domenica 2 luglio 2017

L'Osservatore Romano
Il Myanmar negherà il visto ai delegati di una missione dell’Onu incaricata di indagare sulle violazioni dei diritti umani contro la minoranza musulmana dei rohingya, nell’ovest del paese del sudest asiatico. Lo ha detto ieri sera durante una riunione in parlamento — riferiscono i media locali ripresi dalle agenzie di stampa internazionali — il viceministro degli esteri, Kyaw Tin, su indicazione dal premio Nobel per la pace, Aung San Suu Kyi, consigliere di Stato, ministro dell’ufficio del presidente e titolare del dicastero degli esteri.
«Non ci coordineremo con la missione dell’Onu, dato che ci siamo dissociati dalla risoluzione del Consiglio di sicurezza perché non crediamo che essa rispetti quello che sta accadendo davvero sul campo», ha precisato il viceministro.
L’invio della missione di esperti internazionali in Myanmar è stata decisa lo scorso marzo dal Consiglio di sicurezza, in risposta alle accuse di diffusi abusi dei diritti umani, nella vasta offensiva che le forze di sicurezza hanno lanciato lo scorso ottobre nello stato del Rakhine, dove vivono circa un milione di rohingya. Intervento militare che ha provocato almeno 200 morti tra i rohingya, a detta delle Nazioni Unite tra le minoranze etniche più perseguitate al mondo.
Un recente rapporto dell’Onu compilato intervistando centinaia di rohingya fuggiti dal Myanmar in Bangladesh ha raccolto drammatiche testimonianze relative a stupri, torture e omicidi perpetrati dai militari. Suu Kyi ha sempre respinto tali accuse, difendendo di fatto l’esercito e, proprio per questo, attirandosi le critiche da parte della comunità internazionale e di molti dei suoi sostenitori stranieri.
I rohingya vivono principalmente nel Rakhine, uno degli stati più poveri del paese a maggioranza buddista. Sono circa 150.000 quelli che vivono in campi-ghetto, che non possono lasciare senza il permesso del governo. Per ottenere la cittadinanza, devono dimostrare di aver vissuto nel paese da almeno 60 anni, pratica pressoché impossibile.
Si definiscono discendenti di mercanti arabi, mentre per il governo del Myanmar sono soltanto immigrati bengalesi che vivono illegalmente all'interno del paese. Di conseguenza, i loro diritti allo studio, al lavoro, ai viaggi e alla libertà di praticare la propria religione e di accedere ai servizi sanitari di base sono limitati.  Il governo di Naypyidaw non ha mai incluso i rohingya nella lista dei 135 gruppi etnici ufficiali del paese asiatico e a loro è negata la cittadinanza. Ciò li rende apolidi a tutti gli effetti.
Chi può fugge, come fece il piccolo Mohammed Shohayet, di soli sedici mesi, morto annegato il 5 gennaio scorso mentre con la sua famiglia cercava un futuro migliore.
L'Osservatore Romano, 1°-2 luglio 2017.