lunedì 24 luglio 2017

(a cura di Loris Mazzetti) Il 18 luglio, pochi giorni fa, don Andrea Gallo, il prete del marciapiede, degli ultimi, il fondatore della Comunità di San Benedetto al Porto di Genova, avrebbe compiuto 89 anni. Dopo poco più di due mesi dalla nomina di papa Bergoglio il Don se ne è andato, era entusiasta dell’arrivo di Francesco, la Chiesa, che lui considerava vacante dalla morte di Giovanni XXIII, tornava ad essere profetica. Nei quattro anni dalla scomparsa di don Gallo tanti fatti sono accaduti in quella che lui ha sempre considerato la sua casa. Ne abbiamo parlato con monsignor Maria Matteo Zuppi nominato da papa Francesco arcivescovo metropolita di Bologna, 61 anni, prete dal 1981. (L’intervista integrale sarà all’interno del nuovo libro dedicato a don Gallo che uscirà a settembre: Per sempre in cammino edito da PaperFirst).
Monsignor Zuppi, ha conosciuto don Gallo?
Sì, l’ho incontrato una volta a Genova.
Don Gallo alla messa portava due leggii: uno con il Vangelo e sull’altro la Costituzione, la Diocesi di Genova lo accusava di essere un eccentrico.  
Il suo carisma è stato fondamentale. Con varie difficoltà Don Gallo è sempre stato dentro alla diocesi di Genova, che lo ha sempre accolto. Il suo funerale lo ha celebrato con molta vicinanza il cardinale Bagnasco. Gallo manifestava fisicamente ciò che nel Concilio Vaticano II aveva trovato il  suo compimento ma che veniva da prima del Concilio stesso. Penso a quanti teologi hanno detto che bisognava avere la Bibbia in una mano e il giornale dall’altra. Gallo parlava della Costituzione perché è il fondamento della nostra convivenza e il frutto di una tradizione altissima di valori, di  ideali che compongono l’umanesimo con cui dobbiamo confrontarci. Abbiamo un debito enorme nei confronti di coloro da cui l’abbiamo ereditata. Quindi Bibbia e il giornale, la parola di Dio e il segno dei tempi, la Chiesa e la vita civile, la società e il mondo laico sempre alla ricerca del bene  comune.
Chi è Matteo Maria Zuppi?
Un povero cristiano, che cerca di essere cristiano, che ha scoperto nel Vangelo, nella Chiesa la risposta a tante domande che lo inquietavano e che continuano a inquietarlo e che cerca di aiutare gli altri per quello che può, seguendo gli insegnamenti di qualcuno che ci educa a non accontentarci.
Qual è la più importante virtù che deve avere un prete?
Pregare, ascoltare, leggere con profondità il Vangelo e poi la vicinanza alla gente, quella che papa Francesco chiama la prossimità in tutti e due i sensi, perché la prossimità permette anche all’altro di avvicinarsi: io ti sto vicino e tu mi stai vicino. Uno non può essere prete rimanendo lontano, deve saper ascoltare l’altro e l’altro deve avere la possibilità di poter manifestare quello che ha.
Qual è la sua Chiesa, quella che secondo lei dovrebbe essere?
Questa. Una Chiesa che sa toccare il cuore degli uomini in tanti modi, che sa riconoscere la presenza di Dio nella vita degli uomini che con larghezza e con la maternità della Madonna, della Madre della misericordia riesce a includere tutti quanti. Qualche volta siamo diventati piccoli, abbiamo perso la larghezza della maternità, dobbiamo mantenerla, sapere aspettare, è un atto di fiducia, è molto diverso da lasciar fare. La maternità non è lasciar fare ma anche saper aspettare.
Papa Francesco parla di curare le ferite e di riscaldare i cuori dei fedeli. Come ferite possiamo intendere: i cristiani divorziati, le coppie omosessuali, gli scandali dello Ior, il problema della  pedofilia, tenuto nascosto per anni dentro la Chiesa?
Certamente sono tutte ferite, alcune profondissime che in alcuni casi abbiamo ignorato perché non ci siamo resi conto, qualche altra volta abbiamo fatto finta di non vedere, altre volte non sapevamo come affrontare e abbiamo soltanto, con prudenza, cercato di limitare i danni. L’atteggiamento a cui ci invita papa Francesco è chiamare le cose col proprio nome, non aver paura di niente e credere che la via della verità è quella che permette di lenire la ferita e di trovare la medicina per curarla.
Papa Francesco ha aperto il dibattito sul ruolo della donna all’interno della Chiesa. Lei ritiene che la Chiesa abbia commesso errori nei confronti della donna?
Il ruolo della donna nella Chiesa non è mai stato marginale anche se ha dovuto affrontare tante difficoltà subendo troppo un certo tipo di mentalità. La Chiesa si scontra anche con la cultura delle persone che la compongono. Certamente dobbiamo avere più attenzione e credere sempre di più al genio femminile. Per usare un’espressione di Giovanni Paolo II, la donna è fondamentale, senza di lei la Chiesa sarebbe monca.
Don Gallo diceva che dopo Giovanni XXIII la Chiesa è stata vacante, solo con l’arrivo di Francesco la Chiesa ritorna ad essere profetica.
Non so. Dire che la Chiesa è vacante è come dire che la Chiesa avrebbe smesso di parlare. Certamente ci sono state fasi molto diverse. In ognuna dobbiamo saper leggere le ricchezze e le indicazioni date. Penso al bellissimo documento del Giubileo 2000 Duc in altum “che ci invita a fare memoria grata del passato, a vivere con passione il presente, ad aprirci con fiducia al futuro”, oppure a come papa Benedetto XVI ha cercato di aiutarci a rivivere lo spirito del Concilio.
