domenica 9 luglio 2017

(a cura Redazione "Il sismografo")
In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero». Parola del Signore
Commento di mons. Pierbattista Pizzaballa
Il brano di Vangelo che abbiamo ascoltato conclude il capitolo undicesimo del Vangelo di Matteo: un capitolo che inizia con la domanda di Giovanni Battista dal carcere (“Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?”, Mt 11,3), e prosegue con due giudizi severi di Gesù.Il primo (Mt 11,16-19) è rivolto “a questa generazione”, che dimostra di non saper accogliere né il Battista né il Signore, adducendo sia per l’uno che per l’altro una serie di pretesti che nascondono, in realtà, la sua incapacità a mettersi in gioco, ad aprirsi all’accoglienza. Il secondo è rivolto più specificatamente a due città del lago, Corazìn e Betsàida: hanno visto con i propri occhi diversi miracoli da parte di Gesù, e non si sono convertite (Mt 11,20-24).
Ma cosa avrebbero dovuto fare per convertirsi?
È ciò che scopriamo nel brano di Vangelo di oggi, dove siamo messi di fronte allo stupore di Gesù: come prima si era stupito per l’incapacità di questa generazione a convertirsi, ad entrare in un nuovo stile di vita, così ora si stupisce del Padre, e lo loda.
Non lo loda, evidentemente, per il rifiuto che ha incontrato.
Lo loda, e si stupisce, per questo modo che il Padre ha di fare, quello per cui Lui si nasconde ai grandi, ai sapienti, ai dotti, e si fa conoscere dai poveri, dagli ultimi, dai piccoli. Non cambia loro la vita in modo eclatante: i piccoli rimangono piccoli, i poveri non diventano ricchi, se non di una relazione in cui tutto ciò che è dato dal Padre al Figlio è dato anche a loro.
Ma cos’è questo “tutto”?
Tutto è ciò che veramente conta. Nell’episodio delle tentazioni nel deserto (Mt 4,1-11), anche il diavolo aveva promesso di dare a Gesù tutto (Mt 4,9); ma Gesù sa bene che questo tutto è nulla, al di fuori della relazione con il Padre. Questa relazione è il vero “tutto”.
Allora Gesù si ferma e contempla pieno di meraviglia questo immenso dono: “Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo” (Mt 11,27).
Ebbene, ciò significa che Colui che è Signore del cielo e della terra (Mt 11,25), ha deciso di rivelarsi e di donarsi completamente, e lo fa solo con chi lo accoglie, con chi non ha la pretesa di poterlo conoscere con le proprie forze, con i propri studi, con le proprie capacità. Il diavolo aveva preteso un prezzo in cambio del suo “tutto”.
I poveri sono coloro che non hanno nulla da dare in cambio, e ricevono la vita come un dono: e il primo a vivere così, il primo povero, è Gesù stesso. È Lui che si mette in un atteggiamento di totale accoglienza, di ascolto, di fiducia: è completamente rivolto al Padre (Gv 1,1). Ed è il primo a fare esperienza di una vita completamente ricevuta, riempita dalla presenza del Padre.
Allora, per convertirsi, bisogna mettersi in ascolto di una relazione speciale, quella che lega Gesù e il Padre: dentro il loro comunicarsi, dentro il loro dialogo, c’è tutta una nuova sapienza di vita.
Al di fuori di questo, c’è solo oppressione e stanchezza (Mt 11,28): e non si tratta, qui, della fatica abituale che la vita riserva a tutti, ma di quella fatica del vivere che ci ritroviamo dentro quando siamo soli, quando ci mettiamo al di fuori di questo dialogo d’amore, quando cessiamo di ascoltare il Padre che si è rivelato pienamente nel Figlio (“Tutto è stato dato a me dal Padre mio”). Se ascoltiamo altro, se pretendiamo di trovare noi una via alternativa, il fallimento farà di noi persone continuamente stanche.
Gesù, dentro questa stanchezza, entra con una proposta: “Imparate da me, che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,29). L’aggettivo “mite”, nel nuovo Testamento, compare quasi esclusivamente nel Vangelo di Matteo, che lo riporta tre volte: nelle beatitudini (Mt 5,5), nel brano che abbiamo ascoltato oggi, e, ormai alla fine, quando Gesù entra in Gerusalemme (Mt 21,5).
Allora possiamo dire che è mite colui che si mette così tanto in ascolto della Parola di amore e di misericordia del Padre, che la fa così tanto sua, che rinuncia ad ogni violenza e potere, e tutto scommette sulla Parola di Colui che gli dà tutto. E lo fa anche a costo della vita, anche pagando di persona, come Gesù, che entra a Gerusalemme per donarsi fino alla fine: è Lui il vero mite.
Questa mitezza, dice Gesù, si “impara”: non è acquisita una volta per tutte, ma richiede un umile e costante apprendimento, una formazione del cuore. Possiamo leggere in quest’ottica la domanda di Giovanni dal carcere con cui inizia il capitolo undicesimo: “sei tu…?” (Mt 11,3).
Alle attese di Giovanni, di un Messia forte, vittorioso, giusto, Gesù rimanda le opere miti del Messia, e così facendo, svela il Padre e il suo segreto. E invita alla conversione, che, per Giovanni come per noi, non sarà altro che una conversione alla mitezza e all’umiltà di Dio.
+ Pierbattista