domenica 2 luglio 2017

(a cura Redazione "Il sismografo")
"In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.
Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto.
Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa»."
Parola del Signore
Commento di mons. Pierbattista Pizzaballa
La liturgia oggi ci presenta l’ultima parte del discorso missionario di Gesù, un lungo discorso nel quale Gesù da indicazioni di comportamento ai suoi discepoli quando andranno tra la gente ad annunciare il Vangelo. Parte di questo discorso lo abbiamo ascoltato anche domenica scorsa.
Gesù ha istruito i suoi discepoli sullo stile necessario a coloro che sono mandati ad annunciare il Regno nel Suo nome: dovranno essere poveri, perché in essi possa risplendere la forza del Signore; dovranno amare gratuitamente, per essere riflesso del Suo amore; e devono partire senza paura, fiduciosi, perché proprio questa fiducia sarà l’annuncio più convincente della loro relazione con Colui che dà loro la vita.
Il brano di oggi ci sorprende. È lontano dalla nostra sensibilità e probabilmente ci sembra duro. In questa conclusione Gesù riprende alcuni dei temi che ha già pronunciato nel suo discorso, soprattutto insiste nel dire che stare con lui, scegliere Gesù ha conseguenze immediate nella vita. Non bisogna avere paura di stare con il Signore, e che bisogna fidarsi di lui, ma allo stesso tempo avverte che stare con lui può creare divisioni e incomprensioni in vari contesti di vita e anche all’interno della stessa famiglia (“Mt. 10,21-22 Il fratello farà morire il fratello e il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno. Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato”).
Nella conclusione di oggi Gesù non da altre indicazioni, ma sembra concentrare tutto il discorso sull’essenziale della vita missionaria, e quindi cristiana. Dice che c’è una gerarchia di priorità, e che al primo posto c’è lui. Lui è la priorità. Per cui tutto il resto deve essere messo in relazione a questa decisione. Perché è una decisione. Bisogna decidersi per Cristo. Ed è a volte una decisione difficile, non di immediata comprensione. Padri, madri, figli, fratelli, lavoro, tutto deve rientrare in unico progetto di vita, dove lui è al primo posto. Non ci chiede di rinunciare all’amore di una famiglia, ma desidera che esso sia illuminato da un amore più grande, che lo comprende e gli dia un senso. La relazione con Gesù deve avere il sapore dell’assoluto, di qualcosa di assolutamente prioritario, a cui nulla venga anteposto. Il Signore entra nella vita del missionario come qualcosa di fondamentale, di unico, a cui in nessun modo si potrà rinunciare: non si rinuncia a ciò che fa vivere.
Tutto il resto potrà anche venir meno, ma non la relazione con Lui e l’amore preferenziale che la relazione con Lui richiede. Non è una relazione come tutte le altre, e non può stare alla pari con nessun’altra; di tutte essa è la sorgente.
Il Signore sa che solo dentro questa relazione si impara ogni giorno la sapienza che fa amare anche gli altri, se stessi e la vita con un amore libero, che ha vinto ogni egoismo e ogni bisogno di possesso e di prevaricazione: amando Lui si impara ad amare veramente anche gli altri. L’amore a Cristo, insomma, ci apre ad un amore per gli altri che sarà fedele, accogliente, capace di perdonare. È un amore che ci donerà anche l’energia per affrontare le incomprensioni e le solitudini causate dal rifiuto e dalla solitudine che possono accompagnarci quando davvero ci decidiamo per lui. Ogni discepolo ne fa esperienza.
Questa è la croce da caricare sulle spalle per seguire Lui (Mt 10,38), cioè un modo di stare nella vita che abbia la consistenza dell’amore: il missionario è innanzitutto un discepolo, che sceglie la stessa via di donazione del suo Signore. La croce infatti non è solo il segno della passione di Gesù e della sua morte, ma prima ancora è segno e misura dell’amore incondizionato di Dio per noi. Fino a quel punto ci ha amati, donando tutta la sua vita. E il discepolo che non è più grande del suo maestro (Mt 10,24) deve percorrere la stessa strada. Mt. 10,39: Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.
La conclusione del discorso è particolare: non è riferita tanto ai missionari, quanto a coloro che li accoglieranno, perché anche a loro è richiesta una radicalità e un coraggio non indifferenti.
È loro chiesto di riconoscere in queste semplici ed imperfette persone la presenza stessa del Signore.
Neanche loro dovranno fare grandi cose per accogliere i missionari: basterà un bicchiere d’acqua (Mt 10,42). Ma ciò che farà la differenza sarà l’intenzione con cui accoglieranno: se avrà accolto il discepolo perché discepolo di Cristo, allora avrà la stessa ricompensa del discepolo, cioè la vita stessa del Signore che, nonostante tutto, continua a scorrere nella Chiesa di questi imperfetti discepoli.
+ Pierbattista