domenica 23 luglio 2017

Mondo
(a cura Redazione "Il sismografo")
"In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio”». Parola del Signore
Commento di mons. Pierbattista Pizzaballa
Il Regno dei cieli ha una logica tutta sua, che non coincide con i criteri naturali dell’uomo vecchio.
È una logica che per noi è sempre nuova, che va sempre riscoperta, che ci può essere solo donata, e che va sempre nuovamente accolta. Ogni volta ci sorprende e ci stupisce, e, quando la accogliamo, ci rende un po’ più umani, un po’ più persone vere, un po’ più fratelli gli uni degli altri.
Le parabole del Regno, che troviamo al capitolo tredicesimo del Vangelo di Matteo, sono un condensato di questa sapienza. Oggi ne leggiamo tre: quella del grano e della zizzania (Mt 13,24-30) con la sua spiegazione (Mt 13,36-43), quella del seme che cresce fino a diventare un albero (Mt 13, -32) e quella del lievito nella farina (Mt 13,33).
Parlando del Regno di Dio, Gesù lo paragona innanzitutto ad un campo, dove crescono sia del grano buono che della zizzania.
E questo già ci sorprende: il Regno non dovrebbe essere il luogo dove si ritrovano solo i buoni, i giusti, i perfetti?
È questo il senso delle domande che i servi rivolgono al loro padrone (Mt 13,27): perché c’è la zizzania, da dove viene? Ciò che è Tuo, ciò che viene da Te, non dovrebbe essere tutto pulito, giusto, tutto esonerato dal male?
No, risponde il padrone del campo; e sembra il solo a conoscenza dell’opera notturna del nemico, che ha seminato zizzania, e poi se ne è andato, senza lasciare traccia (Mt 13,25).
Ma non si sofferma a lungo su questa domanda. Si sofferma piuttosto a rispondere ai servi che vorrebbero estirpare subito quest’erbaccia, che ai loro occhi sembra minacciare il raccolto.
Invece il padrone non ha fretta.
Perché?
Innanzitutto perché Lui non ha paura del male: l’ha già giudicato e l’ha già vinto, e sa di averlo vinto radicalmente. E siccome non ha paura, non ha fretta.
La croce è il luogo dove il male è stato vinto, e per chi rinasce dalla croce è possibile non averne più paura.
Il giudizio ultimo, poi, non è ora e non è qui: il tempo e la storia non sono il luogo del giudizio, ma il luogo del divenire, della possibilità, della crescita. La storia è il tempo della pazienza di Dio, che ci è data perché ad ognuno sia permessa una conversione al bene, un ritorno al Padre.
Dio non ha fretta, perché attende tutti, e dentro questa nostra storia immette l’unica vera forza che salva tutti, buoni e cattivi, che è per tutti possibilità di conversione: gli uni dal male, gli altri dalla loro paura del male.
Il giudizio non è ora, non è qui e, soprattutto, non spetta all’uomo: l’uomo, che vive nel tempo, non può non avere se non un giudizio “transitorio”, che non vede il disegno definitivo della storia, ma solo il suo frammento nell’oggi. E per questo non può sapere con sicurezza cosa sia effettivamente un male e cosa non lo sia: ciò che sembra grano può alla fine rivelarsi zizzania, e viceversa.
Il Signore, invece, conosce veramente il cuore di ogni uomo, ne sa le intenzioni e ne conduce con pazienza la storia. E questa sua pazienza è grazia per tutti: per la zizzania, che ha la possibilità, crescendo, di rivelarsi come grano; ma anche per il grano, che a contatto con la zizzania impara giorno dopo giorno ad avere criteri nuovi di vita, a farsi accoglienza, a dare fiducia, a gioire della conversione degli altri, a desiderare il bene di tutti, a dare testimonianza, ad offrire la vita. Allora anche il grano, accanto alla zizzania, può diventare grano migliore, così come è dentro le avversità della vita che ciascun uomo ha la possibilità di maturare nel bene, di diventare un uomo nuovo.
Accogliere l’idea che la zizzania possa esistere -e magari essere proprio qui, accanto a noi- in realtà fa paura, e questa paura genera la tentazione di eliminare l’altro. Che non si possa far giustizia subito, che non si possa eliminare il male subito, questo per noi rimane uno scandalo.
Queste parabole parlano dell’attesa. Il contadino attende il raccolto, osservando con disappunto che insieme al grano cresce anche zizzania. Gli uccelli del cielo devono attendere che il seme diventi albero, per rifugiarsi tra le sue foglie. La donna che impasta deve attendere che il lievito misteriosamente faccia crescere l’impasto, e così via. Così è il Regno. Attendere per noi è difficile. Come gli operai della parabola, vogliamo mettere subito le cose al loro posto, sradicare il male, la zizzania, fare trionfare la giustizia. Invece qui ci viene detto di attendere.
Il Signore invita stare dentro la storia così com’è, con le sue contraddizioni e il suo carico di male, e semplicemente sposta il nostro sguardo: se sapremo guardare meglio, senza paura e senza fretta, sapremo scoprire che il Regno è già presente dentro questa storia, così com’è.
È nascosto, come lievito nella farina (Mt 13,33), ed è piccolo come un granello di senape (Mt 13, 31-32); ma, se veramente c’è, fa fermentare tutta la pasta e può diventare spazio accogliente per chi ne ha bisogno.
Tutto questo, prima ancora che uno sguardo verso l’esterno, deve essere uno sguardo sulla nostra stessa vita: sulla zizzania che abita dentro di noi, e che, misteriosamente, è strettamente impastata alla grazia e al bene.
+ Pierbattista