venerdì 14 luglio 2017

Italia
Ho Chi Minh e il professore. Giorgio La Pira in Vietnam
L'Osservatore Romano
Pubblichiamo stralci della relazione del cardinale segretario di Stato in occasione della presentazione del volume "Con La Pira in Viet Nam" (Firenze, Edizioni Polistampa, 2015, pagine 336, euro 18) di Mario Primicerio, tenutasi il 13 luglio presso la Camera dei deputati italiana. L’incontro, moderato da Ernesto Preziosi, è stato introdotto dall’ambasciatore Mario Sica.
(Pietro Parolin) La vita, l’impegno ecclesiale e politico, le intuizioni e in genere la figura del servo di Dio Giorgio La Pira, a quarant’anni dalla scomparsa, sono più che mai attuali.
Nella sua persona la preghiera si è fatta azione per la comunità e l’impegno politico si è nutrito di altissimi ideali. Suscita ammirazione rilevare come in La Pira la concretezza dell’azione amministrativa e politica si fondesse e fosse costantemente alimentata da una riflessione che aveva nella Parola di Dio la sua fonte e il suo criterio di giudizio.
Il suo impegno come giurista, costituente e uomo di governo, la sua lunga stagione come sindaco di Firenze, la sua incessante, coraggiosa e lungimirante azione per la pace, la sua capacità di coinvolgimento e convincimento per evitare la chiusura di attività produttive che avrebbero acuito la disoccupazione, il suo impegno verso gli ultimi, erano figli della sua coltivata spiritualità. In personaggi come La Pira si coglie il sapore del profeta, che individua nuovi percorsi, richiama tutti alle verità più profonde, che per un attimo viene applaudito e considerato e poi rischia di essere incompreso da coloro i quali, non avendo una vista acuta come la sua, non colgono la profondità e verità delle sue intuizioni, salvo riconoscerne a distanza di tempo la grandezza.
Giorgio La Pira aveva i tratti di un politico di tal fatta. Anche il suo viaggio in Vietnam si inquadra in questa logica. Il libro che oggi presentiamo ne offre chiara testimonianza. Mario Primicerio ha pubblicato un diario di viaggio dal 19 ottobre al 14 novembre 1965 nel quale si descrive l’impegno di Giorgio La Pira per la pace in Vietnam nel cammino sino ad Hanoi «passando da Varsavia, Mosca e Pechino». La cronaca del viaggio è arricchita da una opportuna presentazione del quadro storico del conflitto in Vietnam.
L’iniziativa di La Pira è inoltre contestualizzata con le plurime esperienze fiorentine di colloqui internazionali che egli aveva promosso e condotto sin dal 1952 come sindaco di Firenze. L’impegno per il Vietnam segna l’inizio di un terzo periodo nella vita di Giorgio La Pira con una prevalente ed incisiva azione sul piano internazionale. Le annotazioni del suo diario di viaggio indicano come la preghiera accompagnasse ognuna delle sue impegnative giornate e di come il suo sguardo fosse fisso alle sofferenze che la guerra portava con sé.
La preghiera per il viaggio in Vietnam, nella chiesa di Sant’Ignazio e nella Basilica di San Paolo accompagnò la partenza da Roma; il pellegrinaggio al Santuario mariano di Częstochowa segnò la prima tappa polacca insieme con la visita alle carmelitane di Cracovia e poi del Monastero di Ulitza Wolska. Queste testimonianze di vita vissuta corrispondono a quanto La Pira aveva scritto nel 1956 sul valore dei monasteri. «Non bisogna aver paura di dirlo: la civiltà cristiana e la città cristiana sono essenzialmente civiltà monastica e città monastica nel senso che, come nel monastero, anche in esse — in ultima analisi — tutti i valori hanno una orientazione unica ed una unica finalità: Dio amato, contemplato, incessantemente lodato!... rimisurare col metro “monastico”: riedificare Gerusalemme sulla roccia di Sion!».
L’arrivo a Pechino domenica 7 novembre è segnato dalla preghiera liturgica nella Chiesa cattolica. Giunti ad Hanoi, il 9 novembre, per Giorgio La Pira la Messa fu il primo impegno in terra vietnamita, come lo sarà ogni giorno successivo. È questo il quadro spirituale nel quale si collocò il colloquio con Ho Chi Minh dell’11 novembre.
