venerdì 7 luglio 2017

Diocesi di Brescia - La voce del popolo
(Don Gianluca Mangeri) La vicenda del piccolo Charlie, il bambino affetto da una rara malattia per la quale la corte europea per i diritti umani ha autorizzato la sospensione del respiratore nonostante il parere contrario dei genitori, sta scuotendo il mondo. A testimoniarlo sono veglie di preghiera, manifestazioni, interventi sui “social”. Tra questi ultimi mi soffermo su quello del Papa, che nel suo tweet così si esprime: “Difendere la vita umana, soprattutto quando è ferita dalla malattia, è un impegno d’amore che Dio affida ad ogni uomo”. Papa Francesco ci indica la via, la risposta che possiamo dare come singoli credenti e come comunità cristiana. E la risposta non si è fatta attendere: l’Ospedale Bambin Gesù di Roma ha dato la sua disponibilità ad accogliere Charlie, per mostrare che la sua malattia seppur inguaribile è curabile, per ascoltare il desiderio di amore e di vita espresso dai suoi genitori. Purtroppo al trasferimento si stanno frapponendo motivazioni di ordine legale da parte dell’ospedale londinese, dinanzi alle quali tuttavia la Santa Sede è decisa a non fermarsi. Ecco una risposta concreta, come impegno d’amore, come lo chiama il Papa, della comunità cristiana che si fa carico della vita ferita dalla malattia. Perché si ascoltano così facilmente i genitori che chiedono la morte del proprio figlio con l’aborto e non si vuole ascoltare il grido di una mamma e un papà che invece supplicano che il proprio figlio viva? L’ascolto di una invocazione di vita, l’ascolto di una vita fragile da custodire, curare, amare. Ecco la risposta più autentica e concreta da dare. Questi sono gli impegni d’amore che Dio ci affida. Sono impegni che vengono spontanei dal cuore, quando in esso c’è l’amore. Quando il cuore è “inquinato” c’è la chiusura alla vita. Diversi sono gli inquinanti: la falsa pietà che vorrebbe eliminare le sofferenze “facendo fuori” il sofferente, il voler disporre della propria vita e di quella degli altri secondo i propri desideri in nome di un diritto chiamato di autodeterminazione, la perdita della visione spirituale che fa contemplare nel piccolo Charlie come in ogni vita fragile l’immagine di Dio, la visione utilitaristica che ragiona in termini di finanza e “budget” per cui la vita vale per quel che fa entrare nelle tasche. L’accoglienza e la cura della vita fragile è invece potente terapia per curare il cuore, per purificarlo e quindi educarlo.
Elisabeth Kubler Ross la psicologa di origine svizzero-tedesca trasferitasi a lavorare con i malati terminali a Chicago così racconta: “Venne un momento della mia vita in cui mi accorsi che avevo messo al mondo due figli, che avevo dato loro il benessere, un’educazione, un’istruzione e che però erano vuoti, vuoti come una lattina di birra già bevuta. Così, d’accordo con mio marito, prendemmo in casa un ospite: un anziano di 74 anni ai quali i medici non avevano diagnosticato non più di due mesi di vita. Volevo che i mie figli gli fossero vicini nel suo cammino verso la morte, volevo che toccassero con mano l’esperienza più importante nella vita di un uomo. L’ospite restò con noi non due mesi ma due anni e mezzo accolto in ogni cosa come un membro della famiglia. Questa esperienza ha portato ai miei figli un’incredibile ricchezza spirituale, quei trenta mesi li hanno straordinariamente maturati, hanno scoperto un significato nuovo per la loro vita; sono diventati davvero adulti”. Ecco come educare il cuore e così liberarlo perché possa rivelare la ricchezza che porta dentro. Quanti piccoli Charlie e quanti anziani, quante persone fragili e malate aspettano un cuore accogliente per continuare a vivere. Ma anche quanti cuori “inquinati”, freddi, spenti, ripiegati su di sé potrebbero riprendere a fiorire, a pulsare di vita accogliendo tanti piccoli Charlie e tante vite fragili come impegno d’amore!