venerdì 7 luglio 2017

(Cristian Martini Grimaldi) Durante la rivoluzione industriale, dopo la seconda metà dell’ottocento, ebbe grande diffusione un testo del giornalista e scrittore Samuel Smiles, Volere è Potere. Il libro altro non era che la raccolta dei testi di una serie di conferenze che l’autore aveva tenuto a un gruppo di giovani per spingerli a migliorare la propria condizione sociale. La tesi di Smiles era che con la sola forza di volontà ognuno sarebbe stato in grado di superare qualunque ostacolo, pertanto anche un uomo di condizioni umili avrebbe potuto elevarsi dal suo stato di povertà e ottenere fama e ricchezza. Oggi basta entrare in qualunque libreria per scoprire decine di titoli che promettono di insegnare a gestire la propria vita seguendo “metodi” che, se correttamente applicati, porterebbero a obiettivi professionali, e a sviluppare migliori relazioni private e di lavoro. Eppure nessuno di questi manuali ha mai riscosso il successo di una serie di conferenze ormai diventate un vero e proprio brand globale: stiamo parlando di Ted (Technology, Entertainment, Design).
I racconti che vengono esposti — anzi sarebbe più corretto dire i sermoni essendo il tono e la mimica quelli di una predica — infatti, iniziano spesso con la confessione, da parte dell’oratore, di un difetto o una debolezza personale (leggi: problema) e si concludono con la glorificazione di quello stesso difetto (leggi: soluzione).
Ad esempio c’è la persona introversa che ci spiega come questo “svantaggio” può essere tramutato in un beneficio, e per cominciare inizia a elencare una serie di persone famose che si sono affermate, nonostante fossero “portatori” di quello stesso tratto «socialmente controproducente», come la non vedente che è riuscita a trionfare sul proprio handicap: e la sua brillante carriera professionale ne è una dimostrazione.
Insomma i Ted hanno a cuore che tu abbia successo nella vita e ci rassicurano che a tutto c’è una soluzione, non c’è da temere per le nostre piccole o grandi imperfezioni, a patto di renderle funzionali al raggiungimento dell’unico vero obiettivo: la propria affermazione professionale.
Ma se ciascuno degli oratori è riuscito lì dove gli altri non sono riusciti, è perché ha trovato soluzioni a cui nessuno prima aveva pensato, o semplicemente che non tutti sentono il dovere o l’urgenza di riscattarsi dalle proprie “tare” — fisiche o caratteriali — ma si accontentano di convivere con le proprie imperfezioni. Insomma, ascoltando certe storie ci si può sentire inadatti semplicemente perché non si sono raggiunti determinati criteri di rendimento.
«Massimizzare il proprio talento» è una frase che ricorre spesso. C’è l’artista che è riuscita attraverso il crowdfunding a rastrellare online più di un milione di dollari per il suo progetto musicale, ma questo significa che tutti possono ottenere lo stesso risultato semplicemente imitando la dinamicità, la determinazione e — diciamocelo — il narcisismo di quell’artista? E i colpi di fortuna come si massimizzano? «Siate creativi», è un’altra frase che ricorre spesso. Ma come si può essere creativi quando la morale di molte di queste storie è che le stesse soluzioni adottate dai protagonisti possono essere replicate da chiunque?
Eppure il pubblico non pare curarsi della contraddizione. Il numero di contatti che queste conferenze riescono ad ottenere su youtube e nei podcast è di assoluto rilievo.
Ma quello che meno convince di Ted è che esclude l’idea che si possa vivere benissimo anche accettando i propri difetti e la propria mediocrità. Cioè non si tiene conto che anche le vite modestamente vissute hanno valore a prescindere dal raggiungimento o meno del successo.
L'Osservatore Romano, 7-8 luglio 2017.