martedì 11 luglio 2017

Myanmar
Il cardinale Bo dopo gli ostacoli incontrati dalla commissione d’inchiesta dell’Onu. I rohingya aspettano ancora giustizia
L'Osservatore Romano
Profonda delusione è stata espressa dalla Chiesa cattolica in Myanmar per il rifiuto del governo di concedere i visti a tre membri di una commissione di inchiesta delle Nazioni Unite incaricata di indagare su presunte violazioni dei diritti umani da parte delle forze di sicurezza contro la minoranza rohingya.
Il Myanmar, a maggioranza buddista, considera i musulmani rohingya come immigrati clandestini e nega loro la cittadinanza, alcuni diritti fondamentali e l’accesso al lavoro e all’assistenza sanitaria.
L’ostilità si è trasformata e si trasforma talvolta in scontri violenti. Nello stato di Rakhine, nel 2012, la violenza settaria ha causato più di duecento morti e ha spinto decine di migliaia di musulmani a trovare rifugio nei campi profughi. Ad oggi, sono circa centoventimila i rohingya ospitati nelle strutture di accoglienza. Più di recente, circa mille rohingya sono stati uccisi e novantamila sono stati costretti a fuggire dalle loro case nella parte settentrionale dello stato, durante un’operazione di sicurezza condotta dai militari del Myanmar per oltre quattro mesi.
Nei giorni scorsi, l’arcivescovo di Yangon, cardinale Charles Maung Bo, aveva esortato il governo a collaborare con la comunità internazionale che vuole indagare sui crimini segnalati dalle Nazioni Unite in maniera «veramente indipendente» al fine di consegnare alla giustizia i presunti responsabili. «Le accuse di pulizia etnica, i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità — ha sottolineato il porporato — devono essere indagati in maniera indipendente».
La Chiesa cattolica è da sempre attiva nel dialogo tra i vari gruppi etnici e religiosi che compongono la popolazione. Il 26 giugno scorso, in occasione dell’Eid al-Adha, una delle due più importanti feste religiose del calendario musulmano, il cardinale Bo ha diffuso un messaggio ricordando che in Myanmar «la pace è possibile» e rappresenta l’unica via percorribile. «Ci sono regioni del nostro paese in cui la vita dei nostri fratelli e sorelle si confronta con la guerra e lo sradicamento. Possano le nostre preghiere portare loro la pace e la gioia», ha scritto il cardinale nel messaggio che ricorda l’impegno della Chiesa per la dignità delle persone e «contro ogni genere di oppressione».
Intanto, le autorità hanno rafforzato le misure di sicurezza a Sittwe, capitale dello stato di Rakhine, dopo che una folla di buddisti ha attaccato e ucciso nei giorni scorsi un musulmano rohingya e ferito altre sei persone.
Secondo James Gomes, direttore regionale della Caritas a Chittagong, sia il Myanmar che il vicino Bangladesh devono lavorare insieme a una soluzione che possa porre fine alle violenze nei confronti dei rohingya.
L'Osservatore Romano, 10-11 luglio 2017