sabato 1 luglio 2017

Italia
L'Osservatore Romano - donne chiesa mondo
(Lucetta Scaraffia) Ha un aspetto forte e dolce al tempo stesso Nadia Kuzinmko, ucraina che vive e lavora in Italia dal 2002. È una delle numerose donne che sono immigrate nel nostro paese per lavorare, soprattutto per assistere in casa bambini e anziani, per aiutare nelle faccende domestiche. Come quasi tutte loro, ha lasciato nel suo paese una famiglia: il marito e due figli, e in Italia ha allevato i figli di un’altra famiglia, assistito anziani che non conosceva mentre si facevano vecchi i parenti lasciati a casa. Ma è contenta che il suo progetto si è realizzato: grazie al suo sacrificio, la famiglia ha adesso una casa di proprietà e i figli hanno potuto studiare.
Come sono stati i primi tempi?
Sono arrivata grazie alla moglie di mio cugino, emigrata a Roma qualche anno prima. Il primo mese è stato duro: non sapevo parlare italiano, non trovavo lavoro. Ma la mia parente mi ha aiutata, mi ha dato un posto in cui stare. Per altre, che non avevano alcun appoggio, l’inizio è stato molto più duro. Poi ho trovato lavoro a Terni, dovevo assistere una signora anziana. Ma non riuscivo ad avere il permesso di soggiorno, e i figli dell’anziana non mi volevano tenere come clandestina. Sono tornata a Roma, da dove stavo per partire per Firenze, con la morte nel cuore perché a Roma c’erano le poche persone che conoscevo. All’improvviso, ho trovato lavoro presso una famiglia a Roma, dove sto ancora adesso.
L’immigrazione dall’Ucraina, soprattutto in quegli anni, era prevalentemente femminile. Ha conosciuto altre donne del suo paese?
Sì, le ho incontrate in chiesa, alla messa della domenica. E siamo diventate subito un piccolo gruppo affiatato. A Roma c’erano già tre chiese di rito greco-cattolico ucraino, una a piazza Madonna dei Monti, una all’Aventino e la grande basilica, in cui ci riuniamo per le feste, di Santa Sofia, a Boccea. All’inizio in chiesa si seguiva solo la liturgia, non c’erano molte iniziative ma poi, grazie a un parroco molto dinamico, che era un ucraino nato in Australia, don Andreana, la chiesa si è aperta a conferenze, dibattiti, presentazioni di libri, feste.
A Roma era tutto più facile per noi emigrate perché le chiese c’erano già, le stesse che ci sono oggi. Ma nelle altre città trovarsi per pregare era più difficile, seguivamo la messa cattolica ma ci mancavano la nostra lingua, i nostri canti, le nostre preghiere.
Le chiese quindi erano un luogo di preghiera e di incontro, dove vivere qualcosa della vostra patria. Come avete fatto dove non c’erano, cioè in quasi tutta Italia?
All’inizio ci incontravamo nei giardini, un gruppo di donne che insieme recitava il rosario, pregava, cantava. La chiesa eravamo noi stesse, la costruivamo in qualche angolo tranquillo della città. Quando il gruppo cominciava a diventare più numeroso, le donne prendevano in affitto un appartamento per farne una chiesa, e al tempo stesso il loro luogo di incontro, e cercavano di contattare un sacerdote che venisse a celebrare per le feste. Ma erano le donne a fornire tutto il necessario, a ricamare le tovaglie d’altare, a tenere tutto in ordine e dignitoso per l’uso sacro al quale l’appartamento era adibito. Venivano a celebrare giovani preti che si stabilivano a Roma per studiare, qualche prete più dinamico, ma in generale queste donne sono riuscite sempre a costruirsi la loro chiesa, con le sole loro forze.
In un secondo momento, se il gruppo si allargava, poteva provare a chiedere al comune l’uso di una chiesa abbandonata, e talvolta ottenerlo. La fatica per aprire una chiesa, tenerla viva e custodirla, farla riconoscere dal clero e dalle autorità, non è mai stata leggera. Ha richiesto sacrifici, investimenti, lavoro che si aggiungeva a quello che già dovevano svolgere tutti i giorni, ma non sono mai tornate indietro, sono sempre riuscite a costruire il loro luogo sacro, per farne il centro pulsante della loro vita.
Tant’è vero che oggi in Italia ci sono più di duecento chiese ucraine, tutte nate in questo modo.
Mi fa qualche esempio?
A Terni adesso le donne hanno l’uso di una chiesa che era stata abbandonata, e così è successo anche a Napoli, poi sono passate a una chiesa antica che era stata chiusa, riaperta e restaurata con l’aiuto del Vaticano. Ma poi era vuota, sono state le donne a portare le icone, i tessuti ricamati, il vasellame. A Firenze, accanto a Santa Croce, ci è stata data la chiesa di San Giuda Taddeo, da noi intitolata anche a san Michele. Abbiamo qualche aiuto, ma la maggior parte dei restauri e degli arredi è pagata con i soldi delle donne che le frequentano.