Il tema del colloquio con Ho Chi Minh è chiaramente e analiticamente esposto nel diario di Mario Primicerio: «Il Professore esordisce dicendo che il problema di riportare la pace in Viet Nam non è un problema solo di questo popolo ma è un problema mondiale: la pace è indivisibile e la situazione mondiale contemporanea ci fa rendere conto che l’umanità è sempre su uno stretto crinale da una parte del quale sta la totale distruzione del pianeta». La forza della preghiera che costituisce la prima consapevolezza di La Pira nella sua missione di pace si unì, in questo colloquio, alla coscienza giuridica del valore del diritto romano, con un richiamo all’interdictum uti del pretore romano che impone la cessazione della violenza (vim fieri veto).
«Il Professore ripete che, perché tutto questo avvenga, occorre innescare un processo che ha i suoi tempi (anche l’azione del pretore romano era un passo preliminare prima del giudizio!)». Questo diario di viaggio conferma come l’azione dell’uomo politico si nutrì di una consapevolezza culturale e di un patrimonio intellettuale acquisito da Giorgio La Pira negli anni impegnativi della sua formazione romanistica con Emilio Betti.
Questa esperienza di intervento di pace nel conflitto vietnamita si realizzò da parte di Giorgio La Pira nell’epoca nuova già delineata da Giovanni XXIII nell’enciclica Mater et Magistra come «il tramonto dei regimi coloniali ed il conseguimento della indipendenza politica dei popoli di Asia e d’Africa». Lo sguardo di La Pira, specialmente dopo la conferenza di Bandung del 1955 era permanentemente fisso, rivolto ai bisogni dei poveri nei continenti che riemergevano nella libertà e nell’autodeterminazione in Asia e in Africa.
L’insegnamento del beato Federico Ozanam, suo maestro sin dalla giovinezza, costituì per Giorgio La Pira un impegno di partecipazione alla Conferenza di San Vincenzo De’ Paoli con le visite domiciliari ai poveri.
Il messaggio del Santo Padre Francesco del 13 giugno 2017 per la prima Giornata mondiale dei Poveri, presenta profonde corrispondenze con l’esperienza lapiriana della Messa dei poveri. «Se vogliamo incontrare realmente Cristo, è necessario che ne tocchiamo il corpo in quello piagato dei poveri, come riscontro della comunione sacramentale ricevuta nell’Eucaristia. Il Corpo di Cristo, spezzato nella sacra liturgia, si lascia ritrovare dalla carità condivisa nei volti e nelle persone dei fratelli e delle sorelle più deboli» (n. 3).
È stata, questa, l’esperienza fondante per ogni azione di La Pira: eucarestia e pane per il povero.
«L’Osservatore Romano» aveva pubblicato il 14 giugno 1942 L’Appello ai fratelli più ricchi di Giorgio La Pira nel quale, indissolubilmente legato alla guerra, è il dramma della povertà: «Si ha un bel ragionare di poveri, di fame, di miseria: l’esperienza di queste cose nella carne viva è cosa ben diversa: e nessuno può capirla se prima non l’ha fatta. Ebbene, fratello io ti invito a riflettere seriamente sul valore della tua posizione e sulla responsabilità che vi è collegata. Perché la riflessione sia efficace, è necessario che parta da un confronto: pensati in una posizione rovesciata: tu al posto di chi è privo di pane ed è privo di tutto. Quale immensa gioia se qualcuno ti tendesse la mano in una situazione così dolorosa! Un po’ di pane, un po’ di latte, qualche lira per comperare qualcosa, la pigione pagata; quanti pensieri levati e quante speranze rimaste nell’anima! Lo so, è difficile fingere questa esperienza. Ebbene facciamo una prova: provati ad avvicinare direttamente ai poveri».
L’esperienza politica di Giorgio La Pira nasce da questa «esperienza in carne viva» e si alimenta anche per la sua formazione scientifica, alla ricerca delle innovazioni che possono dare soluzione ai problemi della povertà, radice delle guerre. La carità politica non prescinde quindi in La Pira dalla carità intellettuale, cioè dalla comprensione e dal dialogo con gli uomini di cultura perché, secondo l’assioma tomista, quod non est in intellectu non est in voluntate: l’azione incisiva e forte per la soluzione dei problemi sociali, richiede riflessione e analisi degli elementi essenziali delle questioni, pena l’inefficacia e la perdita di realismo storico.
L'Osservatore Romano, 14-15 luglio 2017