martedì 4 luglio 2017

Pubblichiamo il messaggio che il vescovo di Gozo ha indirizzato al clero in occasione della solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù.
(Mario Grech) Dopo avere avuto recentemente l’occasione di incontrare alcuni sacerdoti e leggere quanto scritto da altri, sento che dobbiamo riflettere su quale manuale di ecclesiologia stiamo usando nel servire la Chiesa della quale siamo i presbiteri. Ho l’impressione che qualcuno di noi abbia difficoltà a lavorare secondo il manuale di ecclesiologia che ci sta proponendo Papa Francesco; sembra invece che alcuni possano preferire l’ecclesiologia precedente il concilio Vaticano II. Uso il termine “ecclesiologia” perché “la conversione” di cui abbiamo bisogno non riguarda la dottrina — che era e continua a essere valida — ma è di genere “pastorale”. Come ha detto il Papa nel 2013 all’episcopato brasiliano, la conversione pastorale «non è altra cosa che l’esercizio della maternità della Chiesa. Essa genera, allatta, fa crescere, corregge, alimenta, conduce per mano ... Serve, allora, una Chiesa capace di riscoprire le viscere materne della misericordia. Senza la misericordia c’è poco da fare oggi per inserirsi in un mondo di “feriti”, che hanno bisogno di comprensione, di perdono, di amore». Credo che dobbiamo adottare la visione di Francesco, non perché quelle precedenti fossero difettose, ma perché i tempi sono cambiati. Osserviamo intorno a noi un cambiamento epocale, non il cambiamento di un’era. Cinquanta o vent’anni fa la Chiesa aveva un approccio pastorale, ma oggi abbiamo bisogno di un approccio diverso, che corrisponda ai tempi moderni. Di recente mi è capitato di leggere un’interessante intervista a Julián Carrón, sacerdote responsabile del movimento di Comunione e liberazione, pubblicata sul sito «Crux». Carrón sostiene che quanti non hanno ancora capito che Francesco è la medicina di cui abbiamo bisogno in questo momento non hanno compreso la gravità della malattia; come se qualcuno avesse un tumore ma continuasse a dire a se stesso che è un raffreddore e prendesse il paracetamolo al posto della chemioterapia.
Sbaglieremmo se riducessimo la crisi che l’umanità sta attraversando oggi a una mera crisi economica, politica o dei valori. La crisi è molto più profonda, poiché riguarda la natura più intima dell’uomo. Ci sono persone che si domandano che senso ha la vita, a che cosa serve formare una famiglia, e così via. Alcuni non hanno nessun desiderio di vivere, e quindi si limitano a esistere. Un fenomeno piuttosto comune tra i giovani è la paura di affrontare il futuro. Se diciamo che non è questa la realtà, allora non conosciamo la nostra gente. Sono situazioni nuove e non dobbiamo continuare ad applicare la medicina del passato. Carrón giustamente osserva che la crisi comprende qualcosa in più della semplice negazione di qualche norma etica. Sono convinto che non sia necessariamente vero che a chi compie scelte che non corrispondono alla nostra visione della moralità non importi niente di Dio. Forse ci troviamo dinanzi a una situazione che mostra quanto è complesso l’uomo. Per questo, quella persona non ha bisogno tanto di un richiamo morale o di un dibattito altamente teologico, quanto di scoprire la forza attraente del Vangelo e della vita cristiana. È ciò che ha fatto Cristo, non tanto attraverso la predicazione quanto con gli incontri personali con tutte le persone. «Quando visitò Zaccheo, Cristo non gli diede una lezione di teologia, né gli spiegò le norme morali. Nella sua persona era incarnata la verità». “Spogliandosi” della sua potenza divina, Gesù ha permesso alla verità di emergere attraverso il suo atteggiamento verso le persone. Gesù ha comunicato la verità mediante la sua presenza e il suo comportamento amorevoli e tolleranti. Quando l’uomo ferito è venuto in contatto con Gesù e ha assaporato la dolcezza della sua compassione, ha iniziato a interessarsi a lui e a tutto il suo messaggio.
Il cammino pastorale che “Pietro” ci indica oggi ha un nome: cultura dell’incontro personale. Quando ha imboccato questo cammino, Cristo ha inaugurato un nuovo inizio. Se, come Chiesa, vogliamo realizzare una nuova vita intorno a noi, è questa la via che dobbiamo seguire: avere il coraggio di “spogliarci” di molte cose, compreso lo pseudo-potere che ci viene attribuito, e affrettarci a incontrare la persona nel suo ambiente, affinché, in questo incontro, percepisca la bellezza di Cristo. Se continuiamo a rimandare e a prendere la via sbagliata, allora avremo davvero una Chiesa malata in una società malata. Preghiamo lo Spirito santo perché ci aiuti a collaborare di più con Papa Francesco.
L'Osservatore Romano, 3 - 4 luglio 2017.