venerdì 28 luglio 2017

Italia
Sui diritti umani una sintesi è possibile
(L'Osservatore Romano)
(Paolo Rudelli) Anticipiamo quasi per intero la parte conclusiva della conferenza che l’Osservatore permanente della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa tiene il 28 luglio alla Fondazione Opera campana dei caduti a Rovereto. Il tema è «La promozione dei diritti umani nell’azione internazionale della Santa Sede». Alla conferenza faranno seguito il concerto del Coro Dolomiti diretto da Tarcisio Battisti e i consueti rintocchi della Maria Dolens, la campana dei caduti di Rovereto.
Papa Francesco ha centrato l’attenzione sui diritti umani a partire dalle azioni sul terreno, prima e più ancora che attraverso interventi di carattere magisteriale. Si pensi all’improvviso viaggio a Lampedusa dell’8 luglio 2013, che catalizzò l’opinione pubblica su di un’emergenza, quella dei migranti, all’epoca ancora non compresa in tutta la sua gravità. Oppure, alla scelta di visitare paesi estremamente provati da conflitti interni e quasi dimenticati, come la Repubblica Centrafricana nel novembre 2015, con l’apertura della prima porta santa del giubileo della misericordia. O, ancora, alla volontà di inserire in ogni viaggio apostolico il contatto prolungato con situazioni di emarginazione: poveri, disoccupati, carcerati, senzatetto. Sarebbe riduttivo interpretare in senso unicamente umanitario questa attività: Papa Francesco ha ripetutamente spiegato che, per un cristiano, si tratta di toccare e di venerare la carne di Cristo.
Sono gesti che hanno un grande impatto sui credenti, poiché indicano una direzione pastorale, ma che trovano grande attenzione anche negli ambienti della politica nazionale e internazionale, poiché quasi sempre toccano delle piaghe scoperte. Questo approccio a partire dalla realtà, mi pare, viene conservato anche nei principali documenti del magistero pontificio, nei quali, più che una ripresentazione o un approfondimento della dottrina cattolica sui diritti umani, sono affrontati alcuni dei principali problemi che affliggono le società contemporanee, a partire da quello sguardo decentrato, dalle periferie e dai poveri, che il Papa ha più volte rivendicato come maggiormente capace di leggere la realtà.
Se si prende, ad esempio, il documento programmatico del pontificato, l’esortazione apostolica Evangelii gaudium, a fronte dei riferimenti piuttosto generali ai diritti umani, che pure non mancano, si troverà una critica puntuale al modello prevalente dell’economia di mercato, proprio in nome della situazione degli esclusi, oltre a un ampio discorso sulla dimensione sociale dell’evangelizzazione, la quale si fa portavoce del grido dei poveri. Benché aperte, naturalmente, al tema dei diritti sociali, queste riflessioni non utilizzano principalmente quel linguaggio: esse fanno piuttosto diretto appello alla responsabilità morale dei singoli e delle società di fronte al dramma in atto dell’esclusione di intere fasce della popolazione che soffrono a causa di un modello economico che opprime.
Anche un altro importante testo, l’enciclica Laudato si’ sulla cura della casa comune, pur sviluppando una tematica evidentemente connessa alla promozione dei diritti umani, non ne utilizza sistematicamente il linguaggio, preferendo la terminologia relativa al bene comune e allo sviluppo umano integrale e/o sostenibile.
Scorrendo i discorsi tenuti da Papa Francesco al Corpo diplomatico, possiamo riconoscere il medesimo approccio. Il riferimento ai diritti umani, pure presente in questi discorsi, non è approfondito di per se stesso. Eppure sono costanti i richiami relativi alla tutela e alla promozione di tali diritti. In primo luogo la questione dei migranti e dei rifugiati, ripresa e approfondita in tutti gli incontri con il Corpo diplomatico, gli appelli per la pace in numerose zone di conflitto, il tema del posto riservato nella società ad anziani, disabili, giovani, non nati, prime vittime di quella che Francesco chiama la “cultura dello scarto”, il sostegno dato alla Conferenza di Parigi sul clima, il ruolo giocato nell’avvicinamento tra Stati Uniti e Cuba.
Nel discorso tenuto all’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 25 settembre 2015, Papa Francesco non si discosta di molto da questa impostazione: inizia, questa volta sì, da un’affermazione di principio, vale a dire che il compito delle Nazioni Unite è lo sviluppo e la promozione della sovranità del diritto. Denuncia poi che il panorama mondiale presenta molti falsi diritti, mentre lascia ampi settori senza adeguata protezione, in particolare due, sui quali si soffermerà nel suo intervento: l’ambiente naturale e il vasto mondo degli esclusi. A questo punto, il discorso del Papa si sviluppa nell’approfondimento di queste due situazioni concrete. In questo intervento la terminologia dei diritti è maggiormente presente: sia in riferimento all’ambiente (Papa Francesco rivendica un “diritto dell’ambiente”), sia in riferimento agli esclusi (diritto alla casa, all’istruzione, al lavoro; diritto alla vita e diritti della famiglia...), sia al riguardo del tema, sviluppato in seguito, della pace e del disarmo.
