martedì 25 luglio 2017

ONU
Michael Czerny a una tavola rotonda all’Onu sulle migrazioni. Innanzitutto il diritto di restare nella propria terra
L'Osservatore Romano
Sviluppo e migrazioni: un binomio cruciale in questo momento storico, che chiede una riflessione approfondita e sistematica. E questo innanzitutto perché questi due termini evocano tutta una serie di questioni che toccano nell’intimo la vita umana, a partire dal diritto di rimanere nella propria terra in dignità, pace e sicurezza. A ribadirlo è stato il gesuita Michael Czerny, sottosegretario del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, nel corso di una tavola rotonda, tenutasi nei giorni scorsi a New York, presso la sede delle Nazioni Unite.
«I profondi legami tra migrazione e sviluppo si possono innanzitutto vedere, purtroppo, nell’assenza o nel crollo di molti dei pilastri dello sviluppo sostenibile che hanno spinto milioni di persone a mettersi in viaggio: povertà endemica, fame, violenza, lavoro inadeguato, degrado ambientale e siccità, istituzioni deboli e corrotte e molti altri temi che saranno affrontati in modo concertato nell’Agenda dello Sviluppo Sostenibile del 2030» ha spiegato Czerny.
Il punto di partenza per qualsiasi discussione sulle migrazioni è anzitutto il diritto a restare nella propria terra. «Nessuno dovrebbe essere mai costretto a lasciare la propria casa per mancanza di sviluppo o di pace» ha detto Czerny. «Il diritto a rimanere aiuta a concentrare gli sforzi della comunità internazionale sul suo obbligo prioritario di garantire lo sviluppo umano sostenibile e integrale di tutte le persone nel loro luogo di origine e a permettere loro di diventare agenti attivi del proprio sviluppo». Il rispetto di questo diritto «aiuta anche a riconoscere i costi sociali, economici e culturali che la migrazione può significare per un paese quando i suoi cittadini si sentono costretti ad andarsene piuttosto che a rimanere. È quindi garantendo le condizioni per l’esercizio del diritto a rimanere che si fa della migrazione una scelta e non una necessità».
Ed è questo il punto chiave: occorre risalire alle radici delle migrazioni, alla necessità di lasciare la propria terra di origine per cercare dignità e giustizia altrove. «Tutti noi sappiamo — ha affermato Czerny — che la povertà e la mancanza di prospettive di sviluppo spesso spingono molti individui e famiglie a cercare modi di sopravvivere in terre distanti. Spesso sono la parte migliore del paese: la gioventù, il talento, il coraggio e la speranza. Rischiano la vita attraversando il Mediterraneo e molti mari del mondo alla ricerca della salvezza e di una vita migliore. Alla ricerca, quantomeno, delle condizioni minime di dignità umana e di sviluppo integrale e sostenibile. Sembra essere davvero un momento di netta perdita per i loro paesi». Che questa fuga diventi un guadagno «dipende — come suggerisce Papa Francesco nel discorso ai partecipanti al Forum internazionale Migrazioni e pace del 21 febbraio 2017 — da come sono accolti, protetti, promossi e integrati. Dipende da come sono aiutati a passare da oggetti di cure d’emergenza a dignitosi soggetti del loro sviluppo e a usare l’istruzione, le capacità, le ambizioni, le esperienze e la saggezza culturale che già hanno, e quelle che potrebbero potenziare continuando a studiare e a formarsi per lo sviluppo della società».
Affinché i migranti possano diventare una risorsa reale per la loro famiglia, il paese di arrivo e quello di provenienza, occorre che ci siano le giuste condizioni dell’accoglienza. «I migranti devono essere innanzitutto accolti e trattati come esseri umani, con dignità e nel pieno rispetto dei loro diritti umani, e protetti da ogni forma di sfruttamento e dall’essere costantemente emarginati, dal punto di vista sociale, economico e o legale». Inoltre, alle comunità che li accolgono «deve essere offerta un’adeguata assistenza per integrarli in un modo che non trascuri i poveri locali; un modo per farlo è adottando politiche di sviluppo e di donazioni che destinino una percentuale dell’assistenza diretta fornita ai migranti e ai rifugiati a un’infrastruttura locale o a beneficio di famiglie o comunità locali che sperimentano difficoltà economiche o sociali».

L'Osservatore Romano, 25-26 luglio 2017