lunedì 24 luglio 2017

Turchia
Da Roma a Istanbul
L'Osservatore Romano
(Federico Alessandrini) Tra le fotografie che la stampa ha pubblicato in occasione del viaggio di Paolo VI a Istanbul, ce n’è una che documenta un momento della sua partenza da Roma. In primo piano, eretta e in gesto benedicente, si staglia la sua bianca persona; alla sinistra della vettura che lo ha accompagnato fino al piazzale Kennedy dell’aeroporto di Fiumicino, si vede il gruppo delle alte autorità religiose e civili che lo attendono per rivolgergli l’ultimo saluto augurale prima del decollo dell’aereo, che sul margine superiore chiude con la sua mole tutta la composizione fotografica; e ai lati del tappeto che la taglia diagonalmente, gli avieri, i carabinieri e gli agenti dell’ordine in alta uniforme, pronti a scattare sull’attenti quando, tra pochi istanti, si avvierà verso la scaletta appoggiata al portello della carlinga.
L’obiettivo fotografico non può sostituirsi in tutto alla penna del cronista, e tanto meno dello storico, anche il più sprovveduto. Se non ci fossero quelle timide lame di ombra che si profilano sul piazzale del «Leonardo da Vinci», quanti tra pochi anni rivedranno quest’immagine divenuta per così dire familiare nella storia della Chiesa del XX secolo, non ricorderebbero forse ch’essa è stata scattata di prima mattina, quando l’umanità di mezzo emisfero si prepara ad affrontare un’altra giornata di lavoro, di trepidazione e di pena, ma con la luce che rinasce, sente anche rinascere la fiducia nella vita, in quei tesori di bontà e di grazia che le cronache cittadine ignorano quasi sistematicamente, ma che formano il sottile, spesso invisibile ordito della Provvidenza.
Sul «muso» dell’aereo non si vede lo stemma pontificio che vi è stato dipinto per lo storico viaggio; le personalità in attesa sono difficilmente riconoscibili; manca la panoramica della folla — folla anonima ma non perciò meno significativa — che sulla terrazza ha atteso l’arrivo del Padre comune, ed è rimasta ad applaudirlo con una plebiscitaria manifestazione di affetto fino a quando non l’ha veduto salire giovanilmente i gradini della scaletta, voltarsi per benedirla ancora una volta, e sparire infine, non come il profeta Elia sul carro di fuoco, ma sul rapidissimo mezzo di locomozione del quale, argutamente ha detto egli stesso, è divenuto abituale cliente.
Anche la partenza di Paolo VI dalla Città del Vaticano è stata salutata da un tributo di affetto, inusitato non già per la cornice dove si è svolto, il cortile di San Damaso, ma per l’ora mattinale più ancora per la nazionalità dei presenti: vietnamiti cattolici e non cattolici che, guidati dall’assistente ecclesiastico dei laureati cattolici di Saigon, don Paolo Hoi, stanno compiendo un pellegrinaggio ai maggiori santuari di Europa, organizzato da «Pax Romana».
Nonostante l’ora imminente della partenza, il Papa ha voluto intrattenersi con questi suoi figli del tormentato popolo vietnamita, dopo averli ringraziati per il conforto che le numerose loro testimonianze di fede danno al suo cuore di Pastore e di Padre, ha invocato sulle loro famiglie, il loro pellegrinaggio, soprattutto il loro Paese, le più copiose benedizioni. E in cambio delle preghiere ch’egli ha detto d’innalzare ogni giorno al Signore, perché affretti per il Vietnam l’avvento della vera pace nella libertà, nella giustizia e nell’indipendenza, ha chiesto ad essi di pregare per lui e di aver sempre fiducia nel Signore.
Si è portato con sé l’immagine di quella piccola porzione del suo gregge, giunto dal Sud-Est del continente asiatico per pregare sulla tomba dei Fondatori della Chiesa di Roma in questo Anno della Fede; è partito con la certezza che anche quei figli, un tempo materialmente così lontani, oggi così vicini, l’avrebbero accompagnato con le preghiere e i loro voti, uniti a quelli dei fedeli della sua diocesi: da Roma alla nuova capitale dell’antico Impero d’Oriente.
Due ore esatte il volo del «Clipper St. Paul» da Roma ad Istanbul. Alle 7.54 il grosso Boeing 707 ha iniziato la fase di decollo a Fiumicino, ed alle 9.54 ha toccato terra all’aeroporto di Yelsikoy.
