venerdì 7 luglio 2017

L'Osservatore Romano
«Essere cristiani non vuol dire soltanto accettare Gesù come Salvatore, ma esige anche che i fedeli vadano nelle periferie della società dove tante persone lottano materialmente e spiritualmente»: è quanto ha dichiarato monsignor José Horacio Gómez, arcivescovo di Los Angeles e vice presidente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti, durante la convention promossa dall’episcopato svoltasi a Orlando, dal titolo: «Convocazione dei leader cattolici: La gioia del Vangelo in America».«Gesù — ha proseguito l’arcivescovo — ci chiama a seguirlo. Si tratta di un’azione, una decisione che implica uno stile di vita». Il presule ha ricordato che «Papa Francesco ha incentrato la missione della Chiesa sull’andare verso le persone che si trovano ai margini della società — ha detto — definendola una responsabilità non solo per i vescovi, il clero e gli operatori della Chiesa, ma per la Chiesa intera. Il Papa — ha aggiunto monsignor Gómez — vede le periferie sia come luogo fisico che esistenziale. Sono luoghi che riflettono una società, dove alcune persone possono essere messe da parte o scartate. Sono luoghi su una mappa, luoghi in cui vive la gente. Le periferie sono parti delle nostre città e delle aree rurali che non visitiamo mai. L’altro lato della medaglia. Sono dove vivono i poveri. Sono le prigioni e le tendopoli nei nostri spazi pubblici. Le periferie sono i frutti amari dell’indifferenza, dello sfruttamento e dell’ingiustizia. Sono tutti luoghi dei quali la nostra società si vergogna e preferirebbe dimenticare. Ma per Papa Francesco — ha sottolineato l’arcivescovo di Los Angeles — le periferie sono più che un luogo fisico o di una categoria sociale. Sono ambienti in cui la povertà non è solo materiale, ma anche spirituale». L’arcivescovo li ha definiti luoghi dove la gente «è ferita e sente che la loro vita non ha alcun significato e che non interessa a nessuno, intrappolandosi nel peccato, nella dipendenza, nella schiavitù e nell’illusione. Il Papa dice che queste periferie stanno crescendo nel mondo moderno e che sono nuove terre di missione». Il presule, durante il suo intervento, ha ammesso che in alcuni di questi luoghi alla Chiesa «non piace andare». Tuttavia, ha ricordato ai 3500 delegati, che «Gesù è ai margini, e che come persone di fede, siamo invitati ad andare dove sta Gesù. La Chiesa è sempre stata presente nelle periferie, attraverso le nostre scuole, le nostre parrocchie e i nostri ministeri. A volte siamo gli unici a servire queste comunità. Ma possiamo fare meglio, siamo chiamati a fare di più. È questa la nostra sfida».
Inoltre, l’arcivescovo ha accusato le “élite” per aver «intrapreso un’aggressiva opera di de-cristianizzazione della nostra società per far sì che la gente perda il ricordo delle nostre radici cristiane e smonti tutto ciò che è stato costruito su queste radici. Con la perdita di Dio stiamo assistendo alla perdita della persona umana».
Infine, il vice presidente della Conferenza episcopale ha additato la società americana come importante esempio di un luogo in cui la necessità di servire ai margini è fondamentale, soprattutto perché le famiglie si stanno disgregando e le comunità vivono nell’instabilità. L’America — ha concluso l’arcivescovo di Los Angeles — si sta lacerando. Siamo un popolo diviso in base al denaro e alla razza, all’educazione e alla provenienza familiare. Le persone hanno paura del futuro. Si sentono impotenti ed escluse. Bisogna imitare Gesù e incontrare le persone nei luoghi di dolore e di ingiustizia, nei luoghi dove la gente è dimenticata».
Della forza dell’identità cristiana dinanzi alla crisi che vivono oggi molti paesi si è soffermato in un’intervista al quotidiano «la Croix», il cardinale Joseph William Tobin, arcivescovo di Newark. «Come seguaci di Gesù, — ha detto — dobbiamo fare attenzione a non escludere gli altri. Il clima di insicurezza ha provocato un patriottismo esagerato negli Stati Uniti. Ognuno si identifica prima di tutto come un americano piuttosto che come discepolo di Gesù. Tutto ciò che passa avanti alla nostra identità cristiana, diventa idolatria. E noi stessi, cattolici americani, siamo presi da questo rischio. Noi cattolici americani — ha concluso il porporato — siamo una Chiesa di migranti. Abbiamo sempre lavorato a loro favore».
L'Osservatore Romano, 6-7 luglio 2017.