giovedì 20 luglio 2017

Decine di persone — tra le quali poliziotti, funzionari governativi, politici e addirittura un generale dell’esercito — sono state condannate ieri in Thailandia a conclusione di quello che nel paese asiatico è stato definito come il più grande processo della storia contro il traffico di esseri umani. Un dibattimento durante il quale sono stati portati alla sbarra 103 imputati, tutti accusati di sfruttamento, schiavismo, rapimento e omicidio. Il processo è nato dalla scoperta di un vasto giro di trafficanti che aveva ridotto in schiavitù migliaia di rohingya nel sud della Thailandia, nella provincia di Songkhla, al confine con la Malaysia. Nel 2015, le indagini avevano portato al ritrovamento di alcune fosse comuni con 36 cadaveri nei campi-ghetto dove i trafficanti tenevano prigionieri i rohingya fino alla riscossione di un pagamento da parte delle famiglie. Tra i condannati del processo in Thailandia c’è il generale Manas Kongpaen, il volto più noto della rete criminale, così come l’ex politico Pajjuban Aungkachotephan. Gli investigatori hanno reso noto che molti sfollati — soprattutto donne e bambini — erano morti a causa alle durissime e inaudite condizioni in cui venivano detenuti.
I rohingya sono una minoranza etnica musulmana in fuga dalle discriminazioni nel Myanmar. Sono considerati dall’Onu tra le minoranze etniche più perseguitate al mondo. Abitano nel territorio dello stato Rakhine, nel nordovest del Myanmar, ma per il governo sono immigrati irregolari e non rientrano nelle etnie ufficiali che compongono il paese. Apolidi, senza nessun diritto, né di lavoro né di studio, molti di loro vivono nei campi allestiti dalle autorità. Chi può fugge, diventando spesso preda di trafficanti senza scrupoli.
La vicenda ha destato molto scalpore in tutto il paese, soprattutto dopo che l’ex investigatore capo per il caso, Paween Pongsirin, è fuggito in Australia, motivando la sua scelta con il timore di essere ucciso da «persone influenti coinvolte nel traffico di esseri umani» e che volevano farlo tacere. L’attuale giunta militare thailandese di Prayuth Chan-ocha, al potere dal golpe del 2014, ha definito la lotta al traffico di esseri umani una priorità nazionale. Tuttavia, le organizzazioni per i diritti umani credono che tale crimine sia ancora largamente diffuso nel paese.
La vicenda ha portato a un duro giro di vite contro le reti di contrabbando che portavano le persone in fuga dal Myanmar in Thailandia. Ma l’azione di governo, indicano gli analisti, ha provocato una crisi ulteriore, in cui i trafficanti, temendo l’arresto, abbandonavano i rifugiati in mare. L’agenzia dei rifugiati delle Nazioni Unite ha infatti stimato in centinaia i rohingya morti in mare, principalmente a causa di percosse.
L'Osservatore Romano, 20-21 luglio 2017.