domenica 2 luglio 2017

(Sergio Massironi) Nel volume Chiesa tra le case. La parrocchia alla prova della grande città (Milano, EDB, 2017, pagine 72, euro 7,50), quattro autori italiani s’interrogano sulle sfide pastorali delle grandi aree urbane. Sebbene il cristianesimo sia sorto nelle città, infatti, da secoli sembra essersi prodotta una torsione che ha reso la fede più incidente nelle campagne. Ciò che si propone nelle metropoli è spesso trasposizione di quanto si è fatto, anche con successo, nelle zone rurali: la città è stata considerata come un aggregato di paesi, ciascuno con la propria parrocchia, e non come una realtà unica e organica.Certo, le novità sociali e culturali — scrive il vescovo Sigalini nell’introduzione — non scardinano «grandi domande di preghiera, d’incontro, di educazione e di mistica», ma rispondere alla sete spirituale, che si esprime in città nelle forme più svariate non è automatico. Si avverte tensione tra l’ambizione di rimanere «punto di riferimento per tutte queste domande» e la rinuncia a ruoli egemonici, che comporta immersione «nelle esperienze del territorio in ogni polo costruttivo di socialità, di nuova cultura, di solidarietà, di democrazia di base». Luce e lievito: dialettica antica e irriducibile, da declinare entro trasformazioni dirompenti.
Antonio Mastantuono, docente di teologia pastorale alla Lateranense, muove dalla constatazione che «il modo di essere di una popolazione ha molto a che fare con la forma dei luoghi in cui si abita». All’agglomerato fisico, «oggetto sempre imponente, anche quando non è di dimensioni grandissime», l’autore connette una città immateriale «che produce, causa, costruisce quella visibile. È la società urbana, con tutte le sue caratteristiche demografiche, economiche, politiche e culturali, senza le quali la città non sarebbe così com’è». La metropoli non è mai un fatto naturale, tanto meno oggi che ogni luogo urbano rinvia a infiniti altrove mediante risorse tecnologiche e infrastrutturali che riconfigurano distanza e prossimità. «Questa — scrive Mastantuono citando Nancy — è la verità tecnica: aprire passaggi in tutte le direzioni e senz’alcuna vocazione finale, andirivieni, eventi piuttosto che avventi». E con Magatti osserva che «la città contemporanea non riesce più — e forse non vi aspira nemmeno — a essere il luogo dove l’esperienza comune viene filtrata e sedimentata. Non ne ha più né il tempo, né il modo. Il suo ideale non è più quello di essere il luogo del vissuto, ma piuttosto quello di diventare il luogo del vivente, sistema di opportunità, contenitore di possibilità». Che senso ha per la Chiesa essere in spazi che sembrano non aver più valore se non in chiave provvisoria, punti di appoggio per vite che guardano altrove? Certo, cresce il desiderio di ambiti in cui ritrovare se stessi: eterotopie li chiama Foucault. Si tratta di «contro-luoghi, sorta di utopie effettivamente realizzate, nelle quali i luoghi reali vengono al contempo rappresentati, contestati, sovvertiti». Ingenuo sarebbe, tuttavia, risolvere così l’identità della parrocchia. Sebbene il funzionamento dell’eterotopia non manchi di elementi profetici, infatti, esso asseconda una tendenza alla specializzazione degli spazi che disgrega il soggetto e la comunità. Le città si frantumano in funzioni — la zona industriale attrezzata, le grandi stazioni ferroviarie, gli aeroporti, le cittadelle universitarie, le aree commerciali, i servizi pubblici, le diverse zone residenziali — mentre si riduce fortemente il valore integrativo del luogo. «Ciò implica un indebolimento del tessuto che tiene insieme le diverse funzioni, ognuna delle quali tende a essere espressione di un codice tecnico specifico che, proprio perché tale, è più intensamente collegato con altri luoghi simili sparsi in tutto il mondo di quanto non lo sia con ciò che gli sta fisicamente attorno». Possiamo permetterci che parrocchie, oratori, centri di ascolto, come isole pedonali, teatri, biblioteche, scuole, diventino a loro volta «luoghi specializzati e dotati di un codice proprio, che vale solo al loro interno e il cui scopo è di sostenere una socialità che fatica a darsi in modo autonomo»? Un simile panorama urbano spezza i ruoli rivestiti dalla singola persona: qui genitore, là consumatore, altrove lavoratore, in parrocchia fedele. Quale cura pastorale riuscirà a raggiungere e ad abbracciare l’intero? Studiando la metropoli, cogliamo dinamismi cui nemmeno la provincia è ormai immune. Il poliedro della città riconduce dunque la Chiesa al centro della sua missione.
Nella Evangelii gaudium, Papa Francesco non manca di sottolineare la plasticità delle parrocchie, che consentirà loro di assumere molte forme diverse, perché, «ancora più vicine alla gente, siano ambiti di comunione e partecipazione e si orientino completamente alla missione». Basate per definizione sul territorio di appartenenza, ora che il quartiere non è più l’unità di base della vita, la presenza fisica dell’edificio parrocchia rimarrà a dire che «nessuno è escluso dalla Chiesa e anche il più povero e il più isolato appartiene a una comunità cristiana per il solo fatto di trovarsi da qualche parte». Sembra poco, ma si tratta di una realtà vertiginosa.
Le voci che si succedono nel volume non fanno che elaborare la certezza di un cristianesimo “per tutti”: soprattutto si guarda alla necessità di uno stile che riconfiguri luoghi visibili in cui chiunque si possa rifugiare ed essere riconosciuto come soggetto e partner. Villata scrive che è finito il tempo in cui pensare ai poveri come a chi sta ai margini: la crisi ci ha svelato «una vulnerabilità pervasiva, soprattutto a livello di fiducia, che percorre trasversalmente gruppi, luoghi e ambienti sociali tra loro diversi». Il senso d’instabilità estrema consente a comunità meno forti che in passato di uscire da se stesse per ricucire mondi fisicamente prossimi, ma abissalmente distanti: c’è un’esperienza umana elementare che li accomuna. Le tre esperienze descritte da Bonora, parroco visitato dal Papa a Milano, mostrano come la parrocchia sia più di un’eterotopia: essa contesta, sì, l’impersonalità di tanti non-luoghi mediante il suo interno calore, ma contemporaneamente esce, cimentandosi in collaborazioni che prevedono codici non suoi.
Nell’orizzonte diocesano, sottovalutato dal volume, questa disponibilità a “parlare lingue nuove” prospetta una pastorale su scala metropolitana che ricomponga ciò che la tecnica decostruisce e separa. La Chiesa diviene non un circuito chiuso tra tanti, ma possibilità di salvezza per il soggetto e la società. Se il nostro tempo è caratterizzato dalla capacità di stabilire relazioni tra punti differenti e lontani, il coinvolgimento con le questioni care ai nostri contemporanei, anche nel più marginale dei quartieri, non ha mai avuto tante chance di diventare rivoluzionario.
L'Osservatore Romano, 1° - 2 luglio 2017.