Francesco oggi ci aiuta a vivere la presenza della Chiesa profetica, indicandoci delle priorità, quando parla dei poveri, quando insiste sull’evangelizzazione, sulla gioia del Vangelo, specificando: “Io non dico tutto”. Non bisogna parlare di tutto. Quando la Chiesa vuole dire tutto rischia di non dire niente. Nel passato qualche volta è accaduto.
Quando a don Gallo dissero che era un prete di strada lui rispose: “Sono un prete del marciapiede”, lo stesso ha fatto lei dicendo: “Sono un prete sulla strada”. Cosa intendeva?
Che tutti quanti i preti e i cristiani in quanto tali non possono che essere sulla strada. Francesco ce lo ricorda e ci dà l’esempio. Il prete, il cristiano non può stare seduto in un club, nostro Signore non ha messo insieme un club o un salotto più o meno alla moda. Un prete, deve rifiutare il salotto, e per tutto quello che rappresenta deve vivere sulla strada.
C’è una Chiesa apostolica, profetica che si ispira agli ultimi che predica misericordia e carità e c’è una Chiesa invece che è politica, potere, lusso, lontana dalla gente. La prima avvicina anche i non credenti, la seconda a volte allontana i credenti.
Non c’è dubbio. Il problema è che è sempre la stessa Chiesa, quella che predica misericordia, quella più veritativa. Non deve accadere che la Chiesa perda la sua vera motivazione diventando qualcosa d’altro. Io non credo che sia così, almeno lo spero, perché quando uno sceglie il lusso non si accorge che è entrato dentro uno strano meccanismo. Dobbiamo ascoltare il Vangelo che costringe tutti a stare per strada, lì ci sono i nostri fratelli più piccoli, più deboli che hanno bisogno di aiuto. È sulla misericordia che saremo giudicati.
Cosa intende quando afferma che dobbiamo aiutare la Chiesa a diventare povera?
Significa aiutare la Chiesa a essere se stessa. La Chiesa eredita tanti beni, faccio un esempio che coinvolge la diocesi di Bologna. Il mio predecessore ha ereditato dal suo proprietario per testamento una fabbrica, la Faac, una multinazionale che produce cancelli automatici. Noi dobbiamo amministrarla con cura, se siamo poveri possiamo farlo bene, se non entriamo nella logica persuasiva del denaro, con ciò che comporta, riusciamo ad amministrarla bene altrimenti tutto diventa molto più complicato. Tutti gli utili della Faac sono destinati ad opere di carità. Abbiamo dato delle regole che ci tengono al riparo da un eventuale utilizzo degli utili all’interno della diocesi.
La Chiesa dice di essere molto preoccupata per l’immigrazione, ma cosa fa?
Ancora poco, rispetto a quello che potremmo fare. Comunque moltissime delle nostre strutture sono state messe a disposizione per l’accoglienza. C’è una responsabilità anche sulla visione del problema, non soltanto su come affrontare l’emergenza, quando sono sbarcati bisogna solo aiutarli, non si possono lasciare in mezzo al mare. Bisogna fare una politica più ampia. Non sono rassegnato di fronte a quello che sta accadendo, bisogna restare umani e trovare risposte intelligenti che prevengano il problema. Purtroppo la paura e la tentazione di chiuderci ci fa trovare una falsa sicurezza. Chi parla di costruire muri non favorisce la sicurezza di chi sta da questa parte. Siamo di fronte ad un problema epocale che va affrontato tutti insieme con intelligenza e rispetto per la vita umana.
Ho letto che quando passava dalla stazione di Bologna si commuoveva pensando agli 85 morti e 200 feriti della strage del 2 agosto. Il nostro è un Paese di verità nascoste, dove è difficile processare il potere.
Sì è vero. Sia per la strage della Stazione che per quella di Ustica, nonostante siano passati decenni, siamo lontanissimi dalla verità. Il dolore è enorme per le vittime, la mancanza della verità addolora sempre più i parenti delle vittime e non solo, la conseguenza purtroppo è quella di credere sempre meno in ciò di cui dovremmo aver fiducia: le istituzioni pubbliche.
Lo Stato non aiuta, o solo promesse al di là dei colori dei governi.
Ritardi, promesse non mantenute, lentezze burocratiche, danno un fastidio terribile. I parenti delle vittime provano un senso di abbandono. Chi pensa vivano tutto questo con troppa sensibilità commette un errore, loro ci ricordano quale è il nostro dovere. Credo che dobbiamo trarre anche da questo un insegnamento: non bisogna rimandare, arrendersi, rassegnarsi, sperando che ci pensi qualcun altro. Anche un’ammissione chiara di incapacità è meglio di questo grigiore che circonda le stragi.
Lei è il vescovo degli ultimi come don Gallo era il prete degli ultimi?
Magari, magari. Penso che il vescovo deve sempre essere il vescovo degli ultimi, perché sono i nostri fratelli più piccoli. Io ero il quinto di sei fratelli, sono cresciuto in una famiglia dove quelli più grandi dovevano stare attenti a noi che eravamo i più piccoli. Ho sempre pensato che non farlo porta a delle conseguenze terribili. Spero di essere davvero un vescovo degli ultimi perché vorrebbe dire che lo sono di tutti.
Il Papa in ginocchio da don Milani in ginocchio da don Mazzolari e forse, vuole essere un augurio, domani anche in ginocchio sulla tomba di don Gallo, non rappresenta un segno di speranza?
Certo, ci aiuta a riscoprire i loro valori, la loro obbedienza. Erano molto obbedienti e molto liberi. Quel gesto di Francesco significa che possiamo cercare di rendere ricca e bella la Chiesa con l’esempio di chi l’ha vissuta in maniera originale dando frutti che sono molto evidenti.