giovedì 6 luglio 2017

Vaticano
Il Papa al congresso di Scholas occurrentes a Gerusalemme. Costruire la pace (testo del vidomessaggio in italiano)
L'Osservatore Romano
«Tra l’università e la scuola, costruire la pace attraverso la cultura dell’incontro» è il tema del congresso di Scholas occurrentes svoltosi dal 2 al 5 luglio a Gerusalemme, con la partecipazione di accademici e studenti provenienti da 41 atenei di tutto il mondo. Pubblichiamo una nostra traduzione del testo del videomessaggio con cui Papa Francesco è intervenuto alla cerimonia conclusiva nel pomeriggio di mercoledì 5 nella sede dell’università ebraica della Città santa.
In questo momento noi giovani e adulti di Israele, di Palestina e di altre parti del mondo, di nazionalità, credi e realtà differenti, tutti respiriamo la stessa aria, tutti calpestiamo la stessa terra, la nostra casa comune. Le storie sono molte, ognuno ha la sua. Le storie sono tante quante le persone, ma la vita è una. Perciò desidero celebrare questi giorni vissuti lì a Gerusalemme, perché voi stessi, a partire dalle vostre differenze, avete raggiunto l’unità. Non ve lo ha insegnato nessuno. Lo avete vissuto. Avete avuto il coraggio di guardarvi negli occhi, avete avuto il coraggio di mettere a nudo lo sguardo e questo è imprescindibile perché si produca un incontro. Nella nudità dello sguardo non ci sono risposte, c’è apertura. Apertura a tutto l’altro che non sono io. Nella nudità dello sguardo diventiamo permeabili alla vita. La vita non ci passa accanto. Ci attraversa e ci commuove e questa è la passione. Una volta che ci siamo aperti alla vita e agli altri, a chi ho accanto, si produce l’incontro, e in questo incontro si crea un senso. Tutti abbiamo senso. Tutti abbiamo un senso nella vita. Nessuno di noi è un no. Tutti siamo sì, perciò quando troviamo il senso è come se la nostra anima si allargasse. E abbiamo bisogno di dare parole a questo senso. Di dargli una forma che lo contenga. Di esprimere in qualche modo quello che ci è accaduto, e questa è la creazione. Inoltre, quando ci rendiamo conto che la vita ha senso e che tale senso ci trascende, sentiamo il bisogno di celebrarlo. Sentiamo il bisogno della festa, come espressione umana della celebrazione del senso. Allora troviamo il sentimento più profondo che si possa provare. Un sentimento che esiste in noi, per e nonostante tutto, per tutto e malgrado tutto. Questo sentimento è la gratitudine. Scholas intuisce che occorre educare a ciò. L’educazione che ci apre a quel che è sconosciuto, che ci porta in quel luogo in cui le acque ancora non ci hanno separato. Liberi da pregiudizi. Ovvero liberi da giudizi previ che ci bloccano, per poter da lì sognare e cercare nuovi cammini. Perciò noi adulti non possiamo togliere ai nostri bambini e giovani la capacità di sognare, e neppure di giocare, che in un certo senso è un sognare a occhi aperti. Se non permettiamo al bambino di giocare è perché noi non sappiamo giocare e se noi non sappiamo giocare non capiamo né la gratitudine, né la gratuità né la creatività. Questo incontro ci ha insegnato che abbiamo l’obbligo di ascoltare i bambini e di generare un contesto di speranza affinché quei sogni crescano e si condividano. Un sogno quando è condiviso diviene l’utopia di un popolo, la possibilità di creare un nuovo modo di vivere. La nostra utopia, quella di tutti noi che in qualche modo formiamo Scholas è di creare con questa educazione una cultura dell’incontro. Nelle persone possiamo unirci valorizzando la diversità di culture per raggiungere, non l’uniformità, no, bensì l’armonia, e quanto ne ha bisogno questo mondo tanto atomizzato! Questo mondo che teme ciò che è diverso, che a partire da questo timore a volte costruisce muri che finiscono col trasformare in realtà il peggior incubo, che è quello di vivere come nemici. Quanto bisogno ha questo mondo di uscire per incontrarsi! Perciò desidero ringraziare oggi voi adulti, gli accademici dell’Università ebraica e di tante università di tutto il mondo che siete qui presenti, perché non vi siete chiusi e avete messo le vostre preziose conoscenze al servizio dell’ascolto. E ai giovani di Israele e Palestina, e agli invitati di altri paesi del mondo, grazie per aver avuto il coraggio di sognare, di cercare il senso, di creare, di ringraziare, di festeggiare, di mettere la mente, le mani e il cuore per rendere realtà la cultura dell’incontro. Grazie.
L'Osservatore Romano, 6-7 maggio 2017