mercoledì 5 luglio 2017

(Damiano Serpi - ©copyright) Molti, sicuramente troppi, in questi giorni si sono avventurati a commentare le notizie sul piccolo Charlie, il bambino inglese nato con una grave malformazione genetica che la magistratura inglese ha deciso, seguendo il parere della medicina, debba cessare di vivere anche contro il parere dei genitori che vorrebbero, al contrario, tenerlo in vita per tentare ogni strada possibile verso la vita. Quando si ha a che fare con la sofferenza, con il dolore concreto e lancinante di chi è afflitto da malattie bisognerebbe sempre misurare le parole e, forse, lasciar spazio al silenzio e alla riflessione personale. Non c’è cosa più sbagliata che usare il dolore e la sofferenza di qualcuno per farne bandiera delle singole partigiane convinzioni. Proprio per questo di seguito non troverete una accanita e strenua difesa delle tesi di chi crede che occorra ad ogni costo tutelare il dono della vita oppure quelle di chi pensa che soffrire senza prospettive sia solo una perdita di tempo e causa di inutile dolore per chi patisce e per chi gli sta accanto. Ciò che invece vorremmo trarre dall’argomento è il valore che la società di oggi attribuisce alla parola speranza.
La vicenda del piccolo Charlie verte in effetti quasi esclusivamente su quanto noi siamo disposti a sperare. Cosa è per noi la speranza e quanto siamo disposti a seguirla ? Chi pensa che la medicina ufficiale dia risposte concrete e definitive arriva alla conclusione che se non vi è speranza di una guarigione possibile allora tanto vale archiviare per sempre una vita che sarà fatta solo di sofferenza e dolore. Chi, invece, pensa che c’è una speranza che va oltre ciò che la medicina può prevedere e immaginarsi allora darà al concetto di speranza un valore diverso che tenderà a valorizzare al massimo il concetto di vita. Tutto, in definitiva, ruota su questo. Una diagnosi perfetta, completa e definitiva può essere l’unica spiaggia per ogni speranza, per ogni miracolo, per ogni tentativo ? Oppure dobbiamo comunque sperare che oltre alle diagnosi vi sia qualcosa per cui valga la pena credere e pregare ?
Tuttavia la speranza non è qualcosa di uguale per tutti. Non possiamo pretendere che un medico, per bravo e professionale che sia, possa avere la stessa speranza di un genitore al capezzale di un figlio malato, né tantomeno la stessa speranza può averla un giudice che deve decidere in base a testimonianze, perizie e documenti cartacei. Chi deve decidere quale livello di speranza concedere a un bambino nato con una malformazione ? Basta un verdetto medico per eliminare ogni speranza ? Devono essere i giudici a togliere ogni illusione come se si stesse dirimendo una causa civile su una eredità o su una compravendita ? O forse dobbiamo aiutare quella speranza innata dei genitori che sono coloro che hanno messo al mondo quel bambino assieme alle loro aspettative, al loro amore e desideri ?
Lasciamo per un momento perdere tutto il resto. Evitiamo di cadere nel tranello delle facili affermazioni o dalla necessità di voler far vincere una tesi sull’altra. Per una volta cerchiamo di evitare il classico clima da referendum con i SI e i NO schierati a far valere le proprie ragioni per catturare consensi. Chiediamoci solo chi ha il naturale diritto di metter fine alla speranza dei genitori di un bambino malato. Per un adulto è diverso, ma per un bambino chi dovrebbe avere l’ultima parola sulla possibilità di mantenere accesa la fiammella della speranza e, perché no, credere in un miracolo ? È sufficiente la laurea di un medico o di un giudice, sono sufficienti gli esami di laboratorio, le perizie e le testimonianze per togliere ai genitori ogni speranza e decretare la morte di quel bambino staccando le macchine che lo tengono in vita ? O invece bisogna aiutare quei genitori a conservare quell’ultimo barlume di speranza finché ci da la luce ?
Proprio l’inno nazionale inglese, il più conosciuto al mondo per via delle dominazioni coloniali del Regno Unito, si intitola “God save the Queen” ossia “Dio salvi la Regina”. Fa davvero impressione come moltissimi stati nazionali del mondo citino Dio nei loro inni o addirittura nelle loro banconote nazionali. Avete mai fato caso, ad esempio, a cosa c’è scritto nelle banconote Usa da 1 dollaro ? C’è scritto in tutta evidenza “In God we trust”, ovvero “In Dio noi confidiamo”. Un passo del predetto inno nazionale inglese dice testualmente che “O Signore, nostro Dio in te riponiamo le nostre speranze, Dio salvi tutti noi”. Come può uno Stato affidarsi a Dio fino al punto di riporre le speranze di una intera nazione su di lui e poi negare a dei genitori innamorati della loro creatura la possibilità, la sola possibilità, di perseguire ogni strada di speranza possibile per tenere in vita il proprio figlio standoli accanto sino all’ultimo istante ? Come può uno Stato accettare che dei giudici dispongano del potere di speranza sulla vita di un bambino quando la stessa nazione si affida a Dio e confida in lui persino sulle guerre contro i nemici ?
Certo, la laicità ha ormai invaso tutta la società e gli inni nazionali sono solo dei retaggi di un passato che oggi facciamo fatica a ritrovare nella vita quotidiana delle persone. Però il rapporto tra genitori e figli è pur sempre un rapporto esclusivo. La vita di un bambino è un dono di Dio ai genitori e all’umanità. L’amore di un padre e di una madre non può essere rinchiuso all’interno di un recinto razionale da altri stabilito o decretato a suon di ordinanze o sentenze. Non si tratta di una proprietà immobiliare, di un conto in banca, di un’automobile. La vita di un figlio è qualcosa di intimo che rappresenta il dono di Dio verso quella copia. Non si può usare la carta bollata per togliere la speranza di chi ama un figlio e vuole perseguire ogni sentiero di speranza e vivere ogni momento di quella esistenza come si vive un dono inestimabile e prezioso. Chi può privare quei genitori della speranza di un miracolo ? Chi può davvero metter fine all’esistenza di un bambino senza aver concesso a quei genitori l’ultimo alito di speranza ?
La nostra società ormai si è abituata alle cose che richiedono sempre meno tempo. I sentimenti, quelli veri, fanno paura perché sono incontrollabili e imprevedibili. La società contemporanea ci vuole rapidi, catalogati, poco inclini ad essere rapiti dai sani sentimenti. Tuttavia l’uomo è fatto per vivere, per lottare verso la vita e non per rincorrere la morte. La speranza di un genitore non può essere compressa solo per esigenze di un sistema sanitario o di una norma che vuole non solo dare la possibilità a chi, da adulo, non vuol più soffrire ma persino surrogare i genitori in qualcosa che appartiene loro sin dal momento del concepimento.