni 70, la  situazione sembra infatti oggi relativamente pacificata.  “Anche se molti continuano a deplorare e  a rimpiangere amaramente quella decisione di Benedetto XVI, il problema divide meno oggi”, afferma un teologo, buon conoscitore della questione, che definisce la decisione  “molto  sconvolgente da un punto di vista pastorale”. Dal lato dei tradizionalisti, molti confermano questa sensazione di pacificazione.  “Il problema  suscita meno polemiche che all'epoca”,  sottolinea l'abate Claude Barthe, cappellano del  pellegrinaggio “Summorum Pontificum” che, ogni anno da cinque anni, si reca a Roma per  ringraziare il papa di quel gesto.  “In certe parrocchie dove le due forme di rito sono presenti,  nascono legami tra le comunità”,   aggiunge perfino l'abate di Fongombault (Indre), Dom Jean  Pateau, che, in occasione di quel pellegrinaggio organizzato quest'anno dal 14 al 16 settembre, farà una conferenza sui frutti del motu proprio nella vita monastica e sacerdotale. Padre Marc Guelfucci, parroco di Saint-Eugène-Sainte-Cécile, parla di  “certi fedeli che non sono  stati segnati dai conflitti storici e ideologici, e che dialogano con gli altri o partecipano talvolta  indifferentemente ai due riti”. Anche il tempo ha contribuito a calmare gli animi, o a relegare la questione dietro altre priorità  pastorali, Al momento della sua pubblicazione, il testo pontificio aveva suscitato i timori di una  grande parte dell'episcopato francese, preoccupato di mantenere l'unità delle comunità e che vi  vedeva il rischio del radicarsi di un bi-ritualismo. Tuttavia, l'applicazione del testo ha anche cristallizzato delle tensioni tra diverse concezioni del  mondo e della Chiesa. I vescovi riconoscono nel loro insieme la ricchezza della diversità, anche  rituale, ma sono in molti a temere di essere travolti dalle rivendicazioni, a volte intransigenti, dei  fedeli tradizionalisti. Il che ha spinto molti a limitare al massimo il numero di luoghi di culto che  propongono la forma straordinaria. “Lasciando ai preti, in primo luogo, la facoltà di proporre delle messe in forma straordinaria, e  invitando i fedeli a far riferimento alla Santa Sede se il loro vescovo esprime delle reticenze, il  motu proprio ha notevolmente relativizzato l'autorità del vescovo nella sua diocesi”,  ritiene Padre  Luc Forestier, prete oratoriano e teologo, professore all' Institut Catholique  di Parigi. Su più vasta scala, la preoccupazione è quella che si rimetta in discussione l'autorità del Concilio  Vaticano II, nel contesto di un irrigidimento delle poste in gioco, da parte dei tradizionalisti,  attorno alla questione liturgica.  “Non è solo un problema liturgico, ma ecclesiologico”,  è l'analisi  di un liturgista, specialista della questione, che preferisce restare anonimo, come molti altri, su  questo tema ancora manifestamente sensibile.  “La riforma liturgica voluta dal Concilio è stata  votata a maggioranza schiacciante,  ricorda.  Voler tornare alla forma preconciliare pone davvero  il problema dell'obbedienza alla Chiesa”. Nonostante queste difficoltà, la tradizione continua ad attirare. Sono molti i giovani, sia preti che  laici, a scegliere da alcuni anni il rito tridentino. Le vocazioni provenienti dalle comunità  tradizionaliste continuano a moltiplicarsi. Come spiegare questo ritorno ad una liturgia che loro  non hanno mai conosciuto, a volte totalmente estranea al loro mondo familiare?  “Forse è un modo soprattutto politico di lottare contro una sensazione di destabilizzazione, di fronte ad una  globalizzazione molto violenta contro la quale vogliono resistere”,  ipotizza padre Luc Forestier. Nel sud ovest della Francia, un giovane coadiutore di 32 anni – neanche lui vuole che si citi il suo  nome – è felice di aver  “scoperto, durante gli studi, la forma straordinaria grazie ad un amico  seminarista. Siccome la cosa non era ben vista, ci recavamo alla messa in questa forma una volta  la settimana, di nascosto, e a delle conferenze sulla liturgia: la pubblicazione del motu proprio ha alzato il coperchio”.  Anche se, dieci anni dopo, la messa in latino è ancora ben lontana dall'essere  la norma.
Traduzione: www.finesettimana.org