Alcune riflessioni di fondo in materia di diritti umani emergono invece nel discorso tenuto al parlamento europeo. Riconoscendo il ruolo dell’Unione europea nella promozione dei diritti fondamentali e della dignità della persona, il Santo Padre pone in guardia, in continuità con quanto affermato dai predecessori, rispetto a un “paradossale abuso” del concetto di diritti umani, che così descrive: «Vi è infatti oggi la tendenza verso una rivendicazione sempre più ampia di diritti individuali — sono tentato di dire individualistici — che cela una concezione di persona umana staccata da ogni contesto sociale e antropologico (...) Ritengo perciò che sia quanto mai vitale approfondire oggi una cultura dei diritti umani che possa sapientemente legare la dimensione individuale, o, meglio, personale, a quella del bene comune, a quel “noi-tutti” formato da individui, famiglie e gruppi intermedi che si uniscono in comunità sociale» (Discorso al Parlamento europeo, 25 novembre 2014).
Accanto a tali riflessioni può essere collocata la messa in guardia, più volte espressa dal Santo Padre, sulle possibili «colonizzazioni ideologiche», vale a dire l’imposizione, sotto forma di valori universali e di diritti dell’uomo, di visioni derivanti da un particolare sviluppo della cultura occidentale, quale ad esempio la cosiddetta teoria del gender.
Come per i predecessori, anche nel caso di Papa Francesco tutto ciò si traduce in linee che disegnano un programma di azione per la presenza internazionale della Santa Sede, nonché in direttive pastorali rivolte alla comunità ecclesiale.
È impossibile, si è detto, offrire una sintesi compiuta di un insegnamento in pieno sviluppo, che sicuramente avrà ancora molto da dire in tema di promozione dei diritti umani. La sensazione è che l’approccio centrato sui problemi concreti abbia in primo luogo la funzione di richiamare tutti, cattolici e non cattolici, alla necessità di spendersi realmente per la causa dei diritti, in particolare per le persone che ne soffrono maggiormente la privazione. In secondo luogo, un tale approccio permette di sottrarsi almeno in parte alle critiche che la posizione cattolica riceve da parte della cultura dominante in occidente, che sta facendo della causa dei nuovi diritti, in particolare quelli legati al gender, la nuova frontiera dei diritti umani.
A mo’ di conclusione, peraltro aperta, dobbiamo anzitutto constatare che la divaricazione tra le diverse antropologie si fa sempre più ampia, e ciò non certo perché sia cambiata la visione cristiana dell’uomo, quanto piuttosto perché la cultura contemporanea sta portando alle estreme conseguenze l’idea di una libertà individuale completamente slegata da ogni realtà che la preceda: sia essa la società e la cultura nella quale è per forza di cose inserita, la comune natura umana, l’origine familiare e perfino la propria corporeità e identità sessuale.
Questo esito, forse questo epilogo della modernità occidentale, viene a prendere forma in società tutt’altro che omogenee, segnate anzi da un crescente tasso di multiculturalità, sia motivo delle migrazioni sia in forza di una globalizzazione che, anziché appianare, va talora a esaltare le appartenenze e le differenze culturali, nazionali e religiose. In questo contesto diventa un’impresa garantire, se non una società coesa, almeno una convivenza pacifica.
Un’impresa ardua, ma al tempo stesso irrinunciabile, sia dal punto di vista dell’impegno civile che da quello della testimonianza ecclesiale. Un’impresa nella quale il riferimento ai diritti dell’uomo rimane al tempo stesso problematico e imprescindibile. Problematico, perché risulta al momento crescente il divario tra le differenti comprensioni di tali diritti, espressione della segnalata divergenza delle antropologie (benché sia unanime l’affermazione dei diritti umani, sarebbe oggi quasi impossibile trovare un accordo per stilare una nuova Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo). Imprescindibile, perché rinunciare ai diritti dell’uomo significherebbe, anche dal punto di vista della dottrina cattolica, rinunciare all’esistenza di una razionalità e di una natura umana comuni, fondamento della dignità trascendente di ogni singola persona. Senza considerare che i sistemi nei quali i diritti umani non sono rispettati sono di gran lunga più ostili anche per la vita della Chiesa. Parafrasando la celebre frase di Churchill, potremmo dire che il sistema dei diritti umani è il peggiore che esista... ad eccezione di tutti gli altri.
Cristianamente, non dobbiamo disperare: da un lato rimane una certa fiducia nella ragione umana, nella sua costitutiva apertura alla verità, che si fa largo nella storia, anche in mezzo a tante incertezze e contraddizioni. Dall’altro, sia pure con tutte le divergenze cui si è fatto cenno, l’umanità si può riconoscere unita proprio là dove la dignità dell’uomo è calpestata. Di fronte alle diffuse e pesanti violazioni dei diritti umani alle quali dobbiamo purtroppo ancora assistere, nei numerosi teatri di conflitto, ma anche nelle nostre società considerate progredite (si pensi alla violenza sulle donne); di fronte alla situazione dei poveri e ai permanenti squilibri che attraversano il mondo e, non ultimo, di fronte alla responsabilità comune che l’umanità di oggi comprende di avere, per la prima volta nella storia, verso la sopravvivenza del pianeta, è facile trovare ampi spazi di convergenza anche con chi professa visioni dell’uomo che in parte non sono compatibili con quella rivelata in Cristo.
L’unità che ne risulta è reale, anche se imperfetta, ed è possibile a patto di rispettare reciprocamente le diversità: da questo punto di vista sarà cruciale, nel futuro, la questione del pieno rispetto della libertà religiosa, senza la quale potrebbe diventare assai arduo, per i credenti, poter vivere liberamente in maniera coerente con la fede che professano, rispettando la sacralità della vita e la famiglia fondata sul matrimonio.
L'Osservatore Romano, 28-29 luglio 2017