martedì 4 luglio 2017

L'Osservatore Romano
(Cristiana Dobner) La ricerca di Lord Jonathan Sacks, rabbino capo emerito d’Inghilterra, condotta nel libro Non nel nome di Dio. Confrontarsi con la violenza religiosa (Firenze, Giuntina, Firenze 2017, pagine 314, euro 18) poggia sulle ampie conoscenze dell’autore: filosofo, autorevole personaggio in tv e alla radio e leader religioso stimato. Nel XXI secolo, in nome di Dio, sono nati e si sono imposti estremismi religiosi e violenti. L’autore diagnostica la storia, il pensiero e le civiltà per mettere a nudo le radici della violenza e i suoi legami con la religione.
Le tre fedi abramitiche, ebraismo, cristianesimo e islam e le loro tensioni storiche, sono ampiamente coinvolte e responsabili nell’odiare nel nome del Dio dell’amore e nell’agire crudelmente in nome del Dio della compassione? Se la teologia si colloca al cuore del problema, può allora diventare anche parte della soluzione?
«Per descrivere il tema di questo libro nel modo più semplice possibile diremo che c’è un legame tra religione e violenza ma è obliquo, non diretto».
Scienza e filosofia entrano in campo per dimostrare come la religione, correttamente intesa, non genera violenza, innestata invece dal «male altruistico», dalla violenza fra persone di differenti credi: «I rapporti tra ebraismo, cristianesimo e islam sono stati storicamente avvelenati, e io cerco di capire perché».
L’esame di tre fenomeni chiarirà il pensiero di Sacks: la forma mentis, il mito e la rivalità fraterna. «C’è una specifica forma mentis che rende possibile la malvagità altruistica: il dualismo. Questo è incompatibile con il monoteismo, ma ciò nonostante di tanto in tanto vi ha trovato spazio». La lotta fra il bene e il male: il mio Dio contro il tuo Dio.
L’estremismo religioso ci minaccia e distrugge, viviamo tempi difficili per gli ebrei ma anche per i cristiani in Iraq e gli yazidi in Siria, le città europee sono diventate zone pericolose. Perciò è necessario un richiamo a tutte le persone di buona volontà provenienti da tutte le fedi.
Dopo aver denunciato gli asassinii recenti, Jonathan Sacks non indugia sull’orrore ma si rivolge a scrutare la radice teologica della violenza ispirata dalla religione.
Il moderno fondamentalismo si radica in una forma viziosa di rivalità fra fratelli, una sorta di falsa variante del dualismo. Generata da una lettura scorretta dei testi biblici che ri-legge osservando soprattutto le storie dei fratelli rivali. L’autore lancia alcuni interrogativi, cui darà risposta, capitali per la nostra cultura: «E se la Bibbia ebraica comprendesse, come Freud e Girard, come i miti greci e romani, che la rivalità tra fratelli è la forma primigenia di violenza? E se, invece di avallare questa interpretazione cominciasse a minarla, a rovesciarla, a contestarla e infine a sostituirla con un altro modo, assai diverso, d’interpretare la nostra relazione con Dio e con l’altro umano? E se la Genesi fosse un testo con più livelli, più profondo e trasformativo di quanto lo abbiamo considerato? E se fosse la maniera di Dio di dirci ciò che disse a Caino che la violenza in una causa sacra non è santa ma un atto di profanazione? E se Dio stesse dicendo: Non nel mio nome?».
Di primo acchito il monoteismo risolve il problema, perché, posto che ci sia un solo creatore, ne consegue che esiste una sola creazione, allora tutti vi apparteniamo. Questa ottica unica e unificatrice del cosmo si scontra però con l’istinto umano. È arduo considerarlo come un “noi”, siamo sempre disposti a distinguere fra “noi” e “loro”.
Il dualismo teologico è spesso inconscio ma serpeggia nelle fedi monoteistiche, una sorta di virus non sradicabile. Se, però, il dualismo si espande, diventa universale e si coniuga con la tecnologia, per esempio con internet, ed è parallelo alla crisi della società, si scatena il disastro.
Si potrebbero anche sottolineare i silenzi all’interno di questa profonda e impegnativa riflessione, ricca di ampiezza di idee, respiro e chiaro giudizio, ma sarebbe ingiusto perché cadrebbero al di fuori del tracciato voluto dall’autore.
Dio non accetta la violenza perché è il Dio dell’amore. Per questo tutti dobbiamo combattere senza armi la religione che combatte con le armi: «Ora è giunto il tempo per gli ebrei, i cristiani e i musulmani di dire ciò che non hanno detto nel passato: siamo tutti figli di Abramo. E sia che siamo Isacco o Ismaele, Giacobbe o Esaù, Lea o Rachele, Giuseppe o i suoi fratelli siamo tutti preziosi agli occhi di Dio. Siamo benedetti. E per essere benedetti non è necessario che qualcuno sia maledetto. L’amore di Dio non funziona in questo modo. Oggi Dio ci chiama, ebrei, cristiani e musulmani, a liberarci dall’odio e dalla sua predicazione, e a vivere, finalmente, come fratelli e sorelle, fedeli alla nostra fede e a essere una benedizione per gli altri a prescindere dalla loro fede, rendendo onore al nome di Dio onorando la sua immagine, l’umanità».
L'Osservatore Romano, 4-5 luglio 2017.