giovedì 20 luglio 2017

il Fatto Quotidiano
(a cura di Sabrina Provenzani) Per trovare gli uffici del Napac, la maggior associazione inglese per il supporto delle vittime di abusi infantili, bisogna girare attorno alla piccola Chiesa cattolica di St Joseph. Il proprietario è lo stesso, la Diocesi di Westminster. Tre stanze grandi, luminose, 10 impiegati. Su tavolini bassi, volantini dell’associazione con il telefono della linea di supporto. Il fondatore dell’associazione, Peter Saunders, 60 anni, è un sopravvissuto: paga ancora le conseguenze psicologiche degli abusi subiti da preti e insegnanti in una scuola cattolica. Come i giovani del Coro di Ratisbona.
Lei in un inferno simile ci è stato. Che effetto le fa leggere dell’inchiesta?
Mi fa orrore, ma non mi sorprende affatto. Istituti di questo tipo, religiosi o non (penso alle boarding school inglesi) sono costruiti per consentire questi abusi, perché sono ambienti artificiali dove maschi soli hanno potere totale su esseri vulnerabili come i bambini. Quelli cattolici sembrano essere i più pericolosi perché l’obbligo del celibato peggiora le cose. Se ci fosse un’inchiesta simile nella mia ex scuola i numeri sarebbero simili. Credo che i bambini abusati nel mondo siano milioni.

Georg Ratzinger è stato direttore del coro dal 1964 al 1994. Ha ammesso di aver schiaffeggiato qualche allievo, ma di non essere al corrente di abusi peggiori. L’inchiesta però suggerisse che sapesse e non sia intervenuto. Che ne pensa?

È una dinamica tipica di certe istituzioni cattoliche, dove vige la cultura del silenzio e dell’insabbiamento. Si viene a sapere qualcosa, la si ignora. Quando non la si può ignorare si fa una chiacchierata con i responsabili. Se la situazione sfugge di mano il responsabile viene allontanato discretamente. Non conosco le responsabilità di Georg Ratzinger, ma era ai vertici del coro: è inconcepibile che non sapesse.
E papa Benedetto?
Non posso sapere se, fra fratelli, abbiano parlato del problema. Ed è vero che Benedetto XVI ha isolato o anche ridotto allo stato laicale decine di preti, ma anche che ha avocato a sé tutti i procedimenti, suggerendo di evitare la denuncia ai tribunali civili. Come se non si trattasse di reati
criminali ma di violazioni della liturgia. E questo è gravissimo.
Come valuta il lavoro della Commissione Pontificia per la Tutela dei Minori da cui è stato allontanato un anno fa?
Un esercizio di relazioni pubbliche. Pensi solo che non è previsto che si parli di inchieste in corso o casi individuali. Ha solo la funzione di ‘consigliare’ il Pontefice. Pura vetrina. Lo dimostra il fatto che a farne parte non sia stato chiamato nessun indipendente: sono stati scelti tutti ‘devoti cattolici’,
brave persone ma con vincoli anche emotivi, di obbedienza, verso la Chiesa. Prima che mi allontanassero ho chiesto al cardinale O’Malley che la presiede: ‘Cosa abbiamo concluso in due anni? Ha allargato le braccia.
Con l’irlandese Mary Collins eravate rappresentanti delle ‘vittime sopravvissute’ in Commissione. Lei è in aspettativa a tempo indefinito, la Collins si è dimessa denunciando ‘inaccettabili resistenze’ della Congregazione per la Dottrina delle Fede, retta fino all’1 luglio dall’ex arcivescovo di Ratisbona, Muller (coinvolto marginalmente nell’inchiesta). Conferma queste resistenze?
Assolutamente. Muller è un rappresentante di gerarchie intoccabili che si formano nell’obbedienza all’Istituzione più che a Dio.
Ma sotto Papa Francesco ha visto dei cambiamenti?
Il papa è un uomo di grandi messaggi. I fatti non sono altrettanto incoraggianti.
Penso al processo al cardinale Pell.
Il processo a Pell non è un segno di cambiamento nell’approccio della Chiesa cattolica agli abusi, è un segno di forza delle vittime e del sistema legale australiano. Positivo che papa Francesco non lo abbia protetto, che voglia giustizia per le vittime. Ma ricordi che Pell è uno dei grandi critici del suo
pontificato.