domenica 2 luglio 2017

L'Osservatore Romano
Mettere alle spalle morte, distruzione, scontri, divisioni. In una parola, sbarazzarsi non solo mentalmente delle macerie e restituire finalmente nuova vita a quella che per tanti mesi è stata la città epicentro del conflitto siriano. Nella speranza che presto torni a essere la capitale economica e commerciale del paese e, soprattutto, esempio di convivenza pacifica tra fedi diverse. È questo il senso di Aleppo più bella, il progetto ideato dalla comunità cattolica di rito latino in collaborazione con il governatorato della città, al quale collaborano anche numerosi musulmani. Progetto che intende avviare l’opera di ricostruzione a partire dalle cose più semplici, come la pulizia e la verniciatura degli spazi pubblici e il ripristino della segnaletica stradale. Il programma ha preso il via nei giorni scorsi, con una cerimonia presieduta dal francescano Ibrahim Alsabagh, nell’area antistante la parrocchia intitolata a San Francesco d’Assisi. All’incontro, dal carattere interreligioso hanno partecipato anche rappresentanti del mondo islamico. Rendere “Aleppo più bella” come sottolinea lo slogan dell’iniziativa, sostengono i promotori, è una «preoccupazione» e una «sfida» che «unisce» sia i cristiani che i musulmani, perché, come è stato ribadito a più riprese, non sono le religioni ad alimentare la guerra. Anzi la fede è fonte di pace, di rinascita, di convivenza. Ne è riprova il fatto, sottolineato da padre Ibrahim, che senza l’intervento dei capi cristiani, sunniti e sciiti, la stessa Aleppo sarebbe «andata distrutta».
In tale prospettiva, il primo gesto compiuto da quanti hanno aderito all’iniziativa è stato la verniciatura dei bordi dei marciapiedi. «Sono state le autorità stesse — racconta il sacerdote — a dare la prima pennellata» a strade e vie che portano ancora ben evidenti i segni del conflitto. «Lottiamo con amore per la nostra città martire — ha spiegato il religioso all’agenzia AsiaNews — con il desiderio di promuovere la riconciliazione», in una realtà che anche dopo la fine dei cruenti combattimenti resta pur sempre «ferita e lacerata». Ed è ancora più importante farlo oggi perché «il bene sia contagioso» e possa dunque essere trasmesso e diffuso. Inoltre, aggiunge padre Ibrahim, «ci siamo resi conto fin da subito del fatto che questa iniziativa è una buona opportunità per recuperare o rinnovare quel meraviglioso mosaico che è la nostra società».
L'Osservatore Romano, 1° - 2 luglio 2017.