E la sua esperienza a Roma?
Da decenni noi ucraini siamo impegnati nella costruzione e poi nell’abbellimento della chiesa di Santa Sofia, molto grande. La costruzione è iniziata negli anni sessanta, grazie alla figura più eminente della Chiesa ucraina, Josyp Slipyj, simbolo della resistenza del nostro paese alle persecuzioni naziste e sovietiche. Slipyj, arcivescovo dal 1939, fu arrestato per false accuse dalle truppe sovietiche nel 1945, e per varie ragioni passò quasi vent’anni in un gulag, liberato grazie al lavoro diplomatico di Giovanni XXIII e John Kennedy, e creato cardinale da Paolo VI nel 1965. Dalla liberazione in poi è vissuto a Roma, dove si è dedicato alla costruzione della nostra grande chiesa di Santa Sofia, a cui aggiunse un seminario e un’università.
I fondi per costruirla arrivarono dalla diaspora ucraina nel mondo — soprattutto dagli Stati Uniti e dal Canada — ma anche dalle nostre offerte. Sono nostri i ricami delle tovaglie d’altare, nostri e delle suore ucraine che vivono in un monastero accanto alla Madonna dei Monti. La pulizia è tenuta da alcune donne retribuite dalla chiesa.
Intorno a Santa Sofia si vive una grande esperienza comunitaria: prima delle feste ci ritroviamo per mangiare insieme i cibi rituali, come il grano cotto, i dolci con mele e papavero. Soprattutto per Natale e Pasqua la basilica è pienissima, vengono persone che non la frequentano abitualmente.
Nel complesso, frequenta la chiesa meno della metà delle persone immigrate dall’Ucraina in Italia. Ma per noi che frequentiamo abitualmente è un’esperienza vitale. Dalla fede, dalla preghiera, troviamo la forza per vivere un’esperienza dura, per sopportare la solitudine.
Avendo una Chiesa, un luogo dove passare insieme la domenica come giorno del Signore, vinciamo la tentazione di lavorare anche nei giorni di festa per guadagnare di più. Abbiamo capito che il guadagno della domenica non porta da nessuna parte, mentre ritrovarsi per pregare insieme, per vivere un giorno davanti al Signore, ci riempie di forza per affrontare la settimana.
Immagino sia per questo che, anche se siete venute qui in Italia proprio per raccogliere un po’ di soldi per aiutare le vostre famiglie, riuscite lo stesso a essere generose nei confronti della vostra Chiesa...
Sì, la chiesa per noi è una necessità vitale, ci dà la forza di andare avanti. La lontananza dalle famiglie è difficile da sopportare, molte si separano, e comunque è difficile tenere vivi i rapporti con assenze così lunghe, anche con i figli. Ognuna di noi vive con questo peso nel cuore.
La chiesa in molti casi diventa anche un luogo che possiamo condividere con gli italiani per cui lavoriamo: alcuni degli anziani che assistiamo vogliono venire con noi la domenica, per questo una volta al mese si dice messa in italiano. Poi nelle nostre chiese si celebrano i matrimoni misti, di ucraine con italiani, e diventano quindi anche luoghi di contatto, di convivenza, di condivisione.
Ma certe volte sono anche luoghi di conflitto: intorno alle chiese la domenica spesso girano uomini in auto che cercano di avvicinare le ucraine che tornano a casa, con modi non proprio gentili...
Nadia Kuzinmko. Nadia Kuzinmko ha 58 anni, è nata a Livn, oggi Ucraina, in passato parte dell’impero asburgico e poi dello stato polacco. È sposata e madre di due figli e nonna di due nipoti. Vive e lavora in Italia dal 2002. È una delle tante donne ucraine emigrate nel nostro paese: secondo il Rapporto annuale redatto nel 2016 dal ministero del Lavoro e delle Politiche sociali i cittadini ucraini emigrati sono 240.141, dei quali il 20,8 per cento uomini, il 79,2 per cento donne, impegnate prevalentemente nei  servizi pubblici, sociali e alle persone.  Sempre nello stesso anno, in Italia sono state registrate 146 comunità religiose ucraine. In questi ultimi anni, 18 chiese sono state affidate a comunità ucraine (in città come Avellino, Bologna, Vittorio Veneto, Caserta, Cagliari, Livorno, Napoli, Novara, Pavia, Padova, Pescara, Reggio Emilia, Salerno, Ferrara, Firenze, Foggia, Foligno). Tra queste, sette comunità hanno ottenuto  lo status di parrocchie ufficiali: Avellino, Bologna, Caserta, Livorno, Roma, Pavia, Firenze.
L'Osservatore Romano, luglio 2017.