Due ore di viaggio tranquillo, che il Pontefice ha trascorso, in gran parte, recitando il breviario, nel saloncino che gli era stato apprestato poco oltre la cabina di pilotaggio: un piccolo tavolo e delle poltroncine ai due lati; su una parete un crocifisso, sull’altra un medaglione in bronzo dello scultore Manfrini (anch’egli presente sull’aereo) e che Paolo VI ha donato alla Pan American. Nella cabina di prima classe sono le personalità del seguito; in quella cosiddetta economica, una settantina di giornalisti e cineoperatori.
Sono le 9 circa, e siamo in vista di Salonicco, ma la foschia impedisce di vedere qualcosa. Il Pontefice fa inviare un messaggio di saluto al Re di Grecia Costantino, ed un altro all’arcivescovo ortodosso di Atene Hieronimos. Come cambiano i tempi! Soltanto tre anni fa, il predecessore di Hieronimos, l’arcivescovo Crisostomo, aveva aspramente criticato l’incontro del patriarca Atenagora con Paolo VI in Terra Santa...
Il segretario del Papa, Monsignor Pasquale Macchi, fa una capatina nel compartimento dei giornalisti, e a tutti distribuisce una serie di splendide cartoline dei più famosi luoghi di culto di Istanbul. È il preannunzio della visita che, com’è ormai consuetudine di questi viaggi pontifici, Paolo VI compirà tra poco ai rappresentanti della stampa. Vien scostata la tendina che ci divide dalla cabina di prima classe ed appare il Pontefice. Ha il volto tirato: un segno fin troppo evidente della sua commozione, ora che si sta avvicinando il momento storico del suo incontro, al Phanar, col patriarca Atenagora. Qualcuno gli chiede se il viaggio ha come scopo preminente il problema della unione del cristiani. Ma il Papa, ora sorridente, mette avanti le mani come per difendersi dalla polemica domanda del giornalista e dice: «Niente interviste, niente interviste». Percorre lo stretto corridoio che separale due file di poltroncine. Ha per tutti una parola di saluto, e fa consegnare il libretto col testo liturgico della cerimonia a cui in serata avrebbe partecipato, con Atenagora, nella Basilica dello Spirito Santo.
La visita è ormai finita, perché il comandante dell’aereo avverte che siamo in vista di Istanbul. Già scorgiamo dai finestrini, la sagoma filiforme dei minareti, la cupola di S. Sofia e delle moschee scintillanti al sole, la curva sinuosa del Bosforo con i massicci ponti che uniscono la riva occidentale a quella asiatica. Siamo un po’ tutti quanti emozionati.
Qualcuno, vicino a noi, ricorda che un altro Papa, Martino I, venne in questa città; ma ci venne in catene. Prigioniero dell’esarca Calliopa, fu processato e condannato a morte, e gli risparmiò la vita soltanto per i rimorsi da cui fu colto, sul letto di morte, il patriarca Paolo. Ora un suo successore ritorna nell’ex Costantinopoli per portare il suo messaggio di amore, di carità e di pace.
Viaggio di ritorno. Siamo partiti alle 19.25 dall’aeroporto di Cigli. Nel compartimento di coda del Boeing i giornalisti «picchiettano» ritmicamente sulle macchine da scrivere per aver già pronto l’articolo all’arrivo a Roma. Qualcuno non ha nemmeno il tempo a di mangiare qualcosa. Il Papa, intanto, fa inviare altri messaggi alla stampa di Istanbul e di Smirne per ringraziarla di quanto ha fatto in questi due giorni, e, sorvolando la Grecia, al Re Costantino. Mons. Macchi, accompagnato da Mons. Marcinkus, viene di nuovo a trovarci per distribuire due medaglie-ricordo: per il viaggio in Turchia e per l’incontro del Pontefice con Atenagora. Di lì a poco viene anche Paolo VI. «È contento? » chiede ad un collega francese. «Certo, Santità», risponde l’altro, e ricorda quello che è stato per lui il momento più emozionante e commovente: la cerimonia nella chiesa patriarcale del Phanar; come anche ricorda che una signora, accanto a lui, è scoppiata in lacrime quando il Papa ed Atenagora si sono abbracciati. Paolo VI lo ringrazia, e saluta poi tutti gli altri giornalisti. Sotto di noi, intanto, già si scorgono in lontananza le scie luminose dell’aeroporto di Fiumicino.

L'Osservatore Romano, 24-25 luglio 2017