sabato 8 luglio 2017

La Stampa
(Andrea Tornielli) Si sente «inadeguato» rispetto ai suoi predecessori «dai nomi solenni come Alfredo Ildefonso,  Giovanni Battista, Carlo Maria o Dionigi»: lui è soltanto «Mario». Dice di essere non un santo ma  un «mediocre», un «impiegato» curiale. Eppure nell’understatement di Mario Delpini, 66 anni,  nominato ieri da Francesco a capo di una delle diocesi più grandi e importanti del mondo, c’è già un messaggio chiaro e l’indicazione del perché Bergoglio lo abbia scelto: il ritorno all’essenziale del  Vangelo, a una Chiesa preoccupata meno delle strutture e sempre più delle relazioni umane  nell’ordinaria vita cristiana fatta di preghiera, sacramenti e carità. Presentando colui che finora è stato il suo vice, il cardinale Angelo Scola, sorridente e rilassato, lo  ha descritto come «uomo di preghiera, che vive in modo molto ascetico e in grande povertà». Scola  ha rivelato di aver chiesto al Papa di procedere subito con la nomina «per evitare rischi di stallo».  Prendendo la parola, Delpini ha esordito: «La mia inadeguatezza è una valutazione condivisa. Sono  stato tutta la mia vita qui, non potrò essere una sorpresa. Chi mi ha incontrato penso dica: “Un  brav’uomo, però arcivescovo di Milano, non so se sarà all’altezza!”». E poi: «Per la Chiesa di  Milano ci vorrebbe un arcivescovo santo, mentre io sono mediocre».  Ma a supplire c’è la «santità di popolo» dei milanesi. «Se poi penso alle sfide che la metropoli deve  affrontare, ci vorrebbe un vescovo che sia un genio. Se considero la bibliografia dei miei  predecessori rimango un po’ schiacciato. Perché in questi anni io ho scritto solo storielle per  bambini». Delpini ha chiesto l’aiuto «di tutti», riconoscendo anche di non essere un vescovo  «carismatico e trascinatore». Non ha programmi pastorali, vuole ascoltare tutti e condividere, così  da supplire «alla modestia delle mie qualità con un cammino di popolo». Per i milanesi laboriosi ma spesso preoccupati e lamentosi, Delpini vorrebbe chiedere «il dono della gioia». Quanto al suo  trasferimento nel palazzo, ha spiegato: «Il cardinale Scola ha detto che vivo in estrema povertà ma  non dormo sotto un ponte, non ho urgenza di traslocare».  Questo il suo primo messaggio: «Vengo a parlarvi di Dio e del Vangelo di Gesù. Vorrei che tutti  avessero la certezza che Dio ci ama e ci vuole felici. E su questo impostare una convivenza fraterna  che non contrapponga le religioni come nemici che si sfidano ma come cammini che aiutano a  ritrovare le radici dell’umanesimo».